MARCO B ELPOLITI, La Stampa 7/2/2011, pagina 31, 7 febbraio 2011
La tavernetta come ad Arcore - Torna di moda la taverna, o tavernetta, come si chiamava negli Anni Settanta: piccolo locale arredato in stile rustico, usato per feste o per cene, come recita lo Zingarelli (1970)
La tavernetta come ad Arcore - Torna di moda la taverna, o tavernetta, come si chiamava negli Anni Settanta: piccolo locale arredato in stile rustico, usato per feste o per cene, come recita lo Zingarelli (1970). Anche ad Arcore, nella casa del Capo, c’è una taverna, come ci fanno sapere i giornali in queste settimane, dove, dopo il pasto serale, ci si reca con l’allegra compagnia. La taverna è infatti immancabile nelle case e nelle villette dei neoarricchiti dei tre decenni passati, dalla Brianza al Rovighese, dal Friuli alla Romagna, dal Salento alla costa catanese. Arredata meno rusticamente di come la descrivono i dizionari, la tavernetta contiene gli immancabili divani, così almeno negli Anni Settanta. Lì le luci sono soffuse, basse, vi regna, o regnava, una discreta penombra. La taverna è un luogo d’incontri, non tra sconosciuti, come la discoteca o il night, ma tra conosciuti o semiconosciuti. Ma c’è anche una versione meno osé di questo spazio della casa: la tavernetta serve per cene familiari, onomastici, compleanni, genetliaci, feste natalizie e pasquali. La parola ha una sua origine antica; ne parla Brunetto Latini nel 1294: trattoria o osteria, ma anche bettola, ovvero locale notturno in stile campagnolo. L’etimo rimanda a trabe, travi, dato che la taverna è situata al piano di sotto: le travi si trovano sopra la testa; in taverna si scende, non si sale. La taverna è la cantina abitabile della casa, un luogo ctonio che affonda nella terra. La parola tavernetta è entrata anche nel lessico della ristorazione verso la metà degli Anni Settanta per indicare dei locali pubblici, trattorie con travi a vista, ma anche quelle che negli Anni Ottanta verranno chiamate paninoteche: locale pubblico specializzato nella preparazione e nella vendita di panini o tramezzini variamente farciti (Zanichelli, 1981). Italo Calvino in un suo libro del 1973 aveva intitolato un racconto: «La taverna dei destini incrociati». I personaggi che vi s’incontravano narravano le loro storie disponendo le carte dei tarocchi del mazzo cosiddetto di Marsiglia in modo da costruire storie con un inizio, uno sviluppo e una fine. Un titolo senza dubbio evocativo, non meno del racconto che Calvino non è mai riuscito a scrivere: «Il motel dei destini incrociati». La taverna è più italiana del motel, poiché da noi feste e festini si fanno in gruppo e in casa, non nelle stanze degli alberghi come accade nei Paesi protestanti e anglosassoni. Vizi pubblici, private virtù.