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 2011  febbraio 07 Lunedì calendario

Hi-tech in crisi il “piccolo” non fa sistema - Giovane, innovativo e scolarizzato. Ma il settore è ancora troppo “bonsai” per muovere l’economia

Hi-tech in crisi il “piccolo” non fa sistema - Giovane, innovativo e scolarizzato. Ma il settore è ancora troppo “bonsai” per muovere l’economia. È una pianta gracile il terziario high-tech all’italiana. Il settore è la punta avanzata di un’economia dei servizi che vale il 71% del valore aggiunto nazionale, il 55% delle imprese attive e il 66% dell’occupazione. Il 65,6% delle imprese del comparto ha infatti solo 1 o 2 addetti (solo l’8,5% supera la soglia dei 10), il 59% è nata dopo il 1986, mentre i dipendenti/lavoratori con almeno una laurea non superano il 35,2% (percentuale che sale al 40% nelle aziende sopra i 10 addetti). A rivelarlo è un’indagine realizzata dalla Fondazione Nord Est e promossa da Intesa Sanpaolo dal titolo «Servizi high-tech, l’importanza della dimensione», che ha analizzato il profilo di quasi 900 imprese del terziario avanzato, raggruppate in 4 macrosettori: software, ricerca e sviluppo, installazione e riparazione hardware ed elaborazione dati. La prima impressione è di trovarsi davanti ad un settore a due facce: le imprese sotto ai 10 dipendenti e quelle sopra. La dimensionalità è dunque la prima chiave per interpretare i piccoli numeri del nostro terziario avanzato (vale il 5% delle imprese del comparto) e, a cascata, la scarsa competitività di tutto il segmento. Per il 60,9% delle aziende censite, il mercato più importante rimane non a caso circoscritto alla provincia in cui opera; per il 19,5% si allarga alla regione, per il 17,5% al mercato nazionale (38,2% per le imprese over 10) e solo per l’1,8% all’Ue (10,5% per le aziende più grandi). A dimensioni diverse corrispondono anche capacità di attivare network. Solamente il 3,7% di queste aziende è o è stata ospitata in un parco scientifico tecnologico o in un incubatore. Ma tra quelle over 10 la percentuale sale al 12,2%. Solo una su 5 (20,1%) ha attivato collaborazioni con le Università, quota che tocca il 49,3% tra le aziende più strutturate. Lo stesso vale per la capacità di partecipare a progetti Ue: l’8,4% è riuscito a ritagliarsi ruoli di primo contraente, partner o beneficiario, indice che sale al 27,6 sopra i 10 dipendenti. Ancora piccoli numeri, certo. «Il terziario italiano è troppo minuto, frammentato, dunque non è competitivo sul piano internazionale», spiega Daniele Marini, docente all’università di Padova e direttore scientifico della Fondazione Nord Est. «Peraltro un buon terziario è fondamentale per lo sviluppo industriale. Esiste un forte legame tra le imprese dei servizi high-tech e il mondo produttivo, da cui mediamente proviene il 75% del fatturato, con punte dell’81% nel Nord Ovest». Invece il terziario italiano si è rivelato finora un’infrastruttura troppo fragile per coltivare progetti di sviluppo. «I servizi producono meno ricchezza di quel che potrebbero e il Pil non tornerà a crescere forte finché la loro redditività non sarà più robusta». Questa è la seconda schizofrenia che emerge dalla ricerca. Se l’industria ha ricominciato a produrre ed esportare, sia pure a singhiozzo (va meglio chi ha internazionalizzato prodotti e processi, si è patrimonializzato e ha fatto innovazione), l’altra gamba del sistema economico, cioè il terziario, è fermo ai box, anchilosato da scarsa produttività, lavoro poco qualificato e logiche organizzative inadeguate. Nell’ultimo scorcio del 2010, il valore aggiunto dell’industria è cresciuto del 4,3%, quello dei servizi appena dello 0,7%, sostenuto dai segmenti bassi come il turismo, i trasporti e le comunicazioni. E ancora. Secondo il Censis negli ultimi 5 anni gli occupati nelle professioni terziarie non qualificate sono cresciuti del 16,4% mentre i posti ad alta specializzazione appena del 3,8%. Morale: il terziario all’italiana è purtroppo ridotto a settore rifugio in forte deficit di produttività. Proprio il 2010 doveva essere l’anno della sua riscossa, più fosforo e meno Mc-Job, invece sta diventando un’occasione persa. Concentrati sui distretti, i policy maker e l’opinione pubblica hanno colpevolmente sottovalutato l’emergenza. Tanto che molti osservatori paventano il rischio della terza ondata: dopo finanza ed economia reale, l’onda lunga della crisi potrebbe abbattersi proprio sul nostro terziario immobile. Solo nel ciclo della consulenza, il Censis prevede un’altra infornata di possibili esuberi vicina al mezzo milione di posti di lavoro. Acuendo, lo spiega la ricerca di Intesa Sanpaolo, il fenomeno di internalizzazione di pezzi di catena del valore da parte delle aziende clienti (subito dal 32,2% delle imprese). Per questo occorre espandere la nicchia dei servizi avanzati. Come uscirne? L’introduzione di nuove tecnologie e di innovazioni di processo è indicata dal 65,6% delle imprese, l’adozione di nuove forme di organizzazione del lavoro dal 64%, la riduzione dei costi dal 60,7% e la creazione di reti dal 58,3%. Inoltre, 6 imprese su 10 ritengono che la strada maestra sia quella dell’aggregazione e il 14,3% il ricorso a fusioni e/o acquisizioni. Se invece consideriamo le strategie di posizionamento sui mercati post crisi, emerge prioritaria la necessità di recuperare spazi di business sviluppando nuovi servizi (76,2%), migliorando i rapporti con la clientela (67,3%), ricercando nuovi mercati (65%), investendo in comunicazione (58,7%) o eventualmente focalizzandosi in nicchie (56,9%). D’altronde la lotta alla disoccupazione nei prossimi anni passerà proprio dal terziario. «Le stesse piccole imprese cresciute nell’ultimo biennio sono quelle che meglio hanno incorporato moderni processi terziari come la distribuzione organizzata, il marketing, la creazione di nuovi brand, l’assistenza post-vendita», continua Marini. Non basta produrre cose buonissime, bisogna essere in grado di venderle sui mercati e per farlo ci vuole tanta innovazione tecnologica, organizzativa e logistica. In una parola, bisogna saper terziarizzare le intuizioni produttive. Il passato è un album di occasioni perse. Abbiamo inventato la pizza ma la catena mondiale è Pizza Hut, siamo i mobilieri più bravi ma la distribuzione la fa Ikea, siamo i migliori gelatai ma il colosso è Hagen Daz, siamo i re del caffè ma nel mondo lo ha commercializzato Starbucks. In Italia restiamo incapaci di sviluppare procedure complesse. Perdere altri treni, non possiamo più permettercelo…