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 2011  febbraio 06 Domenica calendario

Raspelli: «Vendico i clienti maltrattati» - I tappini latitanti dal frigobar, il tempo di consegna dei fax, i bagnetti ciechi

Raspelli: «Vendico i clienti maltrattati» - I tappini latitanti dal frigobar, il tempo di consegna dei fax, i bagnetti ciechi. I croissant svenuti, i sorrisi mancati e i concierge in maniche di camicia. Il dito indice di Edoardo Raspelli comincia a stagliarsi minaccioso sull’hotellerie nazionale esattamente 15 anni fa, l’11 febbraio 1996, quando sul Tuttodove de La Stampa esce una completa novità per l’Italia: la recensione non di un ristorante ma di un albergo. Tocca all’Excelsior di Roma, e in quel pezzo c’è già tutto il Raspelli vindice del viaggiatore in balia dei materassi molli e dei cappuccini freddi: l’onusto stabilimento di via Veneto ha «la tranquillità di una stazione, l’intimità della sua sala d’aspetto, il calore di uno stadio… Il pesce è rinsecchito, la pancetta è sullo stracotto… Siete alla pensione Abc di Rivazzurra di Rimini o in un hotel che è il faro del mondo?». Dica la verità, all’Excelsior lei c’era andato vestito per uccidere… «Ma neanche per idea, mica stava scritto che il primo articolo fosse una stroncatura. Per capire com’è andata, però, bisogna partire dagli ostelli della gioventù». E che c’entrano con l’Excelsior? «Collaboratore ragazzino al «Corriere della Sera», di quello mi fecero scrivere: impianti sportivi, giochi della gioventù, ostelli. È lì che ho cominciato a osservare le cose dal punto di vista del cliente. Vede, io non mi sono mai sentito un critico gastronomico, di quelli che fanno le pulci agli chef perché hanno messo troppo burro o poca pimpinella. Io mi metto dalla parte di chi pretende un buon servizio. Mi servì quando, qualche anno dopo, anzi esattamente 35 anni fa, il 13 febbraio 1976, il mio direttore al «Corriere d’informazione», Cesare Lanza, s’inventò il faccino nero dei ristoranti. Deve tener conto che io mi stavo occupando di tutt’altro: facevo il cronista di nera negli anni di piombo». Già, il faccino nero, cioè la stroncatura del ristorante più fetente: con conseguenti querele degli osti, e perfino una simpatica corona da morto inviata al suo domicilio. Ma torniamo agli alberghi. In 15 anni, lei avrà visto cose che noi umani… «Arrivo la sera tardi in un certo Jolly Hotel di Torino, trascino penosamente i miei bagagli, il receptionist rimane impassibile, ipnotizzato dal computer. Salgo in camera, poi ridiscendo. Dopo una mezz’ora si scopre la mia identità, e allora è tutto un fiorire di “Dottore come va? Dottore benvenuto!”. Quando torno su, il copriletto è tempestato di gianduiotti. Concludo la mia recensionecosì: se a voi, cari lettori, non li fanno trovare, vuol dire che sono dei cialtroni». Clark Kent si era trasformato in Superman. «Succede spesso. Tanti anni fa, scendo dal vagone letto e mi faccio portare al Grand Hotel di Roma. Nonostante abbia avvertito, la camera non c’è. Quando finalmente è pronta, il corrimano dei tre gradini per andare in bagno mi resta in mano, e la maniglia del bagno pure. Scendo per fare colazione e ordino uova strapazzate, salmone, macedonia e caffè. Indovini che cosa mi portano per primo? Il caffè». La peggiore caduta di stile? «Al Pitrizza di Arzachena, uno degli hotel mito del mondo e tra i miei preferiti. Arrivo con mia moglie, s’intende con ricevute separate, quando la matrimoniale, un sessanta metri quadrati, giardino privato a picco sul mare, costa due milioni e mezzo di allora a notte. Fermo la macchina con le quattro frecce: dopo una lunga attesa arrivano e me la parcheggiano. Ma la mattina dopo nessuno si ricorda più dov’è. Due milioni e mezzo a notte, ha capito? Per quanto, anche la cabina telefonica dello Splendido...». Quello di Portofino? «Già. Allora non c’erano i cellulari. Mi fecero telefonare da un bugigattolo puzzolente, ingombro di bottiglie di Coca Cola mezzo versate… Al Cenobio dei Dogi di Camogli, invece, tenevano tanto a farmi fare del moto. Ho chiesto la mazzetta dei giornali, mi hanno spiegato che c’era un’edicola vicina. Sì, peccato che si dovesse fare una rampa vertiginosa di scalini. A Venezia, in una camera del Cipriani da 500 mila lire di allora, un pomeriggio rovente di giugno, insistono per rifarmi la camera alle cinque e mezza. Spiego che sono in déshabillé e mi sto riposando. Ma mica ripassano: mi augurano la buonanotte alle cinque e mezza. Ma questi, s’intende, sono tutti episodi di molti anni fa». Com’è cambiata l’hotellerie? «La crisi si sente, quelli di lusso lavorano soltanto con le note spese, quelli famigliari stanno a galla. Il disastro è sulla fascia media: manca lo spirito di servizio nei confronti del cliente». Ci mandi a casa contenti, implacabile Raspelli: la sua notte più felice? «Milano, hotel Four Seasons, angolo tra via Gesù e Montenapoleone. Suite affacciata sul chiostro di un antico convento. Nevica. Ho lo stereo acceso. Sono felice».