Guido Olimpio, Corriere della Sera 07/02/2011, 7 febbraio 2011
UN GRUPPO, MOLTE ANIME. L’OBIETTIVO? LE ELEZIONI —
Partiamo da un dato storico che dice molto. I Fratelli Musulmani sono sulla scena egiziana dal 1928 e sono i grandi sopravvissuti. Li hanno bastonati, messi fuori legge, tollerati, eppure la loro forza è rimasta intatta. Con il tempo hanno imparato a fare politica, a smarcarsi — quando serve — dai violenti che pure hanno protetto. Un legame con l’ala radicale che per alcuni non è stato mai troncato di netto ma che certamente oggi è più sottile.
In questa fase ai Fratelli non resta che giocare la carta del pragmatismo. Tutti al Cairo sembrano avere una doppia agenda. Una pubblica— necessariamente «moderata» — e una segreta. Un po’ per proteggersi e un po’ perché nessuno sa bene come finirà. Così si spiega la posizione ibrida del movimento. Nella prima fase della protesta sono rimasti nelle seconde linee, anche se i «barbuti» erano al fronte a proteggere la piazza Tahrir. Una tattica attendista motivata da due esigenze: non confermare le paure di chi teme l’avvento di un nuovo khomeinismo; evitare di compromettersi nel caso che la «rivoluzione» si risolva in un cambio cosmetico. E in questo caso i Fratelli non vogliono pagare dazio, sapendo che sarebbero indicati quali i veri responsabili del caos. Omar Suleiman lo ha già fatto in tv.
L’ex capo dei servizi li conosce bene. Dai file di Wikileaks si coglie il tentativo continuo e ossessivo di Suleiman di demonizzarli agli occhi dei diplomatici americani, a volte scettici: non sottovalutateli, sono un pericolo. A chi gli chiedeva di definirli, lo 007 ha risposto: «Non sono un’organizzazione politica, non sono un movimento religioso, non sono un network sociale. In realtà sono tutte e tre le cose messe insieme» . Poi, per necessità, ha accettato di parlare con loro. E i Fratelli hanno risposto a tono. Hanno aderito al dialogo rinfacciando al generale che le concessioni sono insufficienti. Ma da loro non si sono uditi slogan incendiari. È una tattica? È una scelta? Cambieranno?
Le domande assillano gli esperti a Washington. Le paure di un’onda verde si mescolano con le valutazioni di chi preferisce vedere il realismo. Al loro interno— dicono — si agitano molte anime, ma tutti sono pronti ad accettare — per ora — le regole della geopolitica. Sul tema sensibile dei rapporti con Israele la maggioranza è contraria ai «contatti con sionisti» , non mancano però coloro pronti ad accettare la situazione di fatto. Anche se vista come una tregua temporanea. Appena il 3 febbraio, Rashid Al Bayoumi ha ribadito ai media russi: «Dopo la formazione di un governo provvisorio dobbiamo cancellare il trattato di pace» . Per i Fratelli «l’Islam resta la soluzione» e scommettono sui tempi lunghi ma intanto si adeguano alla contingenza.
Non potrebbero fare diversamente. Ecco allora l’approccio «parliamo e ascoltiamo» ancorato alla richiesta che Mubarak molli definitivamente le redini. E dunque vanno al tavolo negoziale con Suleiman, il simbolo della polizia segreta. Non sono così inesperti da fare autogol quando c’è la prospettiva di elezioni che dovrebbero essere libere. Ben strutturati, capaci di una grande mobilitazione e con un seguito reale possono conquistare un 20-22 per cento dei consensi. Un’occasione che non vogliono perdere.
Guido Olimpio