Edoardo Segantini, Corriere della Sera 07/02/2011, 7 febbraio 2011
L’EUROPA E QUELLE RIVELAZIONI DIFESE DALLA LEGGE
«Le norme che regolano il diritto all’informazione e il diritto alla privacy in Italia sono sostanzialmente in linea con le tendenze e la giurisprudenza internazionali. Nessun Paese fa passi indietro, semmai fa passi avanti verso la libertà di informazione» . È l’opinione del Garante per la protezione dei dati personali Francesco Pizzetti, il quale, senza entrare nel merito delle vicende del presidente del Consiglio, sottolinea come «la persona pubblica abbia diritto a una tutela della privacy inferiore a quella di cui gode la gente comune; e come, simmetricamente, i media abbiano il diritto-dovere di divulgare informazioni di pubblico interesse compatibilmente con pertinenza dei fatti e la dignità delle persone» . Su questi aspetti, dice Pizzetti, tra Italia ed Europa c’è totale armonia. Il diritto all’informazione è al primo posto. Ciò non significa tollerare gli eccessi, per esempio nel caso in cui siano portati a conoscenza del pubblico dettagli «privati» che non hanno alcuna rilevanza ai fini della notizia «pubblica» . Come nel caso, censurato dalla Corte di Giustizia di Strasburgo, in cui, in un articolo sulla principessa Carolina di Monaco, venne pubblicata una foto di lei con i suoi figli. «Se poi dall’Europa si va negli Stati Uniti — dice il predecessore di Pizzetti, l’ex Garante Stefano Rodotà — si vede chiaramente che il diritto all’informazione è ancora più esaltato: gli uomini politici hanno una "minor aspettativa di privacy della gente comune", per usare la definizione americana, e i media dispongono di spazi di investigazione più ampi e profondi» . Questa impostazione, spiega il giurista, si è andata consolidando attraverso una serie di casi celebri. Uno storico risale alla guerra nel Vietnam. Un analista della Cia, Daniel Ellsberg, addetto alla segreteria del segretario alla difesa Robert McNamara, scoprì che l’intervento americano, giustificato dal cosiddetto «incidente del Golfo del Tonchino» , in realtà era dovuto a ragioni di politica internazionale e l’incidente in questione era stato inventato. Il New York Times pubblicò la storia (i celebri «Pentagon Papers» ). Dopo una lunga battaglia legale, il giudice costituzionale Hugo Black riaffermò il principio della più ampia libertà di informazione. Lo stesso giornale è stato protagonista di altre battaglie— ad esempio la vertenza «New York Times contro Sullivan» — dove si è introdotto il concetto di «figura pubblica» e si è garantita la libertà del giornalista. «Se ne sono visti gli effetti, anche con eccessi — dice Rodotà — nei casi Bill Clinton-Monica Lewinsky e Gary Hart-Donna Rice» . Questa stessa impostazione, peraltro, si va facendo strada anche in Europa, come testimonia il dibattito sul caso Wikileaks: in Islanda (dove Julian Assange si è rifugiato), la possibilità di pubblicare documenti coperti da segreto è già legge. E il capo del governo tedesco, Angela Merkel, ha dichiarato di voler avviare in questa direzione anche la Germania. Senza dimenticare il precedente chiave della Francia, dove nel 2007 scoppiò il caso Dupuis. Jean-Marie Pontaut e Jérome Dupuis, giornalisti autori di un libro sugli affari dell’entourage dell’ex presidente François Mitterrand («Les oreilles du President» ), furono condannati per aver violato la privacy e pubblicato carte coperte dal segreto. Questi documenti mostravano come il governo avesse autorizzato intercettazioni illegali. La Corte di Giustizia, all’unanimità, diede ragione ai due giornalisti e all’editore Fayard, dichiarando la legittimità della pubblicazione di dossier segreti, in quanto la loro divulgazione sarebbe andata a totale beneficio dei cittadini.
Edoardo Segantini