Sebastiano Vassalli, Corriere della Sera 06/02/2011, 6 febbraio 2011
LE ORIGINI DI UNO STRAFALCIONE D’AUTORE
Strafalcioni d’autore/1. «Che ci azzecca?», per chiedere all’interlocutore «cosa c’entra», è un modo di dire pittoresco e sbagliato che ormai, grazie alla televisione, è diventato popolare in ogni parte d’Italia.
L’onorevole Antonio Di Pietro lo ripete ogni volta che viene intervistato, da vent’anni cioè dall’epoca di Tangentopoli.
Molti credono che si tratti di un’espressione caratteristica della sua regione, cioè del Molise: ma l’origine vera è un’altra. «Che ci azzecca» nasce da un errore. Vogliamo spiegarlo? Partiamo dalla forma corretta: «cosa c’entra», con cui io segnalo alla persona che mi sta parlando che qualcosa, nel suo discorso, non ha un legame logico con il resto; che sta perdendo il filo e il senso del ragionamento (suo e mio). Il verbo della forma corretta è «entrare, entrarci»: nel significato di avere a che fare, di essere pertinente. L’errore nasce da una cattiva interpretazione del suono delle parole. Chi mi sente dire «che c’entra» puà intendere, sbagliando, «che centra»: dove il verbo non è più «entrare» ma «centrare». E anche il significato delle parole si presta a qualche ambiguità. «Centrare», secondo i vocabolari, significa colpire nel segno e nel centro; è un parente prossimo di «azzeccare», che in alcune parti d’Italia è la parola più usata per esprimere lo stesso concetto. Ed ecco spiegato l’errore: da «che c’entra» a «che centra», a «che ci azzecca?». (Se mai si farà uno stemma, l’onorevole Di Pietro potrebbe metterci, come motto, questa domanda).
Sebastiano Vassalli