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 2011  febbraio 06 Domenica calendario

UNA BANDA CHE INCUTE TERRORE SENZA SPARARE. LA MILANO NERA NON IMBRACCIA PIU’ IL MITRA

«Sono a San Vittore» ho detto al telefono a mia madre. Credo le sia venuto un colpo. Ma non era uno scherzo, c’ero davvero. Entravo per un incontro con un gruppo di carcerati. Loro, a dir la verità mi guardano sempre con un po’ di sospetto, chi diavolo è mai questo scrittorucolo che viene a impicciarsi della nostra vita? Che ne sa lui del nostro mondo? E allora racconto. Parlo di me, della mia Quarto Oggiaro infantile, di mio padre o mio zio, di una famiglia che ai margini della legalità c’è stata per davvero, se non addirittura fuori. Vado lì e non giudico, racconto. Così succede che si aprono, alcuni, i più vecchi, si ricordano dei luoghi o delle persone che cito, altri rammentano con nostalgia la Milano criminale, quella della memoria in bianco e nero.
La rapina del secolo, per dire. Quella di Via Osoppo. 27 febbraio 1958, l’assalto del portavalori, sei uomini in tuta blu lo svuotano del denaro e dei titoli. Una rapina perfetta. Oggi non si potrebbe rifare, il denaro circola virtuale, sui computer, è impalpabile, quasi non esiste più. E poi la banda Cavallero, negli anni Sessanta. Si sentivano come dei Robin Hood, andavano a prendersi alla fonte della società del benessere quello che non veniva equamente redistribuito. Così si giustificavano, con un vago comunismo peloso, che se toglievano ai ricchi non davano di certo ai poveri, ma a loro stessi. E se ci riuscivano era sparando, uccidendo, versando il sangue di lavoratori innocenti. Nulla di romantico, insomma. Penso alla rapina alla gioielleria Colombo, era l’aprile del 1964, tre uomini a volto coperto irrompono nel negozio, mitra alla mano e sparano ovunque. A coordinarli era un francese dalle simpatie neofasciste, Albert Bergamelli. Duecento milioni di lire, il bottino. Fu l’arrivo dei Marsigliesi a Milano. Le bande si organizzavano, diventavano imprese del crimine senza scrupoli. L’opulenza di quegli anni a Milano ci metteva il resto. La ligéra del dopoguerra, quella delle nebbie e delle case di ringhiera, quella sottoproletaria, era già un mito autoindulgente, cantato da un Jannacci giovanissimo in Faceva il palo («nella banda dell’Ortica» ). Nei night club, in realtà, in quelle terre di nessuno, si incrociavano uomini d’affari, malavitosi, ricliclatori di denari sporchi, evasori fiscali, mafiosi. Ché la Mafia, a Milano, è da sempre, nonostante non lo si voglia vedere, nel patrimonio genetico di questa metropoli. Gli anni Settanta furono anni di droga, di violenza, di contrabbando, di sequestri di persona, furono gli anni di Vallanzasca, del Clan Turatello. Vallanzasca, tra l’altro, fece la sua prima rapina al supermarket di Quarto Oggiaro, dico ai miei amici carcerati. Ma vivi ancora lì?, mi chiede uno di loro. No, mi sono appena trasferito in Via Padova. Ridono: complimenti per il tempismo!
Insomma, dico, non ho nessuna nostalgia di quel periodo sanguinario. Ora non si potrebbe più, interviene Ciro. Dove le fai le rapine? Tutti hanno la carta di credito, le banche sembra che neppure ce li abbiano i soldi. Oggi — dopo la rapina in via della Spiga— saprei dargli una risposta. Se c’è un posto dove non hanno mai smesso di farle, gli direi, sono le gioiellerie. Lì, purtroppo per i proprietari, la merce deve essere esposta. Dagli anni Ottanta ai Duemila, non c’è anno che non se ne conti una. Questi però, bisogna ammetterlo, sono stati abili. Nessun atto violento. Hanno usato come un’arma la fotografia della moglie del proprietario. «Sappiamo dove abiti» — tipica minaccia camorrista— «ti facciamo saltare la casa» gli hanno detto. È bastato. Poi, indossati i guanti, hanno portato via tutto, compreso la registrazione del sistema di sorveglianza. Il romanziere che è in me resta ammirato. Ora però, come ogni storia che si rispetti, attendo che la giustizia trionfi. Forse.
Gianni Biondillo



GLI ASSALTI – 15 APRILE 1964: Otto banditi a bordo di quattro automobili Alfa Romeo “Giulia TI” legati al clan dei Marsigliesi assaltano armi in pugno l’oreficeria di Enzo Colombo, razziando manciate di preziosi.
16 OTTOBRE 1982: Il 16 ottobre 1982 erano in sei, vestiti da finanzieri. Sono entrati nella gioielleria Franco Gobbi di corso Vittorio Emanuele 15. Bottino, oltre un miliardo di lire.
13 APRILE 1991: Sette “uomini d’oro” portano via preziosi per sei miliardi di lire alla gioielleria Cartier di via Montenapoleone. La polizia viene avvertita, ma la volante arriva venti minuti dopo l’allarme.