Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  febbraio 06 Domenica calendario

DA PRAGA A TIENANMEN. QUANDO LA PIAZZA HA FATTO TREMARE I REGIMI

Non c’è un leader. Però c’è una piazza. Quando tra cent’anni i libri di storia parleranno della rivoluzione egiziana del 2011, avranno di certo un nome da ricordare: Midan El Tahrir. Il cuore e il fortino della protesta: da dieci giorni gli occhi del mondo sono puntati su quello slargo un po’ sgraziato che si apre nel centro del Cairo e ha nome Liberazione. E’ già capitato che una piazza diventasse simbolo di speranza e non sempre è andata bene: Tienanmen 1989, San Venceslao e la primavera di Praga del ’ 68. Altre volte una piazza si è trasformata in accampamento di manifestanti anti-regime: nel gelo dell’inverno 2004 Maidan Nezalezhnosti, piazza dell’Indipendenza a Kiev, divenne la festosa tendopoli della rivolta Arancione, una città nella città con tanto di cucine e servizio di accreditamento all’ingresso. Piazza Tahrir non è così fornita, poche tendine, cibo scarso, tappeti e tante pietre per combattere gli invasori pro-Mubarak. Ma ha un valore simbolico incommensurabile: «La rivincita di chi crede che lo spazio tra le cose sia molto importante — dice al Corriere l’architetto Vittorio Gregotti— alla faccia di chi vorrebbe privatizzare lo spazio pubblico» . Gregotti in Egitto ci è andato di recente, per un progetto di ricostruzione di un pezzo di città «che adesso probabilmente— dice sorridendo— non si farà nemmeno più» . Ricorda quella «sensazione che tutto fosse sotto controllo» tipica dei regimi di polizia. Le immagini di questi giorni rappresentano «un rovesciamento incredibile» . Anche rispetto a una certa idea della cosiddetta «Arab Street» abitata da una folla indistinta, irrazionale e riottosa. «E’ una bella sensazione— — dice Marcello Flores d’Arcais, docente di storia comparata all’Università di Siena — seguire quel pubblico variegato e composi- to che ha preso possesso di piazza Tahrir. Siamo abituati a considerare la partecipazione di massa in certi Paesi come espressione di fanatismo religioso. E anche se certe componenti religiose non sono certo da escludere, a me il popolo di piazza Tahir fa venire in mente Adamo Smith quando parlava della "simpatia"come uno dei valori cruciali per una società che vuole raggiungere la libertà politica ed economica» . Simpatia come «capacità di immedesimarsi negli altri» , la piazza come «luogo di simpatia per eccellenza» . Nel mondo solitario modellato sui social networks, la piazza-piazza è una delle poche realtà che «la postmodernità non ha cancellato ma rivitalizzato» . Tahrir ovvero la rivincita della piazza-piazza sulla «piazza virtuale» . L’egiziano Mohammed el-Nawawy che insegna comunicazione negli Usa e studia la «blogging culture» ha detto al New York Times che il governo di Mubarak ha commesso un grande autogol oscurando la Rete all’inizio delle proteste: «Ragazzi che avrebbero affidato la loro rabbia ai polpastrelli hanno riversato la frustrazione nelle strade» . Un salto di dieci anni: Midan El Tahrir come Plaza de Mayo a Buenos Aires, la crisi economica argentina e la rivolta dei «cacerolazos» che tra il 2001 e il 2002 fece scappare un presidente ribaltando un governo al suono delle pentole. Un’altra piazza simbolo (quella dove già protestavano contro il regime militare le madri dei desaparecidos), un’altra protesta cominciata con la carica della polizia e le vittime civili. In Iran nel 2009 è andata peggio al popolo della Rivoluzione Verde che si riuniva a decine di migliaia in piazza Azadi (libertà) senza riuscire mai a piantarci le tende. I miliziani motorizzati dei mullah sono stati più efficaci delle truppe cammellate di Mubarak. Al Cairo come a Tunisi l’esercito non ha sparato sul popolo di piazza Tahrir. Anche se quando ci è arrivato, una settimana fa, un osservatore esperto come Nicholas Kristof ha avuto un’impressione di sinistro déjà vu: «La familiarità tra soldati e manifestanti mi ha ricordato quella dei primi giorni della rivolta a piazza Tienanmen. Poi arrivò l’ordine e le pallottole sostituirono i sorrisi» . La piazza come luogo di morte: Flores ricorda Plaza de las tres culturas a Città del Messico, dove nel ’ 68 finì nel sangue la contestazione studentesca. A Rangoon nel 2007 i monaci buddhisti non arrivarono mai ad avere una piazza come base e rifugio: marciavano nelle strade e questo non li mise al riparo dei soldati birmani. Come gli studenti a Tienanmen. Ma le piazze delle speranze spente aspettano occasioni più propizie. A San Venceslao nel ’ 69 si immolò lo studente Ian Palach. Vent’anni dopo il luogo del suo sacrificio fu l’epicentro della Rivoluzione di Velluto che mise fine al regime comunista. A Praga l’opposizione aveva anche un leader. Vaclav Havel. Al Cairo per ora c’è un popolo. E la sua piazza.
Michele Farina