Daniele Manca, Corriere della Sera 06/02/2011, 6 febbraio 2011
«CHIEDERO’ DI QUOTARE CHRYSLER ANCHE A PIAZZA AFFARI»
Per 15 anni ha vigilato dai banchi dell’opposizione e da quelli del governo, sui conti pubblici. Lasciato l’incarico di sottosegretario del ministero guidato da Giulio Tremonti si ritrova oggi seduto su una delle poltrone meno confortevoli e più importanti d’Italia. Meno confortevoli perché da presidente della Consob Giuseppe Vegas dovrà convincere gli italiani che investire in Borsa o in prodotti finanziari che non siano solo i titoli di Stato, non significa mettersi nelle mani di individui senza scrupoli pronti solo a speculare. Importante perché il mercato milanese è di fronte a un bivio: o torna a essere un mercato dei capitali per le imprese, dove le aziende che vogliono svilupparsi trovano risorse, o, quella che le cronache già chiamano ormai Piazzetta degli Affari, è destinata a contrarsi ulteriormente. E che Vegas sia intenzionato a fare la sua parte, lo dimostra il fatto che è pronto a cominciare da quella che sarà forse la storia finanziaria dell’anno: quella legata a Fiat, prospettando a Torino la possibilità di arrivare a quotare la Chrysler anche sul mercato italiano.
I numeri della Borsa di Milano sono davvero inquietanti: nel decennio tra il 2000 e il 2010 l’indice è diminuito del 52%, nessuno ha fatto peggio. Wall Street è addirittura sopra...
«Se vuole continuo io» .
Prego.
«Tokio è scesa del 45%, Parigi del 36%, Londra del 15. Se si guarda l’andamento dell’indice si scopre che, quando calano le altre Borse, Piazza Affari scende di più e quando salgono non raggiunge mai le loro perfomance» .
Si tratta di andamenti di mercato.
«Certo, ma se si guarda alla capitalizzazione, al valore delle società quotate, si vede che a Milano questo è del 35%rispetto al Prodotto interno lordo, del 50 in Germania, in Francia del 90 in Gran Bretagna del 160%. A Milano ci sono meno di 300 società quotate, a Francoforte quasi 4 volte tanto, a Londra oltre 2 mila» .
Si parla di Paesi in qualche misura dall’economia più sviluppata...
«Ma meno ricchi e con meno risparmi privati. La ricchezza delle famiglie è pari in Italia a 8 volte il Pil (case comprese ovviamente) quella netta è sette volte il Pil ed è il maggior valore tra i paesi dell’Ocse (dati 2008)» .
Che gli italiani siano delle formichine è noto. Ma proprio per questo evidentemente sono diffidenti rispetto alla Borsa. E hanno più di una ragione.
«Luigi Einaudi diceva che i risparmiatori hanno cuore di coniglio, gambe di lepre e memoria di elefante, lo so bene» .
Come non capirli, dopo scandali come quelli Parmalat e Cirio...
«Per questo il nostro ruolo sarà sempre più decisivo. L’impegno è far capire che la Borsa non è un luogo oscuro dove il rapinatore è pronto dietro l’angolo. Il faro che abbiamo acceso per rendere trasparente un mercato che non lo era sarà sempre più potente. Dobbiamo rendere realtà quel secondo comma dell’articolo 47 della Costituzione dove si dice che deve essere favorito l’accesso del risparmio popolare all’investimento azionario. E se si parla di tassazione delle rendite finanziarie non è certo un modo per agevolare la Borsa...» .
Ammetterà però che il risparmiatore è tutt’altro che attratto da astrusi prodotti finanziari che spesso si risolvono in guadagni per chi li propone ma non per chi li sottoscrive.
«Quello della trasparenza, come pure della semplificazione è uno snodo decisivo. Offrire prospetti informativi di centinaia di pagine può essere addirittura controproducente. Servono invece poche pagine estremamente chiare. Penso anche a una sorta di bollini colorati. Blu, ad esempio per quelli semplici e meno sofisticati i cosiddetti Plain Vanilla e poi a salire fino al rosso. Funziona al cinema con il vietato ai minori di 18 anni perchè non può funzionare anche con il risparmio?» .
Non sarà facile vedersela con soggetti enormi come quello che potrebbe nascere tra la Eurizon di Banca Intesa e Pioneer di Unicredit. Società di gestione così grandi non rischiano di monopolizzare il mercato a loro vantaggio?
«No. Siamo un’autorità anche per questo, le dimensioni non devono preoccuparci e non ci spaventeranno. Il problema sta come sempre nei controlli e nella trasparenza. D’altronde se l’Italia vuole essere competitiva in un mercato di grandi player globali, non può non disporre di un soggetto di dimensioni adeguate, necessario a finanziare la crescita dell’economia reale del Paese» .
Ma avviene anche il contrario come nel caso di Groupama e la Fonsai di Ligresti.
«Certamente nel mercato un valore è costituito dal fatto che le imprese siano contendibili: non importa che imprese italiane siano acquisite da imprese estere purché ciò avvenga nel pieno rispetto delle regole; mi riferisco a casi che sono attualmente all’attenzione della Commissione» .
Ma la trasparenza non è salvaguardata tra scatole cinesi e consigli che se non sono consigli fotocopia tra le varie società vedono comunque la presenza di stesse persone in aziende concorrenti o comunque collegate.
«È chiaro che scatole cinesi, intrecci societari e proprietari, rendevano di fatto il mercato non contendibile e servivano in un’epoca passata; oggi basta un investimento modesto per scalare tutte le società collegate... E per di più se una società è poco contendibile difficilmente attrae investitori» .
Buona l’analisi, ma cosa intende fare.
«Finora c’è stata attenzione a sanzionare, a punire. Ovviamente attenzione giusta, ma è chiaro che intanto le sanzioni devono arrivare prima se servono a dare un esempio a tutti gli operatori perché per il futuro evitino comportamenti scorretti o peggio irregolari. Sulla trasparenza dovrebbe essere interesse delle stesse aziende tagliare gli intrecci costituiti dalle medesime persone presenti in più consigli o collegi sindacali. Siamo già intervenuti in materia di intrecci societari (parti correlate) e di bonus dei manager imponendo che la trasparenza sia totale» .
Rischiate però una crisi di rigetto: il fatto che ci siano poche società quotate, in parte dipende da una burocrazia alla quale non molte società vogliono sottostare. Anche su questo si gioca la competitività di un mercato.
«È una delle nostre scommesse come Consob: fare in modo di rendere la quotazione più semplice, meno onerosa. Avere perciò poche regole semplici, chiare non vessatorie ma assolutamente stringenti. Possibilmente riferite anche al mercato continentale europeo. Pensiamo anche a come agevolare reti di piccole e medie imprese. Potrà darci un mano il fondo private equity pubblico-privato della Cassa depositi e prestiti che potrebbe accompagnare alla quotazione molte imprese» .
Fatto sta che Prada si quoterà a Hong Kong...
«Questo dipende anche dal fatto che l’Asia è in pieno sviluppo. L’Europa comunque, Germania a parte, ha ritmi di crescita modesti. Anche perché la liquidità dei risparmiatori fa fatica ad arrivare alle imprese mentre le aziende ne avrebbero bisogno. Mi chiedo: perché la Chrysler non può fare un dual listing, e cioè essere presente a Milano come a New York?» .
Glielo chiederà a Marchionne?
«Perché no? Le aziende si devono convincere che la strada della Borsa è destinata a diventare quella più semplice per avere capitali. Con Basilea 3 che impone regole ben più severe alle banche, ottenere credito dagli istituti sarà più difficile. Il nostro sforzo sarà quindi quello di allargare il mercato per non arrenderci al declino» .
C’è un piccolo particolare: oggi la Borsa di Milano è controllata da quella di Londra. Chissà se nella City avranno la stessa intenzione.
«Certo non possiamo guardare all’indietro. Tuttavia, dato che il nuovo organismo di regolazione europea, l’ESMA, dovrà dettare regole condivise nell’intero Continente, è nel loro interesse farlo» .
Daniele Manca