Massimo Mucchetti, Corriere della Sera 06/02/2011, 6 febbraio 2011
LA SINDROME AMERICANA
Il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, invita a non precipitare i giudizi sulla possibilità che la Fiat trasferisca negli Usa il quartier generale dell’auto. Idem il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino. Entrambi avevano rilasciato a Sergio Marchionne un’apertura di credito sostanzialmente illimitata che sarebbe messa in crisi da un simile, beffardo esito dell’acquisizione di Chrysler. E con loro avrebbero qualche difficoltà i sindacati moderati e l’intero governo italiano, finora ben felice di lavarsene le mani riducendo il caso Fiat al caso Fiom. Nell’opinione pubblica, la Fiat (Fabbrica italiana automobili Torino) che spostasse la sede ad Auburn Hills ferirebbe l’interesse nazionale ad avere una vera industria dell’auto in Italia, e non solo alcune fabbriche cacciavite. Ieri il ministro Sacconi ha reso noto che, al telefono, l’amministratore delegato della Fiat gli ha promesso che non sposterà dal capoluogo subalpino la direzione e la progettazione, come aveva invece ventilato il giorno prima. Silenzio, invece, sulla sede sociale del settore auto e quindi sulla legislazione di riferimento. Forse, sul matrimonio Fiat-Chrysler e sulle sue conseguenze ci vorrebbe qualcosa di più formale di una telefonata e del dico e non dico. Invocare la globalizzazione a fatal scusante di tutto sarebbe un argomento modesto. Dovrebbe essere ormai chiaro a tutti che la globalizzazione reale non rappresenta l’inverarsi del mercato universale e perfetto, ammesso e non concesso che questo sia augurabile sic et simpliciter per ogni attività economica. Prima della Grande Crisi, nel 2007, in India 1.200 coltivatori di cotone si suicidarono perché non riuscivano a ripagare gli usurai: il prezzo del cotone, spiegò Giorgio Barba-Navaretti sul Sole 24 Ore, era caduto a causa dei sussidi pubblici elargiti ai loro concorrenti dei paesi ricchi, Usa soprattutto, patria del liberismo. Ma del cotone locale a buon mercato gioivano gli industriali tessili indiani, grandi esportatori nel mondo del free trade. Nel 2010, la multinazionale inglese Glaxo ha annunciato la chiusura del brillante centro ricerche farmaceutiche di Verona e di altri che aveva in Europa. Il merito scientifico cede il passo ai bassi salari indiani. E per fortuna che una buona parte dei ricercatori italiani è stata salvata dall’Aptuit. La Pfizer smobilita i laboratori inglesi, 57 anni di storia, il Viagra nel palmares, e si concentra negli Stati Uniti. Perché? Non guadagna abbastanza. Che cosa è mercato e che cosa non lo è nel mondo globale? Il caso dell’auto fa emergere il ruolo decisivo della politica dei governi e della speculazione finanziaria nel determinare le convenienze. Sarà pure una beffa dopo la Grande Crisi, che la destra liberista attribuisce a un eccesso di interventismo statale sui mutui e la sinistra sociale imputa al prevalere della finanza sregolata, ma questa è la realtà. Chrysler sembra ormai destinata ad assorbire la «padrona» Fiat Auto pur avendo una storia di crac, scarso know how, molti debiti e un patrimonio netto negativo. La ragione? Tra contributi pubblici a fondo perduto, prestiti statali a tasso zero o quasi e spinte di Wall Street, la Chrysler riuscirà, dicono gli analisti, a far valutare le proprie azioni (e forse anche quelle di Fiat Auto in sede di fusione) al doppio delle azioni della Volkswagen, che pure ha tecnologia tedesca, design europeo (e italiano), ricchi profitti, liquidità abbondante, alti salari, orari bassi e un radicamento mondiale. Quando i ministri di centro destra e i riformisti di centro sinistra associano l’operazione Fiat-Chrysler al mercato, di che cosa stanno parlando? Dei concessionari che devono vendere ai clienti in competizione con le altre case automobilistiche o delle merchant bank, pronte ad applicare a tutti, seguendo l’istinto del gregge, i numeri delle operazioni più fortunate, per drogare le Borse dimenticando le lezioni della storia? Si sta parlando dei margini operativi o degli arbitraggi tra nazioni in base agli incentivi pubblici e ai regimi sindacali? Gli accordi di Mirafiori e Pomigliano servono a tirare avanti dopo tante insufficienze, antiche e recenti. Dunque andavano fatti. E il Corriere l’ha ripetuto più volte. Ma poi? L’impresa è capitale più lavoro. I soldi non hanno patria, i lavoratori e i sistemi industriali sì. Diversamente dagli imprenditori del Quarto capitalismo, legati al territorio da un preciso e finora vincente sistema di interessi e relazioni umane, il top management delle multinazionali, fattosi capitalista con le stock option, insegue il massimo rendimento finanziario nel breve periodo. Qualsiasi strada prenderanno in futuro Marchionne e gli Agnelli, gli operai, gli impiegati e gli ingegneri italiani saranno ancora lì, se non perderanno il posto. La possibilità di un’attrazione fatale da oltre Atlantico, per quanto non ancora scontata, era leggibile fin dal principio. Bastava vedere dove si concentravano i nuovi capitali. E il Corriere l’aveva prospettata, anche a costo di subire l’insinuazione di regalare argomenti al sindacalismo radicale.
Massimo Mucchetti