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 2011  febbraio 07 Lunedì calendario

Notizie tratte da: Silvia Ronchey, Tommaso Braccini, Il romanzo di Costantinopoli. Guida letteraria alla Roma d’Oriente, Einaudi 2010, pp

Notizie tratte da: Silvia Ronchey, Tommaso Braccini, Il romanzo di Costantinopoli. Guida letteraria alla Roma d’Oriente, Einaudi 2010, pp. 958, 28 euro.

Hans Christian Andersen arrivò al porto di Costantinopoli il 25 aprile del 1841: «C’era una tale quantità di urla, grida, fischi e ronzii, che in confronto il rumore della baia di Napoli sembrava una veglia funebre».

Nel 1921 John Dos Passos, incaricato di scrivere articoli per il Metropolitan Magazine, a Parigi prese l’Orient Express per arrivare a Costantinopoli: «Giorno dopo giorno le colline diventano sempre più brulle e più secche, e il treno va avanti sempre più lentamente, e i capistazione hanno baffi sempre più lunghi e uniformi sempre più logore, finché alla fine serpeggiamo tra un mare verde acceso e promontori gialli arsi dal sole. All’improvviso il treno è intrappolato fra mura sgretolate color mostarda, i binari corrono tra mucchi di spazzatura e cipressi. Il treno è quasi immobile, frena impercettibilmente come su un binario morto. È così? No, sì, dev’essere… Costantinopoli».

«I Turchi stanno troppo attenti alle loro donne per consentire che vengano esaminate» (lettera di George Byron a Francis Hodgson, nei Dardanelli, al largo di Abido, 5 maggio 1810)

Lettera da Costantinopoli. Gustave Flaubert a Louis Bouilhet, 14 novembre 1850. «Devi solo sapere che sono stato colpito da quest’idea di Fourier: che col tempo sarebbe diventata la capitale del mondo. Come umanità è davvero enorme. L’impressione di essere schiacciati, che tu hai provato appena entrato a Parigi, qui ci pervade mentre sgomitiamo tra i tanti uomini sconosciuti, dal persiano all’indiano fino all’americano e all’inglese. Tanti individualità distinte la cui formidabile somma schiaccia la vostra».

«Che Stambul ci perdoni le scandalose imprese dei crociati, ecco ciò che mi sta a cuore» (Jean Cocteau, 1949)

Hermann Melville a Costantinopoli camminò per ore prima di scoprire d’essere tornato al punto di partenza: «Proprio come perdersi in una foresta. Niente mappa delle strade. Bussola da tasca. Un perfetto labirinto. Strette. Chiuse, serrate. Se uno almeno potesse salire in alto sarebbe facile capire come uscirne. Se uno potesse arrampicarsi su un albero. Sovrastare il labirinto. Ma no. Strade senza nome, non meno anonime dei sentieri naturali che attraversano i boschi. Niente numeri, Niente di niente» (13 dicembre 1856)

«Tra i suoi minareti che allungano le loro dita ingioiellate e pensose, i suoi morti le cui steli titubano, il suo cielo di alciòni e le sue acque dove si ribaltano i delfini, Istanbul sembra sottomessa a forze occulte che la detestano, a forze umane che la devastano. Le une e le altre non la lasciano mai tranquilla. Ne risulta un’aria di calcinacci, di baraonda» (Jean Cocteau, 1949)

Nel 1875, quando la nave su cui viaggiava entrò nel porto di Costantinopoli, Edmondo De Amicis notò che un «freddo prete inglese», compagno di viaggio fino a quel momento silenzioso, per la prima volta fece sentire la sua voce: «Wonderful! Wonderful!».

Costantinopoli, secondo Mark Twain tanto pittoresca vista dal mare quanto esecrabile una volta sbarcati. In particolare lo impressionarono i vestiti, «i più oltraggiosi, scandalosi, idolatrici, stravaganti e sgargianti costumi concepibili da un sarto in preda a delirium tremens affiancato da sette diavoli».

«I vestiti turchi sono quanto di più brutto si possa immaginare. E la razza, per la verità, se lo merita» (André Gide).

Il nome Istanbul deriva dalla frase greca «eis tin polin», che significava “andare in città”.

«Si incontrano facce splendide, esistenze cangianti e mutevolissime allo sguardo, tanto varie quanto brandelli o ricami, ricche di brutture, di lacerazioni, di galloni. E al fondo sempre questa immutabile, incrollabile canaglieria» (Gustave Flaubert).

La leggenda secondo cui Leone il Saggio, che regnò su Costantinopoli dal 886 al 912, con le sue arti magiche aveva dato vita a una tartaruga invisibile che di notte puliva le strade mangiando la sporcizia e poi vomitandola in mare.

«Che cosa avrei dato, in Oriente, per farmi amico un eunuco. Ma sono inabbordabili» (Gustave Flaubert).

Secondo Mark Twain la moschea di Santa Sofia è «il più rugginoso vecchio granaio della paganità»: «L’interno della cupola è decorato tutt’intorno da un mostruoso fregio in caratteri turchi, realizzato in mosaico d’oro, che dardeggia come l’insegna di un circo; le pavimentazioni e le balaustre di marmo sono tutte screpolate e sporche; la prospettiva è sabotata ovunque da una rete di corde che pendono dalla vertiginosa altezza della cupola e alla quale sono attaccate innumerevoli, tetre e rozze lampade, nonché uova di struzzo, a sei o sette piedi di altezza dal suolo».

«Nel suo stato attuale, Santa Sofia assomiglia a un gran caravanserraglio di Dio» (Alphonse de Lamartine).

Secondo una leggenda, quando i musulmani entrarono nella chiesa di Santa Sofia, il prete che stava celebrando messa prese il vasellame sacro ed entrò in un muro delle navate che si era misteriosamente aperto proprio per farlo passare. Si narra che il prete sia ancora nascosto nelle mura e che ne uscirà quando Santa Sofia sarà restituita al culto cristiano.

Si crede che una porta di Santa Sofia sia fabbricata col legno dell’Arca di Noè.

Davanti al monastero di Santa Sofia c’era una grossa colonna «larga come tre braccia d’uomo e alta cinquanta tese» (Robert de Clari). In marmo ricoperto di bronzo, sovrastata da una pietra lunga e larga quindici piedi. Sopra alla pietra, un cavallo di bronzo cavalcato da un imperatore, anch’esso di bronzo. L’imperatore in una mano teneva una mela d’oro sormontata da una croce. Sulla sua testa e intorno alle zampe del cavallo nidificavano almeno una decina di cicogne.

Corrado Alvaro scrive di quel deputato di Istanbul che voleva fare della piazza di Santa Sofia una specie di «Place de la Concorde»: «Occorreva, diceva il deputato, demolire i due bagni cinquecenteschi che dividono la piazza: “Sono antichi, egli diceva, antichi di alcuni secoli; ma noi abbiamo tanta di questa roba nella nostra città”» (1931).

L’imperatrice Maria d’Alania vista da Anna Comnena: di statura altissima, sottile «come un cipresso», pelle bianca e viso ovale, guance «colore di myosotis o di rosa». Sopracciglia rosse, alte, arcuate, «lo sguardo di un blu verde iridescente da uccello rapace». «Chi avesse anche per un attimo veduto avanzare Maria, o all’improvviso se la fosse trovata immobile davanti, rimaneva lui stesso stupefatto, paralizzato nel gesto, svuotato, quasi avesse perso anima e senno. E pareva si fosse animata in compenso una statua, per un sortilegio erotico agli occhi degli uomini sensibili al bello» (1148 ca).

L’imperatrice Irene Ducas «gli uomini baldanzosi li raggelava subito, mentre quelli che davanti a lei si paralizzavano per paura, li rassicurava senza bisogno di parole» (Anna Comnena, 1148 ca).

L’imperatore Costantino VII appassionato di automi. Di fronte al suo trono aveva fatto mettere un albero in bronzo dorato con i rami pieni di uccelli meccanici di specie diverse: ciascuno emetteva il proprio canto. Lì accanto alcuni enormi leoni dorati, che sferzavano il pavimento con la coda e ruggivano aprendo le fauci. Lo stesso trono, grazie a un ingranaggio, si alzava tanto da sembrare sollevato da terra.

Liutprando da Cremona in visita a Costantino VII: «Mi prosternai per tre volte in adorazione, mentre era seduto sul suo trono ben saldo per terra, e quando rialzai la testa lo vidi parato di vesti diverse e sollevato fin quasi al soffitto». L’imperatore potè rivolgersi a Liutprando solo per bocca di un logoteta: «Da quell’altezza, anche volendo, non poteva parlare di persona: sarebbe stato poco elegante».

La Cisterna Basilica misura 140 metri per 70 e poteva contenere fino a 70.000 metri cubi di acqua. Ha 336 colonne alte 8 metri, quasi tutte dotate di capitello corinzio. La sua esistenza completamente dimenticata finché non la riscoprì Pierre Gilles a metà del Cinquecento.

Edmondo De Amicis visitando la Cisterna Basilica. «Le acque verdastre si perdono sotto le volte nere, rischiarate qua e là da un barlume di luce livida che accresce l’orrore delle tenebre. La fiaccola colora di fuoco gli archi vicini alla porta, fa luccicare i muri sgocciolanti, e rivela confusamente file sterminate di colonne che intercettano lo sguardo da tutte le parti, come i tronchi degli alberi in una fittissima foresta allagata».

Secondo Nicolas de Nicolay le donne turche andavano ai bagni per amoreggiare tra loro: «Talora concepiscono un amore ardentissimo le une verso le altre, come se fossero uomini, a tal punto che, quando abbiano posato gli occhi su una fanciulla o donna di superba bellezza, non si daranno pace finché non saranno riuscite a bagnarsi con lei, per maneggiarla e tastarla dappertutto».

Leggenda della pietra della fanciulla. Mentre si costruiva Santa Sofia, una ragazza prese una grossa pietra, se la mise sulla testa e cominciò a portarla verso la chiesa in costruzione. Fu fermata da un demone: le disse che i suoi sforzi erano vani perché la chiesa era già stata ultimata. La ragazza posò la pietra e corse a Santa Sofia. Vedendo che i lavori procedevano, tornò indietro per prendere il masso, ma non riuscì più a sollevarlo. Quando un giovane nutriva dubbi sulla verginità della fidanzata, la conduceva alla Pietra della fanciulla: se la ragazza riusciva a passare attraverso un’apertura praticata nella roccia, era ancora vergine.

Tra le donne di Costantinopoli, dice Antonio Baratta (1831), le più belle erano le turche: «Gli occhi soprattutto, la bianchezza delle carni, e la vivacità dei colori del viso, sono tali che è meglio non parlarne».

«In mezzo alle Turche e alle Armene belle e floride, ma che toccan quasi più i sensi di quello che parlino all’anima, si riconoscono alla prima, con un sentimento di grata meraviglia, i visi eleganti e puri delle Greche, illuminati da due occhi pieni di pensiero» (Edmondo De Amicis).

«Chi vuol proprio vivere l’Oriente coi sensi ascolti la Costantinopoli d’oggi che or ora abbiam guardata. A Pera i claksons ruggono, con più frastuono e meno necessità che nella stessa Milano; a Pera e a Stambúl, di qua e di là dal Corno d’Oro, per tutte l’ore della mattina, mille venditori ambulanti offrono ciascuno la sua merce – tappeti o pesce grasso del Bosforo, calze o cavolfiori – con cadenze gutturali che a volte ricordano stranamente le voci della strada pelrmitana» (Giuseppe Antonio Borgese, 1926).

«Trovo detestabili, quasi fossero degli intrusi venuti a profanare il territorio che amo, tutti quei perdigiorno scaricati dall’Orient Express, che passeggiano per la città senza tributare quel rispetto e quello stupore che la vecchia Stambul esige ancora» (Pierre Loti, 1890)

«Seguendo l’hamal (facchino), che si dirigeva verso l’alloggio prenotato per me, affondavo in un dedalo di strade e stradine strette, tortuose, ignobili, orribilmente lastricate, piene di buchi e di pantani, affollate di cani lebbrosi, di asini carichi di travi o di calcinacci; e il miraggio sfolgorante offerto in lontananza da Costantinopoli svaniva rapidamente. Il paradiso diventava cloaca, la poesia prosa e mi domandavo, con una certa malinconia, in che modo quelle brutte stamberghe avessero potuto assumere, nel gioco della prospettiva, un aspetto così seducente, un colore così tenero e vaporoso» (Théophile Gautier, 1852).

I greci di Costantinopoli secondo Marthe Bibesco: «Scimmie per la lunghezza delle braccia, uccelli notturni per il pallore del becco, hanno un torso pesante che poggia su gambe gracili dai piedi volti all’infuori».

«A ogni passo ci suonava nell’orecchio un grido. Il facchino turco urlava: - Sacun ha! – (Largo); il saccà armeno, portatore d’acqua: - Varme su! – l’acquaiolo greco: - Crio nero! – l’asinaio turco: - Burada! – il venditore di dolci: - Scerbet! – il venditore di giornali: - Neologos! – il carrozziere franco: Guarda! Guarda! Dopo dieci minuti di cammino, eravamo assordati» (Edmondo De Amicis, 1873).

Giacomo Casanova a Istanbul fu invitato a colazione da un Ismail Effendi che, al termine del pasto, gli si offrì. Rifiutato con fastidio l’approccio, se ne andò subito. Il giorno successivo quello tornò alla carica: invitò il veneziano a pesca e poi a cena nella sua lussuosa dimora. Ormai notte, lo condusse in un padiglione con piscina, a sbirciare tre ninfe intente a fare il bagno: «Si facevano vedere, con la scusa di asciugarsi, da ogni angolazione immaginabile e in tutte le posizioni». A questo punto Ismail, notando l’eccitazione irrefrenabile di Casanova, lo invitò a sfogarsi su di lui. Indi si scambiarono i ruoli: «Dovetti poi rassegnarmi a ricambiare il favore, poiché se non l’avessi fatto mi sarei mostrato non solo scortese ma anche ingrato, il che in vita mia non sono mai stato. Del resto, in vita mia, non sono mai stato né così fuori di me né così eccitato».

«Siamo passati (e niente più) nei bordelli per finocchi. Ho visto prostituti che compravano golosità col denaro del proprio culo, l’ano restituendo allo stomaco quello che normalmente gli viene fornito» (Gustave Flaubert, 1850).

La prostituta sedicenne che, in un bordello di Istanbul, chiese a Flaubert di potergli guardare i genitali prima di coricarsi con lui, per controllare che non fosse malato. «Ora, siccome ho ancora un indurimento alla base del glande e avevo timore che se ne accorgesse, ho fatto il signore: sono saltato giù dal letto gridando che mi sentivo insultato».