Francesco Specchia, Libero 6/2/2011, 6 febbraio 2011
TRUFFE,TANGENTI,LAZZARONI MA CHE COSA SUCCEDE IN VENETO?
Che cosa sta succedendo al mio Veneto, terra di stakanovisti invincibili («Tasi e tira» sussurrava l’alpino anziano alla recluta...) e di dedizione a patria, famiglia e lavoro -non necessariamente in quest’ordine-?
Cosa è accaduto al “palazzo di vetro” della Regione di Rovigo, dove gli unici a non esser trasparenti erano gl’impiegati? Ovvero ben 115 travet che durante l’orario d’ufficio, transumavano allegramente dal supermercato al bar (col picco d’assenteismo durante i tour nel mercatino settimanale in centro città): tutti, ieri, sono stati inchiodati dalle telecamere della videosorveglianza, e denunciati per truffa ai danni dello Stato. Sembra un film di Totò, ma siamo nel profondo nord est. E perché nella Treviso della correttezza imprenditoriale spuntano, ora, ciechi che smanettano al pc e paraplegici che ballano la salsa: un germinare di falsi invalidi che ricorda la Napoli delle licenze democristiane? E che cosa ha spinto integerrimi funzionari della Provincia di Venezia ad immergersi, all’improvviso, nella palude degli appalti truccati tra le mazzette, i cantieri e le cene mignottare di una nuova Tangentopoli?
LA TERRONIZZAZIONE
C’è, oggi, un’aria di impunità e immoraltà diffusa nella regione che mi ha cresciuto all’etica del sacrificio. Mi sfugge la causa. Ad usare una metafora tellurica, i boati che da qualche tempo s’avvertono dalle viscere dell’altipiano del Cansiglio -meteorismi tra Treviso e Bellunooggi si possono leggere come assestamenti nella morale dei miei conterranei. Pare che il Veneto si sta terronizzando. Laddove l’etimo “terrone” intenda lo spregio totale del senso dello Stato, già evocato negli anni ’40 dalle “due Italie” descritte nella “Questione meridionale” di De Robertis. Il mulo veneto, dunque, stufo di tirar el careto, s’è fatto furbo.
Eppure mi sfrigola sempre in testa l’orgoglio dei padri imperturbabili alla lusinga del soldo facile, uomini sani da accento e cuore sdruccioli. Eppure non esiste soltanto la Treviso dei truffatori, la Venezia degli appalti facili o la Padova della Parentopoli universitaria (altro scandalo di questi giorni). Eppure, il Veneto del rigore è vivissimo e lotta insieme a noi. Alle 170 ore di videoriprese degli assenteisti rovigotti, allo sfarfallio delle tessere magnetiche, dei fogli di presenza, dei loro permessi d’uscita dagli uffici del Genio Civile e dell’Ispettorato all’Agricoltura; insomma, a tutta questa tristezza, mi si sovrappone l’immagine degli imprenditori che, a pochi mesi dall’alluvione si smazzarono per ricostruire a mani nude i capannoni e riaccendere l’economia. Alle assunzioni politiche a grappolo nelle municipalizzate patavine, mi fa da contraltare il piano -casa governativo che proprio qui ha innescato il ciclo virtuoso nella filiera dell’edilizia (12mila istanze nei primi nove mesi del 2010, in crescendo...).
Ed è vero che sono decine e decine i lavori eseguiti due volte -una per finta, previa bustarella da 5 milioni di euro e/o prestazione sessualenelle caserme di carabinieri e vigili del fuoco o nelle scuole della laguna. Ma è altrettanto vero che sono molte di più le aziende autodotatesi di codice impermeabile alle raccomandazioni, come il Casinò di Venezia; o le istituzioni che, come l’Asm dei parcheggi, hanno inserito nel proprio bando il divieto d’assunzione dei parenti di primo grado, di conviventi e affini. E non è un mistero che giusto Venezia, considerata dai magistrati l’epicentro del reato patrimoniale, sia per gli statistici la città d’arte e turistica meno indebitata d’Italia. Il problema non sono i veneti, “solidi etnologicamente fino all’antipatia”, come scrisse il friulano Gian Mario Villalta nel saggio “Padroni a casa nostra” (Mondadori).
IL PUBBLICO IMPIEGO
Il problema, semmai, sono i veneti risucchiati tra le spire della pubblica amministrazione. Fateci caso. Il nuovo Veneto che truffa e ruba è figlio degenere dell’impiego statale. Il settore Pubblico sia esso edilizia, università, terziario di serviziospesso asfalta i meriti e illividisce gli entusiasmi: e può indurre alla mediocrità, in una pestilenza che travalica i confini geografici nascendo da una classe politica terrificante. Certo, dinnanzi ai miei corregionali toccati dal contagio, mi sale meno la voglia di urlare contro -per direla babele dei dipendenti della Regione Sicilia, che vanta un costo del personale 12 volte superiore a quello del Veneto (1miliardo e 782 milioni contro 151 milioni). Ma, appena temo che il contagio possa invadere la memoria collettiva, penso alla corazza dei veneti. Rileggo Zanzotto, Rigoni Stern e Saviane. Osservo gli alpini. E mi convinco che per tutta questa gente, allenata da anni a trasformare i dolori in sorrisi, i valori restano d’anima e roccia...