Alessandro rivali, Libero 6/2/2011, 6 febbraio 2011
«QUANDO WOJTYLA FURIOSO MI DISSE: CHE CI FA UN SINDACO PCI A ROMA?»
Cesare Cavalleri è direttore di Studi cattolici fin dal 1965. Dopo gli studi universitari in economia e una tesi in statistica sulla frequenza del fonema «doppio zeta» (zz) nei Pensieri del Leopardi, ha orientato i suoi interessi verso il mondo dei libri, diventando uno dei più severi (e temuti) critici letterari.
Nei quattro volumi di Persone & parole ha raccolto i pezzi di società e costume usciti su Avvenire. Abbiamo intervistato Cavalleri a pochi giorni dall’uscita in libreria del numero 600 di Studi cattolici. Dall’economia e dalla statistica a dirigere un mensile di cultura, perché, come e quando? «Quand’ero assistente di statistica all’università di Verona collaboravo con l’Arena e con Studi cattolici, allora a Roma. Quando, nel 1965, la rivista si trasferì da Roma a Milano mi fu offerta la direzione e così l’hobby diventò professione, mentre la statistica restò hobby per un po’, e poi asintoticamente l’ho dimenticata». Cos’era Studi cattolici al suo arrivo nel gennaio del 1965? «Era una bellissima rivista che stava iniziando la trasformazione da “Rivista di teologica pratica” in “Mensile di studi e attualità”, com’è oggi. L’Ares aveva pubblicato libri di teologia e di spiritualità: col tempo si sono aggiunte le collane Faretra – Riflessioni su temi fondamentali, Sagitta – Interventi di attualità, Narratori, Profili, Smeraldi e altre. Ares è l’acronimo di Associazione Ricerche e Studi, ma è anche l’altro nome di Marte, e non mi dispiace». Cosa fu l’esperienza di Fogli negli anni di Verona? «Era una rivista di cultura giovanile, uscì dal 1964 al 1970. Facemmo in tempo ad avere una polemica con Montale a proposito del trapasso generazionale. Fra gli altri, con Arrigo Cavallina, che divenne esponente dei Pac (Proletari Armati per il Comunismo), fu il «cattivo maestro» di Cesare Battisti, e durante la detenzione rinnegò nobilmente il suo passato. L’Ares ha pubblicato le sue memorie con il titolo Quella piccola tenda d’azzurro».
L’incontro con l’Opus Dei come avvenne? Un ricordo personale di san Josemaría Escrivá? «L’incontro avvenne nel 1958, durante gli studi universitari. Ho incontrato più volte il Padre e non posso ricordarlo senza un tuffo al cuore».
Come si consumò la rottura con la teologa Adriana Zarri? «La Zarri pubblicò su Studi cattolici cose bellissime. Fu lei a considerarci “nemici” dopo che aveva intrapreso la deriva antigerarchica».
Per lei Marco Pannella resta sempre un profeta di morte? «Gli anni non l’hanno migliorato, né reso più saggio».
La sua vita è una collezione di incontri. Un cammeo per Buzzati, Quasimodo e Ungaretti. «Buzzati è l’autore della mia giovinezza. Lo andai a trovare più volte al Corriere, e scrisse per Studi cattolici una testimonianza molto cattolica. Incontrai Quasimodo prima del Nobel: nonostante la fama di burbero fu gentilissimo e mi diede eccellenti consigli per le mie poesie: infatti poco dopo smisi di scriverne. Di Ungaretti mi rimane la sua delusione e il suo cruccio nel vedere Pasolini che “si sta dissipando”». L’amicizia con Mario Pomilio e Fortunato Pasqualino?
«Pomilio accettò le mie riserve teologiche sul suo Quarto Evangelio, che resta un capolavoro. Pasqualino era un
grande affabulatore, la sua ricchezza interiore e la sua cultura non furono adeguatamente travasate nei suoi libri».
I tre aforismi preferiti?
«”La bellezza è difficile” (Platone); “Non fare agli altri quello che vorresti fosse fatto a te: potrebbero avere gusti diversi” (Oscar Wilde); “Ci sono imbecilli superficiali e imbecilli profondi” (Karl Kraus)».
La corrispondenza più bella?
«Di Nicola Lecca, giovane scrittore che considero bravissimo. Nel mio epistolario privato ho bellissime lettere di Giorgio Caproni, di Geno Pampaloni, di Giovanni Raboni, compresa una sfuriata di Mario Luzi inviperito per una mia stroncatura».
Il libro Ares che le ha dato più soddisfazioni? «A parte le opere di san Josemaría, Il Cavallo rosso di Eugenio Corti».
Fu il primo a pubblicare un libro di Giovanni Paolo II in Italia. Come andò? «Il card. Wojtyla era stato intervistato da “Studi cattolici” e ci aveva mandato alcuni articoli. Li radunammo in un instant book che fece conoscere il nuovo papa. Giovanni Paolo II stesso regalò il libretto, insieme a un panettone, a tutti i dipendenti vaticani per il Natale 1978».
Un aneddoto personale su Giovanni Paolo II? «Ho partecipato tre volte alla Messa
nella sua cappella privata, e una volta mi trattenne a colazione con Alberto Michelini. Erano gli anni del Convegno Evangelizzazione e promozione umana, e il Papa commentò: “Tanti convegni con il bel risultato che Roma adesso ha un sindaco comunista” (era Giulio Carlo Argan)».
La classifica dei primi tre poeti del ‘900?
«Saint-John Perse, Ezra Pound, Eugenio Montale». Cosa pensa di Ennio Flaiano? «Tutto il bene possibile. Era un vero moralista, cristiano».
È sempre convinto che Calasso sia il maestro della dissoluzione? «L’Ares ha pubblicato Gli Adelphi della dissoluzione, e non ho rimpianti. Mi sembra, tuttavia, che Calasso stia avendo un’evoluzione positiva».
È vero che pubblicò Il Cavallo rosso senza averlo mai letto? «Avevo tale fiducia nell’amico Eugenio Corti che dissi immediatamente di sì alla pubblicazione. E quando ebbi in mano il manoscritto, ne fui abbagliato e commosso».
I primi tre narratori del ‘900?
«In Italia: Eugenio Corti, Dino Buzzati, Alessandro Spina. Altrove: Milan Kundera, Sándor Márai, Irène Némirovsky».
I tre italiani più scarsi e sopravvalutati?
«Umberto Eco, Dario Fo, Margaret Mazzantini». Tre da rivalutare?
«P. M. Pasinetti, Neri Pozza, Angelo Fiore». È davvero convinto che I promessi sposi siano un romanzo nichilista?
«La dimostrazione è nel commento di Aldo Spranzi al capolavoro manzoniano, che l’Ares ha in corso di pubblicazione con il titolo Alla scoperta dei Promessi sposi».
Quando nacque la reciproca inimicizia con Umberto Eco? «Nessuna inimicizia, da parte mia. Esprimo valutazioni letterarie: non giudico la persona. Ammiro la sua straordinaria intelligenza, che nel suo caso è un’aggravante».
La stroncatura che ricorda con più gusto? «La recensione al Cimitero di Praga di Umberto Eco, uscita sulle vostre pagine, mi pare divertente e centrata».
Tra le passioni più imprevedibili la Vanoni e Patty Pravo. Perché? «Passione è parola grossa. Simpatia, apprezzamento per Ornella e Patty, mi accompagnano da decenni».
È vero che è infatuato della Callas?
«Verissimo. Ne possiedo la discografia completa». Una riflessione sul caos della politica italiana?
«L’ha ben detto Ennio Flaiano: “La situazione è grave, ma non seria”». Il futuro è ancora Berlusconi? E Bersani?
«Berlusconi (mio coetaneo) è giovane: è in politica dal 1994. I suoi avversari vi stazionano da parecchi decenni. Bersani mi sembra una brava persona, ma idee politiche non ne ha espresse». Una battuta sul fenomeno Checco Zalone?
«Molto simpatico. La sua trovata sul relativismo scevro è geniale».