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 2011  gennaio 29 Sabato calendario


Il censimento del 1861 [Scaricato così com’era] Il censimento generale del 1861 accertò l’esistenza di colonie italiane, già abbastanza numerose, sia nei Paesi di Europa e del bacino mediterraneo sia nelle due Americhe, infatti dai dati emerge la seguente situazione: Francia, 77

Il censimento del 1861 [Scaricato così com’era] Il censimento generale del 1861 accertò l’esistenza di colonie italiane, già abbastanza numerose, sia nei Paesi di Europa e del bacino mediterraneo sia nelle due Americhe, infatti dai dati emerge la seguente situazione: Francia, 77.000; Germania, 14.000; Svizzera, 14.000; Alessandria d’Egitto, 12.000; Tunisi, 6.000; Stati Uniti, 500.000; Resto delle Americhe, 500.000. Emigrati italiani presenze in America e in Europa 1861 In pochi decenni, però, il rapporto si invertì, sia a causa dell’intenso ritmo di accrescimento demografico, sia per le poco floride condizioni economiche (in parte dovute alla tariffa protezionistica dell’87, che sacrificò l’agricoltura all’industria), che non permettevano di assorbire l’eccesso di manodopera. Negli ultimi anni del secolo XIX, la quota fornita all’emigrazione complessiva dall’Italia settentrionale diminuì (da 86,7% nel 1876 a 49,9% nel 1900) mentre crescevano quella dell’Italia meridionale e insulare.(da.6,6%.a.40,1%).e dell’Italia centrale.(da.6,7.a.10%) (vedi grafico). Variazioni percentuali dell’emigrazione in Italia negli anni 1876 e 1900 divise per Compartimenti L’analisi e il controllo del fenomeno, in questo periodo iniziale, furono trascurati, infatti, la sola legge varata dal Parlamento fu la n. 5877 del 30 dicembre 1888, che peraltro si limitava a sancire quasi esclusivamente norme comportamentali. Tale legge affidava alla polizia, il controllo per arginare il fenomeno dei molteplici abusi, ad opera di chi si occupava di reclutare manodopera a basso costo. La situazione migliorò e i soprusi degli speculatori cessarono, solamente quando fu approvata una legge organica dell’emigrazione e fu creato un organo tecnico specifico per l’applicazione della legge stessa: 1. furono abolite le agenzie e subagenzie; 2. il trasporto fu consentito solo sotto l’osservanza di determinate cautele e garanzie; 3. si crearono organi pubblici, per fornire le necessarie informazioni ai desiderosi di espatrio; 4. si stabilirono norme per l’assistenza sanitaria e igienica, per la protezione nei porti e durante i viaggi e, successivamente, anche per la tutela giuridica dell’emigrazione e la disciplina degli arruolamenti per l’estero. EMIGRAZIONE NEL FASCISMO PREMESSA Il flusso migratorio che dall’Italia partiva alla volta degli Stati Uniti, rimase per molti anni di consistenza cospicua. Il continuo ingresso di nuovi emigrati, esasperò i rapporti fra Stati Uniti e Italia, tanto che questi misero dei limiti ferrei per controllare l’ingresso degli stranieri sul loro suolo. Uno dei Paesi maggiormente colpiti da queste limitazioni fu l’Italia, che tentò in un primo tempo di ottenere una dispensa speciale dal governo Americano in modo da aumentare il numero di permessi di ingresso annui, ma vistasi negare qualsiasi favoritismo, Mussolini, allora capo del governo intraprese la strada del colonialismo. Nell’atmosfera di sostanziale cordialità che caratterizzò i rapporti fra Italia e Stati Uniti durante il periodo fascista, il problema migratorio costituì il principale punto di attrito, rischiando, in alcuni momenti, di deteriorare le relazioni anche sul piano diplomatico. All’origine di tale attrito fu anzitutto un fatto oggettivo: la drastica riduzione dei contingenti di immigrati ammessi negli Stati Uniti. sancita dalle leggi americane del 1921 e del 1924, che determinò una grave crisi nell’economia italiana. Infatti, mentre, in precedenza, l’Argentina e il Brasile avevano costituito le mete privilegiate della forza lavoro italiana in cerca di occupazione, a partire dall’ultimo decennio del secolo XIX, l’America del Nord era diventata la valvola di sicurezza primaria al tradizionale squilibrio fra popolazione e risorse. Ulteriore causa di frizione fu poi l’opposizione di Mussolini alla naturalizzazione degli emigranti italiani, che contrastava apertamente con la propensione statunitense ad una rapida assimilazione dei gruppi etnici esterni nel contesto demografico del paese, "in America - scrive un corrispondente dell’epoca - ci si doveva andare soltanto ed unicamente per diventare americani" . Dopo una fase di assenteismo dello Stato, fino ai primi del ’900 ed una fase ’sociale’ , che coincise con l’istituzione del Commissariato all’Emigrazione, durante la quale ci si limitò a tutelare l’interesse del singolo emigrante, senza entrare nel merito del suo futuro status di cittadino, con l’avvento del fascismo, l’emigrazione italiana in generale e quella verso gli Stati Uniti in particolare entrò in una Fase "politica". Quale riflesso delle istanze nazionalistiche insiste nella filosofia fascista, al disinteresse dei governi liberali si sostituì una presenza costante, intesa a fare degli emigranti delle vere e proprie colonie italiane all’estero. Più precisamente, essi avrebbero dovuto costituire "una compatta forza politica, manovrabile dalle autorità di Roma per essere finalizzata ag1i interessi della madre patria". Questa concezione era già stata anticipata, sul finire del 1921, dall’ambasciatore a Washington, Rolandi Ricci, il quale si era proclamato "guardiano della colonia italiana in America". La ’sinistra’ impressione, provocata dalle dichiarazioni del diplomatico sull’opinione pubblica statunitense, che le aveva interpretate come un preteso conflitto fra gli interessi degli immigrati e quelli degli americani, era stata mitigata da un discorso del generale Diaz alla Italian Society di Baltimora, nel quale egli esortava gli italiani a rimanere tali nel cuore, ma al tempo stesso ad essere leali cittadini americani. In ogni caso, solo poche settimane dopo la presa del potere, lo stesso Mussolini affermava esplicitamente che da quel momento in poi "gli emigrati avrebbero dovuto essere considerati mezzi di irradiazione delle idee e dei prodotti italiani, e l’emigrazione parte integrante della politica estera italiana". Fu, del resto, nel quadro di questa nuova concezione politica dell’emigrazione che il Commissariato all’Emigrazione venne abolito come organo autonomo per essere riunito al Ministero degli Esteri e, nel 1927, fu completamente soppresso e sostituito dalla Direzione Generale degli Italiani all’Estero, nell’ambito dello stesso Ministero. L’ascesa al potere di Mussolini, coincise con il clima di risentimento e di frustrazione che, in Italia, seguì le prime misure restrittive prese dal governo americano con l’Immigration Act del 1921. All’emanazione del decreto, aveva indirettamente contribuito anche la politica italiana dell’immediato dopoguerra. Molti dei provvedimenti, varati durante il periodo bellico per impedire la dispersione delle forze necessarie alla difesa del Paese, erano stati soppressi, e il governo, allarmato dagli scioperi e dalla crescente disoccupazione, aveva favorito, al massimo, l’emigrazione. Flussi altrettanto cospicui giungevano contemporaneamente negli Stati Uniti dall’Europa orientale (Russia, Austria, Romania), spinti, in alcuni casi, da ragioni politiche oltre che economiche. Inevitabilmente, nel mondo del lavoro vennero ad acuirsi i già latenti conflitti dovuti alla concorrenzialità della manodopera straniera. Era inoltre comprensibile che il governo di Washington, preoccupato dalla percentuale sempre maggiore di stranieri, rispetto al naturale incremento della popolazione, decidesse di arginare un fenomeno, che minacciava seriamente l’omogeneità etnica della Federazione. Come abbiamo visto, le immigrazioni più consistenti, si riferivano infatti a popoli di tradizione e cultura diverse da quella anglosassone, che aveva conferito alla nazione americana la sua naturale fisionomia. Ragione non ultima di questo protezionismo demografico era il timore di un’infiltrazione di elementi "sovversivi", importatori delle idee e dell’influenza del radicalismo europeo. L’Immigration Act del 1921, mirava comunque chiaramente a privilegiare le componenti etniche tradizionali. La quota di immigrati da ciascun Paese, non poteva infatti superare il 3 per cento del numero di cittadini di quello stesso Paese, già residente negli Stati Uniti. Inoltre con il pretesto, ampiamente confutabile, che i dati del censimento del 1920 non erano ancora definitivi; i contingenti venivano stabiliti in base al censimento del 1910, e cioè in data precedente rispetto ai grandi flussi immigratori provenienti dall’Europa Orientale e Meridionale. Violente ed immediate scoppiarono le reazioni dei Paesi più direttamente colpiti dal provvedimento, ed in primis dell’Italia, le cui più forti correnti migratorie verso la Federazione avevano appunto avuto luogo fra il 1910 e il 1914. Anzitutto, sosteneva l’ambasciata italiana a Washington, la decisione di adottare il censimento del 1910 veniva ad alterare arbitrariamente una realtà etnica di fatto, per rifarsi a dati vecchi di dieci anni, che non trovavano più alcuna rispondenza con la situazione attuale. Ed essa veniva interpretata, da alcuni degli stessi ambienti del Congresso, come intesa a fare della legge "un sistema selettivo per favorire alcune nazionalità a scapito di immigranti provenienti da Paesi meno graditi". Fra questi, appunto, l’Italia, nei cui riguardi, peraltro, il provvedimento veniva a contrastare con lo spirito e la lettera del Trattato di Commercio del 1871 , che prevedeva il trattamento di nazione più favorita. Altrettanto decisamente veniva inoltre contestata la proposta di alcuni membri del Congresso di assegnare l’immigrante ad una determinata quota non già in base alla nazionalità risultante dal passaporto, bensì in funzione del luogo di nascita. Una simile clausola, non solo avrebbe impedito alle varie nazioni ogni tipo di programmazione in campo migratorio, ma anche un’adeguata tutela dei propri cittadini, i quali, al momento della partenza dal Paese di adozione, si sarebbero trovati dell’impossibilità di sapere se la quota, mensile, del Paese, ove erano nati, si fosse, nel frattempo, esaurita o meno. Formalmente, la posizione del governo italiano era ineccepibile. In realtà, un criterio così aleatorio, quale il Paese di nascita, mirava ad eludere la possibilità, di cui anche gli italiani abusarono in una certa misura dopo l’emanazione dell’Immigration Act, che i potenziali immigranti riuscissero a farsi ammettere negli Stati Uniti, assumendo temporaneamente la nazionalità di un altro Paese, il cui contingente non era ancora stato coperto. Le proteste italiane ebbero quindi ben poca risonanza e dopo l’approvazione del decreto da parte della Camera dei Rappresentanti, i dibattiti al Senato per l’emendamento o meno della quota del 3 per cento, vennero aggiornati con la decisione di estendere l’applicazione del provvedimento al giugno 1923. Oltretutto il Dipartimento di Stato rifiutò costantemente di ammettere che la legge prevedesse un qualsiasi trattamento discriminatorio nei riguardi dell’Italia, contrario al trattato del 1871 , declinando peraltro ogni responsabilità sulle delibere del Congresso, che erano di stretta competenza degli organi legislativi. Malgrado questa ferma presa di posizione dell’Esecutivo sul piano diplomatico, la questione non mancava di sollevare accese polemiche negli stessi Stati Uniti. Allo scopo di salvaguardare gli alti salari operai dalla concorrenza della manodopera straniera, le organizzazioni sindacali facevano pressione sui poteri pubblici per rendere ancora più rigorose le disposizioni restrittive. Per contro, gli industriali, allarmati dal crescente costo del lavoro, che incideva sempre più pesantemente sulle spese di produzione, auspicavano una riforma della legge in senso opposto. Fidando in questa seconda tendenza, gli italiani si illudevano che le restrizioni del 1921 non fossero che misure transitorie e che presto gli americani, "trovandosi a corto di braccia per i lavori agricoli ed edili, sarebbero stati indotti a riconoscere l’errore commesso ed a porvi riparo". Nei primi mesi di governo, Mussolini non perse occasione per sottolineare a Washington l’importanza di una collaborazione in campo migratorio e tentò di rimuovere, almeno formalmente, ogni possibile motivo di diffidenza degli americani. Alla tradizionale eccedenza di manodopera si aggiungeva infatti una questione di ordine contingente, nel senso che una liberalizzazione delle quote di immigranti ammesse negli Stati Uniti avrebbe consentito di attutire l’impatto del programma fascista per una riduzione degli effettivi sia nei servizi pubblici che nell’esercito. Ad alimentare le illusioni di Roma, giunsero, ai primi di novembre del 1922 le dichiarazioni del Segretario di Stato al Tesoro, il quale, "constatato il rincaro del costo della vita, provocato dalla penuria di manodopera, auspicava una modifica delle restrizioni all’immigrazione, che permettesse l’ingresso negli Stati Uniti di un maggior numero di lavoratori, limitando, al contempo, l’introduzione di immigranti non lavoratori". Mussolini non perse tempo per sfruttare l’apertura di Washington. Il giorno immediatamente successivo, convocò i rappresentanti della stampa americana a Roma e, dilungandosi sui benefici effetti che avrebbero potuto derivare da una combinazione del capitale americano e del lavoro italiano, concordò pienamente sulla opportunità di una emigrazione selettiva. In quest’ottica, egli suggeriva che la quota di immigranti italiani negli Stati Uniti venisse aumentata dalle attuali 42.000 unità alle 100.000 unità annue. L’efficacia della linea seguita dal duce sembrò confortata da una comunicazione "riservata" da Washington, secondo la quale il presidente Harding sarebbe stato sul punto di chiedere al Congresso "l’ammissione di lavoratori qualificati dei quali gli Stati Uniti sentivano fortemente la necessità". Ogni speranza era tuttavia destinata ben presto a cadere. Alle pressioni di Mussolini presso l’ambasciata americana a Roma per conoscere le reazioni di Washington alla propria proposta ed alle conseguenti sollecitazioni dell’incaricato d’affari, Gunther, per una risposta quanto meno interlocutoria, l’Ambasciatore americano rispondeva "di rendersi perfettamente conto dell’importanza del problema, e di riservarsi di tenere al corrente la sede di Roma, di ogni successiva istanza, che fosse stata avanzata dal nuovo ambasciatore a Washington, Caetani". Accoglienza altrettanto negativa, ebbero nei mesi successivi i sondaggi di Caetani presso il Sottosegretario al Lavoro, J. Davis, circa un possibile maggiore assorbimento di manodopera agricola italiana, per colmare le carenze nel settore, denunciate dal Department of Agricolture. Nessuna reazione ufficiale seguì alla conferenza stampa rilasciata ai giornalisti americani dal Commissario all’Emigrazione de Michelis, il quale, sottolineando che a fronte di 42.000 emigranti, che avevano ricevuto il visto di ingresso negli Stati Uniti, rimanevano oltre 200.000 domande inevase, esprimevano l’intenzione del governo italiano di rilasciare permessi di partenza, unicamente ad elementi reputati idonei, in funzione dei programmi agricoli ed industriali della Federazione. Visto il fallimento degli approcci diretti con il governo americano, il duce prese allora l’iniziativa per una Conferenza Internazionale sull’Emigrazione, da tenersi a Roma nel maggio 1924, fra tutti i Paesi direttamente interessati al problema. Il carattere strettamente tecnico e non diplomatico della conferenza, "il cui scopo era di stabilire alcuni principi basilari per le future convenzioni in materia di emigrazione" veniva ripetutamente sottolineato nel memorandum inviato al Dipartimento di Stato per sondare la reazione degli Stati Uniti all’iniziativa. Per ovvie ragioni di "immagine" a livello internazionale, Washington non poteva declinare l’invito italiano. Tuttavia accettò con alcune sostanziali riserve. Doveva infatti rimanere inteso, che le discussioni sarebbero state soggette a certi limiti, come ad esempio il fatto che "l’accettazione degli immigranti costituiva una questione di politica Interna degli Stati Uniti, sulla quale era riconosciuta l’esclusiva autorità del Congresso" .In altri termini, conditio sine qua non era che non venissero messe in discussione le misure restrittive sull’immigrazione. Tali riserve vennero accettate di buon grado dal governo italiano, che mirava ad assicurarsi ad ogni costo la partecipazione statunitense, senza la quale l’intera Conferenza sarebbe stata svuotata di ogni contenuto. Il loro vero significato apparve tuttavia chiaro alcuni mesi più tardi, quando vennero presentati al Congresso, dai Senatori Reed e Johnson, due progetti di legge, che prevedevano misure ancora più severe di quelle decise con l’Atto del 1921. Il memorandum italiano, nel quale veniva fra l’altro raccomandata l’ammissione extra-quota dei parenti dei cittadini già residenti negli Stati Uniti, rimase apparentemente senza risposta. Tuttavia, anche in vista della prossima apertura della Conferenza sull’Emigrazione, Mussolini tentò in tutti i modi di sdrammatizzare la questione, ponendola su un piano di collaborazione internazionale. Nel discorso inaugurale della Conferenza, pronunciato in Campidoglio il 15 di maggio, pur puntualizzando che "i Paesi di emigrazione non dovevano interferire nei problemi dei Paesi ospitanti cosi come i Paesi di immigrazione non dovevano estendere il loro intervento al di là del loro territorio", sottolineava la necessità che "da parte di tutti venisse attuata la più stretta collaborazione, affinché il trasferimento di individui da un Paese all’altro avvenisse con soddisfazione di tutti e nel reciproco interesse". Formalmente il discorso era diretto a tutti e cinquantanove i Paesi partecipanti. In realtà, interlocutore principale era il governo degli Stati Uniti. Chiaro era il riferimento ai progetti di legge Reed e Johnson. Ma se Mussolini nutriva ancora qualche speranza della temporaneità del fenomeno, o magari, cosa oggettivamente abbastanza improbabile, che una qualche eccezione venisse prevista per i lavoratori italiani, queste speranze venivano ben presto deluse. Qualche giorno più tardi, il 26 maggio, veniva emanata la legge Johnson. Il nuovo Immigration Act, costituiva infatti una drastica restrizione, su base permanente, dei flussi immigratori, e fra i Paesi più colpiti era ancora una volta l’Italia, la cui quota annua veniva ridotta a meno di 4000 unità. La legge venne considerata da Mussolini un "vero e proprio insulto nei confronti dell’Italia". L’avere preso come base per la valutazione delle quote il censimento del 1890 privilegiava infatti in modo ancora più eclatante i popoli della "first immigration". E l’Italia si sentiva discriminata a favore dei Paesi del Nordeuropa, ivi compresi gli ex nemici come la Germania, ed accomunata con gli indesiderabili dell’Europa orientale e dell’Estremo Oriente. Gravi ed estese furono comunque le ripercussioni della legge del 1924 sull’economia italiana. Tanto estese da provocare una svolta nella stessa politica migratoria del regime e da far presumere che nel Johnson Act trovi, se non i suoi presupposti, quanto meno una formale giustificazione il successivo espansionismo fascista. Il pregiudizio derivante dalle misure statunitensi in materia di immigrazione andava infatti ben al di là della difficoltà di collocare l’eccedenza di manodopera. Fra l’altro, nel quadro di una situazione economica sempre più precaria, con i caratteri di una congiuntura inflazionistica, a drastica diminuzione delle rimesse degli emigranti contribuiva sensibilmente a peggiorare la bilancia dei pagamenti della quale aveva sempre rappresentato una voce importante. E, indirettamente, concorreva a mettere in pericolo tutta la politica economica e con essa la credibilità del regime, che nella solidità della lira aveva identificato il proprio prestigio, a livello sia nazionale che internazionale. In ogni caso, il Johnson Act chiudeva per sempre la fase storica della grande emigrazione italiana ed occorreva trovare al più presto soluzioni alternative al divario fra popolazione e risorse. Alla luce della situazione economica e politica italiana in quel periodo, tre erano le strade possibili: 1. uno sfruttamento sistematico del territorio per la valorizzazione di tutte le risorse agricole e minerarie; 2. la ricerca di nuovi Paesi di immigrazione; 3. un programma per la colonizzazione di nuove terre. Operazioni di bonifica delle paludi Pontine, Mussolini si occupò in modo attento di questa esigenza. Milano, Civica raccolta stampe Bertarelli. Le regioni di origine La provenienza locale della donna italiana residente all’estero è molto importante, in quanto è soprattutto ad essa che fa riferimento il sentimento d’appartenenza. Nelle pagine a seguire, vi presentiamo un’analisi delle regioni italiane più coinvolte dal fenome Nell’ultimo trentennio del XIX secolo, emigrarono circa 6 milioni di italiani. A questa massa si devono aggiungere i 3 milioni e mezzo di unità che lasciarono l’Italia, dal 1901 al 1906, con punte annue che nel 1905/1906 superarono le 700.000 unità fino a sfiorare le 800.000. Dopo il 1906, il ritmo diminuì progressivamente fino ad arrivare, in seguito al decreto del 6 agosto 1914, che impediva l’emigrazione delle persone soggette alla leva militare, ad una quasi completa stasi: così iniziava una nuova fase. Da quali regioni proveniva quest’enorme massa di emigranti? Secondo i dati dell’Ufficio Centrale di Statistica, sul totale dei 17 milioni 702 mila emigrati degli anni 1876/1930, il 50 % erano originari delle regioni settentrionali; il 10.9 % di quelle centrali, il 27.9 % di quelle meridionali e il 10.6 % delle Isole. (Vedere grafico) Origine degli emigrati italiani divisi per aree geografiche negli anni 1876 / 1930 Queste percentuali complessive sono però scarsamente indicative. Il flusso migratorio delle varie regioni italiane subì, infatti, nel periodo considerato, variazioni sensibili. In un primo tempo l’apporto maggiore, fu del Nord ed in un secondo tempo del Sud. no della migrazione. Dal 1876 al 1887, il primato appartiene al Veneto, Piemonte e Lombardia: queste tre regioni raggiungevano, da sole, il 64.4 % dell’intera emigrazione. Dal 1887 al 1890, il Veneto mantiene il primo posto con una quota ancora più elevata, ma l’emigrazione proveniente da Piemonte Lombardia è ormai minore rispetto a quella della Campania, che occupa il secondo posto a poca distanza dal Piemonte. Dal 1901 al 1914, il Veneto continua a conservare il primato, ma la quota, che rappresentava più del 36 % della massa migratoria, scende al 17 %. Al secondo posto, segue la Sicilia con il 12.6 %; al terzo la Campania con l’11 % e, subito dopo il Piemonte e la Lombardia. L’emigrazione verso le Americhe si può suddividere in tre distinti periodi: quello della prevalenza verso l’Argentina (1877/90); quello verso il Brasile (1891/97) e quello delle correnti migratorie verso gli Stati Uniti. Gli Stati Uniti sono il Paese, che in questo periodo (1875/1913) assorbì il maggior numero di italiani, con oltre 5 milioni di unità, seguito, sempre nel Continente americano, dall’Argentina con 2 milioni e 360 mila unità, e dal Brasile con 1 milione e 300 mila, circa il 44% del totale degli emigrati arrivati in Brasile. A cura di Riziero D’Amico (cl. 2°A – IPSIA)