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 2011  novembre 06 Domenica calendario

LA COOP SONO IO CHI PUÒ DIRTI DI PIÙ? - A

pagina 52, all’improvviso, Turiddo Campaini risolve in una riga e mezzo il punto centrale della sua leggendaria biografia: “In questo stato di cose, fu avanzata la proposta che io dirigessi la nuova organizzazione”. Era il 1973. In quei giorni, a Washington, Richard Nixon e Leonid Breznev firmarono uno storico accordo, che così prescriveva all’articolo 1: “Gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica convengono che uno degli obiettivi della loro politica è di eliminare il pericolo di una guerra nucleare e dell’impiego delle armi nucleari”. Nixon fu di lì a poco spazzato via dallo scandalo Watergate, Breznev morì, il muro di Berlino fu abbattuto, l’Unione Sovietica implose. Ma a distanza di 37 anni Campaini è ancora presidente dell’Unicoop Firenze.
CHI PROPOSE la sua nomina? Chi la votò? E chi ha per 37 anni continuato a giudicare il ragioniere di Montelupo Fiorentino la guida più adatta per una catena di supermercati che oggi ha un milione di soci, fattura oltre 2 miliardi di euro e impiega 8 mila persone? In 155 pagine di autobiografia raccolta da Pietro Jozzelli (Un’altra vita è possibile, Baldini Castoldi Dalai editore, 20 euro) Campaini ignora completamente il tema del potere nelle cooperative rosse. Sicuramente non si tratta di banale reticenza. Il silenzio di Turiddo (toscanissimo figlio di un melomane che all’anagrafe non riuscì a far scrivere esattamente il nome del protagonista della Cavalleria rusticana) vale cento risposte e ci consegna un punto di vista capitalista/comunista che può piacere o meno, ma è sicuramente tutto da leggere.
Da almeno vent’anni le coop rosse sono alle prese con il problema del potere. Fin dal giorno in cui Achille Occhetto pose fine alla storia del Pci, tagliando così, in modo chirurgicamente netto, il cordone ombelicale che legava le cooperative al partito. Seguirono anni di sbandamento, segnati dal coinvolgimento di numerosi manager rossi nel ciclone di Mani pulite. Se prima i capi delle coop erano di fatto comandati dal partito (nazionale e locale), dopo la Bolognina i manager si emanciparono e spesso impararono a rispondere solo a se stessi. Lanfranco Turci, un politico a tutto tondo mandato a guidare la Lega Coop negli anni chiave (1987-1992), denunciò fenomeni di “cesarismo”. L’acme del fenomeno fu raggiunto con la controversa parabola di Gianni Consorte, padre padrone della finanza cooperativa, che impegnò le assicurazioni Unipol nella fallita scalata alla Banca nazionale del Lavoro, finì per questo nei guai con la giustizia e fu espulso dal mondo cooperativo, con motivazioni chiare ma con procedure opache.
Tutta questa storia non risulta a Turiddo Campaini, che però, come i leader comunisti di un tempo, non considera il proprio potere personale un argomento degno di analisi, e ci regala una testimonianza tutta incentrata sui contenuti della sua esperienza. “Un altro capitalismo è possibile”, sembra dirci parafrasando il titolo del libro. E sicuro di sé come l’uomo di successo che reputa di essere, picchia come un maglio sugli eroi del declinante capitalismo italiano. “Le banche che più sono rimaste coinvolte nella follia dei subprime hanno presentato bellissimi bilanci sociali, hanno destinato una parte dei loro profitti a varie forme di beneficienza. Ma pongo una domanda: come hanno fatto a realizzare i loro profitti, tra cui quelli destinati a opere di bene?”.
Campaini non ha complessi d’inferiorità. Racconta compiaciuto i decenni di guerra con Bernardo Caprotti, il signor Esselunga, autore di un libro sulle coop la cui durezza è ben riassunta dal titolo Falce e carrello. Spiega di aver imparato molto da Caprotti ma che anche Esse-lunga ha copiato da Unicoop. Come Paperone e Rockerduck, decenni di liti per arrivare a dire che “ho qualcosa di più del rispetto nei suoi confronti”.
RIMANE però fermo il principio che la cooperativa è un’altra cosa. Per questo Campaini ha fatto la guerra a Consorte, con un capo d’imputazione severo: “L’accettazione acritica dei modelli di sviluppo tipici delle imprese private”. Con una glossa tombale: “La finanza è una bestiaccia e conosce soltanto comportamenti egoistici”. Avvertenze che non hanno impedito a Campaini di perdere un sacco di soldi di Unicoop Firenze investendo con esiti deludenti sulla banca rossa per eccellenza, il Monte dei Paschi di Siena.
La storia di Turiddo è quella di un ragioniere di Empoli che fin da ragazzo, negli anni ’60, ha combattuto una dura battaglia politica per far capire ai suoi compagni del Pci che se fai business devi rispettare le ragioni del profitto. Ed è molto istruttiva la parabola di un uomo che arrivato alle riflessioni dei 70 anni scopre che i post-comunisti lo hanno scavalcato a destra, facendosi profeti di un mercatismo che lui, manager di lungo corso e di successo, fatica a comprendere.
Di qui il paradossale attacco al sindaco di Firenze, Matteo Renzi, sostenitore dell’apertura domenicale dei centri commerciali. É lui, padre padrone degli Ipercoop toscani, a dire no: “Non ho mai pensato che i mali della società italiana stiano nei centri commerciali, ma mi sembra chiaro che trascorrere mezza giornata in un centro perché non si sa dove andare è funzionale a una visione consumistica della vita”.
Campaini, che continua a coltivare un’antica diffidenza per il modello americano che tanta sinistra ha affascinato negli ultimi 37 anni, non capisce neppure come si siano potuti dare in pasto a Calisto Tanzi “tanti polli” vittime del crac Parmalat (“Io non ho mai giocato in Borsa. Preferisco giocare a carte, dove vince chi ha fortuna e alla fine si beve un bicchiere tutti insieme”). Non approva la logica del breve termine su cui lavorano i manager, e alla fine, lui che comanda da 37 anni per grazia di Dio e volontà della nazione, lancia all’Occidente lo sberleffo più gustoso: “Forse arriveremo a vedere che il capitalismo cinese batterà tutte le altre formule politiche perché è l’unico che assicura continuità nel tempo”.