Lettere a Sergio Romano, Corriere della Sera 06/02/2011, 6 febbraio 2011
L’ITALIA E LA GUERRA DI LIBIA IL CENTESIMO ANNIVERSARIO
Si parla molto del fatto che quest’anno ricorrerà il 150 ° anniversario dell’unità d’Italia. Nessuno o pochissimi ricordano però che sarà anche il 100 ° anniversario della guerra di Libia, quando l’Italia conquistò la sua principale colonia. L’Italia deve effettivamente vergognarsi e dimenticare quella lontana impresa?
Bianca Gagliardo
gagliabia@hotmail.it
Cara Signora, sulla guerra di Libia esistono ormai molti libri e non sarà facile dire qualcosa di nuovo. Ma è probabile che il centenario dell’avvenimento verrà ricordato con qualche convegno in Italia e a Tripoli. Posso immaginare l’uso che le autorità libiche e Gheddafi faranno della commemorazione, ma voglio sperare che gli italiani non commetteranno l’errore di giudicare la guerra con criteri che appartengono alla nostra attuale sensibilità e ne stravolgerebbero in tal modo il significato. Non è né utile né saggio condannare moralmente, senza distinzioni e attenuanti, una vicenda che appartiene alla logica del colonialismo europeo fra l’Ottocento e il Novecento. Quando l’Italia mise gli occhi sui due «vilayet» turchi della Tripolitania e della Cirenaica, la costa africana del Mediterraneo era ormai pressoché interamente occupata dalla Francia e dalla Gran Bretagna. La prima si era impadronita dell’Algeria nel 1830 e della Tunisia nel 1881, la seconda dell’Egitto nel 1882. Più tardi, agli inizi del Novecento, la Francia aveva aperto il capitolo marocchino della sua politica coloniale e stava instaurando il suo protettorato su uno Stato indipendente della costa meridionale che non era mai stato provincia dell’Impero ottomano. Era quello il momento in cui l’Italia poteva più facilmente agire in Libia senza il timore di esserne impedita dalle potenze europee che avevano forti interessi mediterranei. Giolitti colse l’occasione perché capì che la spedizione sarebbe stata popolare e avrebbe dato una soddisfazione all’orgoglio nazionale. Ma fu il primo a capire che l’Italia non era militarmente attrezzata per una impresa di lungo respiro e trasse dalla esperienza libica la convinzione che l’Italia, nel 1915, sarebbe dovuta restare neutrale. Vi furono atti di crudeltà e massacri? Certamente, ma si trattò soprattutto di rappresaglie condotte nel furore della guerra dopo l’attentato contro i bersaglieri nell’oasi di Sciara Sciat. Non vi è potenza coloniale, d’altro canto, che non abbia reagito brutalmente alla resistenza della popolazione locale. La Francia in Algeria, la Gran Bretagna ad Alessandria d’Egitto, in Sudan e in Sud Africa, la Germania nell’Africa del sud-ovest, gli olandesi in Indonesia e gli spagnoli in Marocco, furono in molte occasione spietati. Commetteremmo un errore, infine, se non ricordassimo che la brutalità dei conquistatori fu per molti aspetti il paradossale risultato di un certo idealismo colonialista. Le società europee erano convinte che l’Occidente avesse il dovere morale di portare la civiltà al mondo e il diritto di punire severamente coloro che preferivano continuare a vivere nell’oscurità della barbarie. Oggi queste convinzioni ci sembrano assurde. Ma siamo sicuri che l’Occidente ne sia completamente libero? A giudicare da ciò che è accaduto nell’ultimo decennio in Afghanistan e in Iraq, direi di no.
Sergio Romano