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 2011  gennaio 05 Mercoledì calendario


VI RACCONTO BATTISTI, ASSASSINO DA STRADA


Com’era la Milano degli anni roventi di Cesare Battisti, quando i Proletari armati per il comunismo sparavano e uccidevano? La nostra storia può iniziare dal 22 gennaio 1979, un lunedì sera in apparenza qualunque, dentro la pizzeria “Transatlantico”, in via Malpighi al 3. Il luogo era Porta Venezia, un quartiere che aveva vissuto molte nottate balorde. In via Sirtori, il padrone del ristorante “El Chico” era stato assassinato a rivoltellate. In piazza Oberdan, la pizzeria “Zazà” si era quasi disfatta sotto una sparatoria tremenda. E poi un’infinità di scippi duri, rapine, qualche vendetta, un altro paio di morti ammazzati.
Ma quel lunedì sera, al “Transatlantico”, sembrava avviato a una conclusione normale. I clienti della pizzeria avevano l’aria di gente pacifica. A cominciare da una tavolata di sette persone, arrivate per cenare dopo una trasmissione tivù all’Antenna 3 di Castellanza. Qui era seduto un orefice, Pier Luigi Torregiani, con la figlia più grande Marisa. Accanto a lui un suo cliente, Valerio LoCascio, albergatore ad Arenzano, provincia di Genova. Infine un signora con fama di parapsicologa, Adele Bianchi, insieme al marito e delle amiche.S tavano mangiando la pizza, quando madama Bianchi cominciò a sfilarsi anelli e braccialetti, mettendoli in ordine davanti al piatto. Lei stessa si sorprese del suo gesto e mormorò: “Questa sera, nell’aria, avverto qualcosa di brutto”. Poi si rivolse al cameriere:“Ormai è notte. Non si usa chiudere la porta del locale?”. Il cameriere le sorrise: “No, non si usa. Perché qui dentro non c’è pericolo di niente”.
Anche Torregiani sorrise. Ma a ogni buon conto pensò alla rivoltella che teneva nel borsello. Era una Smith & Wesson calibro 38. Un’arma regolare e denunciata. L’orefice la portava perché il suo mestiere attirava ladri e rapinatori. L’avevano già aggredito. E Milano era diventata una città violenta. Uscire di casa la sera per una pizza poteva voler dire rischiare la vita. La mezzanotte adesso era suonata e si stava già ne lmartedì 23 gennaio. In quel momento entrarono nel“Transatlantico” due uomini. Tenevano alzato il bavero del cappotto. Uno si diresse verso il fondo della sala. Arrivato lì, si voltò di scatto a fissare i clienti.Impugnava una pistola e gridò: “Questa è una rapina! Tirate fuori dalle tasche quello che avete”. Quasi tutti obbedirono. Sempre con la rivoltella in pugno, l’uomo cominciò a ripulire i tavoli di gioielli, orologi e portafogli. Ma arrivato dinanzi a Torregiani, il rapinatore si sentì afferrare il polso destro.Era l’orefice che aveva deciso di ribellarsi a quel balordo. E mentre gli torceva il polso, tirò fuori dal borsello la Smith & Wesson. Il rapinatore urlò al complice,s empre rimasto in disparte: «Vieni qui, corri!». Il complice sfoderò una rivoltella e cominciò ad avanzare sparando. Allora sparò anche l’albergatore LoCascio, che girava armato per difendersi. Un colpo partì dalla pistola di Torregiani che stava lottando con il primo rapinatore.
Il secondo bandito sembrava impazzito, aveva perso la testa e sparava a più non posso. Un client edella pizzeria, Vittorio Marcello Consoli, un commerciante catanese a Milano per affari, tentò di fuggire da quel campo di battaglia. Ma arrivato alla porta, s’imbattè nel terzo bandito, rimasto a far da palo. Anch ecostui era armato di rivoltella e uccise Consoli con un colpo solo.
Poi tutto finì. Sul pavimento della pizzeria giaceva un altro morto: il bandito che aveva lottato con Torregiani.Era un tizio sui trent’anni, siciliano di Enna, a Milano senza fissa dimora. Chi lo aveva colpito? Il complice o l’orefice? In quel momento non si badò ad accertarlo. Bisognava occuparsi dei feriti. Erano tre. Un giovanotto aveva il fegato trapassato da un proiettile. Anche Torregiani erastato colpito a una spalla. Arrivò al “Transatlantico” il capo della Squadra mobile, Pagnozzi, con il dirigente della sezione omicidi, Portaccio. Pagnozzi esclamò: «Che disastro, stanotte!».A Novate Milanese i rapinatori diun bar-tabaccheria avevano accoppato uno dei clienti che si era ribellato. E nel centro di Milano, invia Moscova, due anziane sorelle erano state assassinate nel salotto di casa da un ladro, mentre guardavano alla tivù “Anatomia di unomicidio”.
In quell’epoca a Milano imperversava anche il terrorismo rosso. E la sparatoria alla pizzeria fu archiviata come una vicenda senza seguito. Soltanto Torregiani continuò a pensarci .Aveva 43 anni. Alla Bovisa, il suo quartiere, sapevano che era un uomo deciso con i violenti. Ma anche un generoso, dalla bontà cordiale e profonda, pronto a farsi in quattro per aiutare il prossimo. Lo si constatò in una vicenda destinata a cambiargli la vita. Era il 1970, o giù di lì, quando l’orefice si scoprì un cancro al polmone. Ricoverato all’Istituto dei tumori, se la cavò. All’ospedale conobbe tre bambini, tre fratelli: Alberto il più piccolo, poi Anna e Marisa. Erano orfani di padre e la loro mamma stava morendo di cancro.Quando rimasero soli al mondo,Torregianie la moglie, Elena Jacchini, li adottarono. E i tre ragazzi divennero figli suoi.
Ma Pier Luigi era anche un orefice. E come tanti altri piccoli orefici di Milano aveva paura delle rapine. Nel marzo 1966 due banditi avevano tentato di ripulirlo.E lui, in quell’epoca già armato, li aveva respinti a rivoltellate.
Da quel momento, il suo negozio in via Mercantini 2/A era diventato un bunker. Vetri antiproiettile. Portablindata. Ufficio corazzato. Al centro di quel rifugio lavorava un uomo tranquillo che la violenza di Milano aveva trasformato in un guerriero disposto a combattere. Era una parte che Torregiani rifiutava. “Repubbli ca” lo aveva descritto come un cacciatore di teste alla ricerca di rapinatori da accoppare. L’orefice spedì al giornale di Eugenio Scalfari una minuziosa lettera direttifica che non servì a nulla. Cominciò a ricevere minacciose telefonate anonime:«Porco, ti faremo fuori! Perché vai in giro con il cannone? Preparati la cassa da morto». Pier Luigi si spaventò. Comprò un giubbotto antiproiettile e si abituò a portarlo sempre. E iniziò a tenere la Smith &Wesson in tasca.
Trascorsero ventiquattro giorni dalla rapina nella pizzeria e arrivò il venerdì 16 febbraio 1979. Era un pomeriggio buio, gonfio di pioggia. Poco dopo le tre, Torregiani andò a riaprire il negozio, in compagnia di Marisa e Alberto. Il ragazzos tava per compiere quindicianni ed era allegro. Anchel’orefice aveva il suo solito umore buono. Ma a poca distanza dal portoncino del negozio lo aspettavano tre giovani a viso scoperto, accanto a una Opel Ascona giallo scuro. Uno di loro lo chiamò: “Torregiani!”. L’orefice si voltò e due degli sconosciuti cominciarono a sparare.
Sbalordito, Pier Luigi rispose al fuoco con la Smith& Wesson. Ma i killer lo colpirono più volte. L’orefice si accasciò senza vita sul selciato di via Mercantini Accanto a lui cadde anche Alberto. Gli assassini se ne andarono tranquilli sulla Opel. Poi abbandonarono l’auto in una strada vicina e scomparvero a bordo di una seconda macchina.
Il giubbotto corazzato non era servito a nulla. Il figlioAlberto, invece, era ancora vivo. Venne subito portato all’Ospedale Maggiore. Qui i medici scoprirono che una pallottola gli era penetrata nella settima vertebra e aveva leso il midollo spinale. Il responso futremendo: «Il ragazzo forse lo salveremo, ma resterà paralizzato». E così accadde.
Quella stessa sera cominciò il giallo dei messagg itelefonici. Il primo arrivò all’Agenzia Ansa di Venezia:«Siamo i Proletari armati per il comunismo. Abbiamo colpito a Milano e Santa Maria di Sala gli agenti della contro rivoluzione Torregiani e Sabbadin». Chi fosse il secondo lo si scoprì qualche ora dopo. Era un macellaio di un paese vicino a Mestre. Un altro signor Nessuno che, a somiglianza dell’orefice, aveva tentat odi difendersi dalla violenza armata.
La sua storia era iniziata prima di quella di Torregiani. Il 16 dicembre 1978 aveva ferito a morte un rapinatore,entrato nel negozio con l’arma in pugno.
Due mesi dopo, i Pac gli avevano fatto pagare il coraggio di ribellarsi. Arrivati nella macelleria, lo avevano accoppato sotto gli occhi della moglie e del figlio. Nello stesso giorno in cui, a Milano, veniva ucciso l’ore fice.
Ma chi erano questi Pac? Pochi li conoscevano,poiché non avevano mai compiuto azioni in grande.Tuttavia, sia pure per gradi, una pista politica emerse.Erano tempi folli, oggi difficili da immaginare.Esistevano gruppi clandestini rossi, decisi a punirei cittadini che si difendevano dalla delinquenza. Vittime incolpevoli che, soltanto pe rquesto motivo, diventavano nemici della rivoluzionecomunista. E gente da sopprimere.I cronisti dalla memoria lunga si ricordarono di alcuni precedenti. Il 18 luglio 1977, Prima linea aveva compiuto una rapina in un’armeria di Tradate, nel Varesotto.Il proprietario del negozio non si era lasciato intimidire e aveva reagito ferendo a morte uno dei terroristi. Tre giorni dopo, Prima linea fece saltare in aria l’armeria con un bel po’ di esplosivo. Esisteva anche un altro precedente, ancora più interessante. Un salumiere milanese aveva catturat oun rapinatore alle prime armi, capitato in negozio con una pistola. Qualche tempo dopo, il negozio venne devastato da una bomba, poi rivendicata da un volantino singolare. Era un collage di fumetti e ritagli di giornale, intitolato “Venture e sventure dei collaborazionisti”. La firma era quella dei Pac, scesi incampo a difendere i rapinatori. Definiti così: “Coloroche si procacciano il reddito in un altro modo”.Le indagini sul delitto Torregiani all’inizio preserouna strada sbagliata. La polizia arrestò due giovani come “presunti autori” dell’omicidio. Insieme a lorone catturò, sotto imputazioni diverse, altri otto. La maggior parte degli arrestati frequentava il collettiv odi Autonomia operaia della Barona, un quartiere nella zona sud di Milano, verso il Naviglio Grande che porta ad Abbiategrasso.
Era un abbaglio. Gli arrestati vennero messi fuori quasi subito. Poi alcuni di loro sostennero di essere stati pestati e torturati dalla polizia. Mentre infuriava la polemica sul comportamento della questura, e gli agenti smentivano con durezza ogni sospetto, la storia iniziata al “Transatlantico” vide irrompere sulla scena proprio il gruppo di killer che avevano uccisoTorregiani. Con una scelta senza precedenti: offrire una prova dell’omicidio e raccontare quanto era avvenuto in una cronaca scritta con gelida minuzia.I terroristi prepararono la sorpresa per gradi. Il martedì 20 febbraio, tre giorni dopo gli arresti degl iautonomi, diffusero a Milano un volantino sgrammaticato e senza firma. Era diviso in due parti. Nella prima si diffidavano la polizia e i giornali dal colpire “all’impazzata nei quartieri popolari” per costruire “il mostro a tutti i costi”. Nella seconda si rivelava: “L’eroe Torregiani è stato colpito da proiettili calibro357 magnum, tipo High Velocity, 158 di granatura,marca Federal”.Il messaggio veniva concluso da una constatazioneagghiacciante. Dettata dall’ipocrisia del boia che siscusa per essere stato costretto ad ammazzare: “L’azione si doveva limitare a un semplice azzoppamento. Data la reazione del porco, i nostri compagninon hanno esitato a giustiziarlo” .Sempre la sera del 20 febbraio, in una cabina telefonica di via Mario Pagano, venne ritrovato un secondo volantino anonimo. Era di contenuto più politico. Sotto il titolo “Attacchiamo gli agenti reazionari nelterritorio”, il testo rivendicava l’uccisione di Torregianie di Sabbadin. Non c’era nessun cenno ai Proletariarmati per il comunismo. Si diceva soltanto che idelitti erano stati compiuti da “due nuclei di comunisti”. Ma la sorpresa più sconvolgente la si ebbe il 3 marzo1979. Quella mattina, u ngiornalista della redazion emilanese di “Repubblica” trovò nella propria auto, parcheggiata sotto casa, una busta arancione e una piccola scatola. Nella busta c’era una cronaca minuto perminuto dell’agguato mortale a Torregiani. Si sosteneva che, mentre l’orefice rispondeva all’attacco dei killer, il figlio Albertoaveva cercato di mettersi al riparo. Enel farlo “era incorso nella linea di fuoco del padre”.
A molti cronisti, me compreso, sembrò un nefando tentativo di liberarsi di una responsabilità. Il volantino diceva: “Abbiamo finitoTorregiani con un colpo alla testa e uno al cuore. Non abbiamo nessun rimorso per lui, perché ci riteniamo esseri umani e per noi il comunismo è il più alto livello di umanità .Ci dispiace per il figlio”. Nella scatola che accompagnava la cronaca del delitto,c’era un contenitore di polistirolo espanso, con sei proiettili calibro 357magnum. Lo accompagnava un biglietto che diceva: “Diamo la scatola originale dei colpi usati nell’azione contro Torregiani”. Oggi può sembrare assurdo, ma allora c’era gente che ammazzava e voleva a tutti i costi che gli fosse riconosciuto il copyright del delitto. Lo stesso fecero i killer dei Pac, quelli che avevano come capo Battisti, allora uno sconosciuto di 25 anni. La sua banda rimase a Milano, ma si vide sottratta la prima pagina de igiornali. Poiché la notizia imperante era diventata un’altra.Il 7 aprile 1979, a Padova, il magistrato Pietro Calogero aveva ordinato l’arresto del professor Toni Negrie del gruppo dirigente di Autonomia operaia. Tutti sospettati di terrorismo. I quotidiani parlavano sol-tanto di loro. La tragedia dell’orefice Torregiani, assassinato per strada, benché avvenuta soltanto due mesi prima, sembrava dimenticata. Poi qualcuno,forse Battisti, decise che non doveva essere così. Nel primissimo pomeriggio di giovedì 19 aprile, a Milano, una127 Fiat metallizzata arrivò alla Barona e lasciò all’inizio di via Modica un giovane alto, dai capelli chiari, baffetti biondi. Il tizio risalì a piedi via Modica. Giunto all’altezza del numero 15, si nascose dietro la carcassa di una 600, accanto a cui era parcheggiat aun’Alfasud. Era chiaro che stava aspettando qualcuno.
Alle 13,50, l’attesa dello sconosciuto fu premiata.Dal portone di via Modica 15 uscirono due uomini. Il più anziano andò a sedersi dentro l’Alfasud, nel posto del passeggero. Quello giovane stava per mettersi al volante, quando dalla carcassa della 600 spuntò il tiziobiondo.
Costui impugnava una pistola. E sparò cinque colpi contro il giovane. Quattro andarono a segno: uno in faccia, due al torace, l’ultimo a un braccio. Poi il killer ritornò all’inizio di via Modica, dove lo aspettava il complice sulla 127. Ed entrambi sparirono, lasciandosi alle spalle un morto, steso a bocconi sull’asfalto .La vittima era Andrea Campagna, 25 anni, agente di polizia. Nato a Sant’Andrea Apostolo, in Calabria, era immigrato a Milano da bambino, con la famiglia.Cresciuto alla Barona, si era arruolato nella pubblica sicurezza. E faceva l’autista alla Digos. Non aveva mai partecipato ad azioni importanti.
Perché era stato assassinato? Per un motivo assurdo. Il giorno che la polizia aveva arrestato gli autonom idel quartiere, Campagna era stato ripreso per casoda un operatore della Rai. Nel vedere il telegiornale, uno dei killer l’aveva riconosciuto per un poliziotto che abitava alla Barona. Era bastato questo per condannarlo a morte. Una sentenza decisa da chi? Ma che domanda! Dai Pac, i Proletari armati per il comunismo. Furono loro a rivendicare subito l’uccisione dell’agente Campagna. Lo fecero nello stesso pomeriggio del 19 aprile. Una ragazza telefonò al “Corriere d’informazione”e disse: “Siamo i Proletari armati per il comunismo. Rivendichiamo l’eliminazione dell’agente di polizia Campagna, torturatore di proletari”. La stessa voce femminile si fece sentire il giorno successivo, sempre al centralino del “Corriere d’informazione”: “A conferma della telefonata di ieri, affermiamoche l’agente Campagna è stato eliminato con cinque colpi di 357 magnum”.
Era finita? Per nulla. Il 26 giugno 1979, con un lavoro paziente, fatto di pedinamenti e intercettazioni telefoniche, la polizia scoprì a Milano, in via Castelfidardo, una base terroristica. Qui arrestarono sei persone.E trovarono un piccolo arsenale.
Tra le armi rinvenute c’era un fucile automatico d’assalto di fabbricazione sovietica, identico a quello che verrà impugnato da un killer di Prima linea in un’altra azione. Poi una pistola Beretta, due altre rivoltellece infine una Smith & Wesson 357 magnum con proiettili corazzati. Era l’arma che aveva ucciso prima l’orefice Torregiani e poi l’agente Campagna?Si aprì un’inchiesta che giunse a una prima conclusione nel gennaio 1980. Due giudici istruttori, Turonee Forno, spiccarono un mandato di cattura contro cinque giovani, accusati di aver accoppato l’orefice. Due avevano sparato, tre li avevano coperti. Tutti erano latitanti.
Il 24 gennaio, uno di loro fu arrestato alla stazione di Sant’Ilario d’Enza, provincia di Reggio Emilia. Era appena sceso dal treno con un borsone pieno di armi, munizioni e documenti di un gruppo terrorista, forse quello di Prima linea. Il giovane si dichiarò prigionie ropolitico e rifiutò l’interrogatorio. Il 4 febbraio, un altro dei cinque, latitante dal giorno dell’omicidio Torregiani, venne pizzicato mentre rientrava in Italia su un treno proveniente dal Lussemburgo.Trascorsero tre giorni e accadde quello che nessuno si aspettava. Il 7 febbraio 1980 fu ucciso uno dei testi monidell’inchiesta sul delitto Torregiani, un test marginale, di poco valore. Era un geometra di 26 anni,William Vaccher. Uno dei tanti cani sciolti che siaggiravano incoscienti attorno all’abisso del terrorismo.Lo ammazzarono a rivoltellate di prima mattina, mentre andava al lavoro, in via Magliocco a PortaTicinese.
Il giorno successivo, Prima linea rivendicò il delitto.I terroristi sostennero che Waccher “aveva fatto parte della rete di sostegno della nostra organizzazione”. Ma in seguito, per non finire in carcere, “aveva compiuto un’opera precisa e documentata di delazione”. Per quanto riguarda la storia iniziata nella pizzeria “Transatlantico”, bisogna dire come si concluse. Nel dicembre 1979, i familiari dell’agente Campagna ricevettero una delle medaglie di Sant’Ambrogio che il comune di Milano riserva ai cittadini benemeriti.Più o meno nello stesso periodo, il figlio di Torregiani, Alberto, uscì dall’ospedale.
Ci uscì su una sedia a rotelle, con legambe paralizzate. Aveva 15 anni compiuti. E da allora non ha più camminato. Sua madre Elena, piangendo, disse auncronista: «Lasciateci stare. Non vogliamo più leggere tutto quello che abbiamo passato. Per favore, nessun os’interessi più di noi!».
E Battisti quale sorte ebbe? Anni dopo, quando l’ondata del terrorismo rosso si stava esaurendo, vennec ondannato all’ergastolo per quattro omicidi. Il primo era quello del maresciallo Antonio Santoro ,guardia nel carcere speciale di Udine, padre di tre figli, ammazzato la mattina del 6 giugno 1978, mentre camminava per strada. Il secondo era l’assassinio dell’agente Campagna che ho appena rievocato. In entrambi i casi, fu Battisti a sparare alle due vittime. Nel terzo delitto, quello Sabbadin, il macellaio di Mestre, Battisti coprì con l’arma in pugno l’esecutor emateriale. Nel quarto delitto, l’uccisione dell’oreficeTorregiani, sempre Battisti, insieme ad altri, ne fu l’ideatore e l’organizzatore. Per tutto questo sangue,il terrorista più reclamizzato dei giorni nostri, assaggiò soltanto una fettina di galera.
Una volta arrestato, venne fatto fuggire dal carcere quasi subito, grazie a un’operazione di un’altra bandarossa, i Comunisti organizzati per la liberazione proletaria. Oggi Battisti sta in Brasile. L’Italia lo rivuole indietro per fargli scontare la pena sacrosanta che ha ricevuto.
Volete la mia opinione personale? Battisti lo regalerei al governo brasiliano.Avremmo una canaglia i nmeno nelle nostre carceri, già tanto affollate.