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 2011  novembre 03 Giovedì calendario

AUMENTA NEL MONDO LA VOGLIA DI INDIPENDENZA

Auto-determinazione. Ma anche, più semplicemente, secessione, benché i due concetti siano simili ma non coincidenti. A essi fanno riferimento le svariate decine di regioni e popoli che nel mondo reclamano il distacco da un dominatore, interno o straniero, per definizione oppressivo o discriminatore sotto il profilo etnico o religioso, per conseguire l’indipendenza. O, quanto meno, una forte autonomia, specie nella gestione degli affari interni e (quasi sempre) di ricchezze agricole o minerarie che non si vogliono più spartire. Come nel caso del Sud Sudan e di molti altri (vedi cartina a fianco e schede sotto).

Il primo termine richiama il complesso meccanismo giuridico internazionale che, sancendo il diritto inderogabile dei popoli a liberarsi da una dominazione straniera (rappresentata un secolo fa soprattutto dai grandi imperi plurinazionali morenti, tedesco, austro-ungarico e ottomano), portò nel primo dopoguerra a una parziale risistemazione di etnie nei Balcani e nell’Europa centro-orientale mediante vari referendum cosiddetti "optativi". Operazione evidentemente fallimentare, se proprio gli esiti di quelle consultazioni (dalla Prussia orientale alla Posnania) posero le basi per lo scoppio della Seconda guerra mondiale. Ma costituì anche l’humus da cui germogliò la decolonizzazione, che portò alla fine dei regimi coloniali ereditati dall’800 e alla liberazione di tutta l’Africa e di una vasta parte dell’Asia.

Meno sorretta da principi giuridici, la secessione avviene (o si tenta) quando un movimento irredentista riesce a creare rapporti di forza non troppo sfavorevoli rispetto alla potenza dominante. Quando, cioè, una regione che si ritiene oppressa o sfruttata intravede la possibilità concreta di far accettare all’oppressore il proprio distacco. E qui scattano le tante motivazioni alla base della richiesta, spesso intrecciate tra loro.

Spesso vi sono ragioni etniche (i Tamil che volevano sfuggire alla tirannica maggioranza singalese in Sri Lanka, o i Diola della Casamance che cercano di fare altrettanto con i Wollo maggioritari nel resto del Senegal), cui si sommano quelle religiose (i Tamil sono induisti, i singalesi buddisti; i Diola animisti o cristiani, i Wollo musulmani sunniti). Situazione analoga nelle Filippine (Mindanao è in parte musulmana, il restante 95% del paese cristiano) o in Cecenia (qui è musulmano il 95% e chiede di rendersi indipendente dal 5% russo-ortodosso) o in Nagorno-Karabakh (tre quarti di armeni cristiani che intendono staccarsi dal 23% di azeri musulmani). Non sempre però la religione è la causa scatenante dell’indipendentismo. Il Somaliland è musulmano sunnita come il resto della Somalia, ma qui – oltre a motivazioni storiche: la regione fu colonia inglese, il resto del paese italiana – la molla va cercata nelle divisioni tribali.

Vi sono anche motivazioni "nobili" e condivisibili – come l’irredentismo che anima popoli ben individuati, numericamente consistenti e pienamente coscienti della propria storia e dei propri diritti – negate finora solo da complesse vicende geografiche e strategiche, come quelle di kurdi e palestinesi. Ma è soprattutto di tipo economico la causa scatenante delle secessioni.

In genere si tratta di ricchezze minerarie – molto spesso il petrolio, come a Cabinda e (in parte) nel Sud Sudan, altre volte i fosfati (Sahara occidentale), il nickel (Nuova Caledonia) o l’oro, il rame e gli idrocarburi di Irian Jaya – intrecciate nuovamente a etnie e religioni (melanesiani cristiani o animisti contro giavanesi musulmani). Senza scordare però, ancora come nel caso sud-sudanese, il nuovo "mercato" delle terre fertili che sta mettendo a soqquadro l’agricoltura di molti Pvs.

C’è infine da considerare l’esito ottenuto da queste richieste di secessione. Va detto subito che esso è raramente positivo. Il "lieto fine" appartiene quasi esclusivamente all’Europa: si potrebbe dedurne che solo la democrazia è in grado di elaborare forme di convivenza che accettano il "rischio" della perdita di una parte del paese.

In questa logica, il danno che un’amputazione territoriale produce, al di là dell’eventuale costo costituito dal ricorso alla forza per impedirlo, è largamente compensabile mediante forme di cooperazione bilaterale rafforzata che avvantaggiano sia chi si stacca, sia chi resta nella vecchia entità statuale (come nel caso della Groenlandia, nazione costitutiva della Danimarca, con cui mantiene in comune solo politica estera, difesa e finanze e, a differenza di Copenhagen, non fa parte della Ue). Oppure attraverso la partecipazione a entità sovrannazionali più complesse: nel l’Unione europea oggi siedono fianco a fianco Slovacchia e Repubblica ceca, che peraltro hanno realizzato un distacco esemplare dalla vecchia Cecoslovacchia. Presto lo farà, in modo paritario e pacifico, quasi tutta la ex Jugoslavia, che si è ferocemente scannata appena vent’anni fa. A riprova che spesso si esce come oppressi da un’entità in cui prima o poi si finisce per tornare.