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 2006  dicembre 14 Giovedì calendario

INTERVISTA CESARE CAVALLERI


Io, l’Opus Dei e il mio Indice dei libri proibiti. Panorama 14 dicembre 2006. Ogni volta che esce un libro problematico o viene pubblicata una testimonianza critica sull’Opus Dei, c’è sempre un esponente della prelatura che liquida come sciocchezza il materiale raccolto e scredita il metodo di chi lo usa. Col risultato che attorno all’Opus, fondato nel 1928 dal prete spagnolo, fatto santo nel 2002, Josemaría Escrivá de Balaguer, resta l’aura di mistero. Così è successo con il volume Opus Dei segreta (Bur, Rizzoli), nel quale l’autore Ferruccio Pinotti dimostra l’esistenza di una sorta di «Indice dei libri proibiti», con elenco di titoli e autori, al quale gli aderenti all’Opera sarebbero tenuti ad attenersi. «Sciocchezze» replica Cesare Cavalleri, membro dell’Opus Dei dal 1959 e direttore di Studi cattolici, mensile culturale per credenti senza dubbi che dirige da trent’anni e che proprio quest’anno compie il mezzo secolo. «Quello è un libro assurdo: non si può discutere, punto e basta» dice ridacchiando Cavalleri, laureato in economia ma fine conoscitore della letteratura. E censore spietato dei libri e degli autori in odore di «peccato».
Sono tanti gli scrittori da lei sconsigliati: Isabel Allende, Umberto Eco, Pier Paolo Pasolini. Boccia anche Guido Ceronetti, che definisce «il Grillo parlante
della Stampa». Non è un po’ troppo? Parlo a nome mio e non a nome dell’Opus Dei, sia chiaro. Non ci sono divieti, ma solo consigli. Allende? Non mi piace la sua vocazione alla new age. Idem per Paolo Coelho. Di Eco ammiro l’erudizione, ma considero Il nome della rosa un romanzo negativo: sostituisce la realtà con il nominalismo. Lo stesso titolo lo dice e il grande pubblico non si è accorto del tarlo che rode le certezze metafisiche. Le altre opere di Eco, poi, sono di una noia mortale.
Tra le sue numerose recensioni ce n’è una benevola su Elsa Morante. Ma alla fine lei accusa la scrittrice di sadismo. Che c’entra con il valore letterario?
Il suo romanzo La storia è ben riuscito, ma c’è effettivamente un certo sadismo nei suoi scritti: fa soffrire e morire tutti i suoi personaggi. In ogni caso non c’è paragone tra lei e il marito, Alberto Moravia: uno scrittore desolante, con l’unica eccezione degli Indifferenti. Ha avuto troppo onore quando l’hanno incluso, ultimo del Novecento, nell’ Indice dei libri proibiti. Di lui non parla più nessuno. E non è un caso: era soprattutto uomo di potere e, scomparso il potere, è scomparso anche il romanziere.
Facciamo una carrellata sugli scrittori dello scorso secolo. Gadda, Pavese...
Gadda non ha finito un romanzo. È stato uomo del «liber interruptus». Pavese è interessante come poeta. Arpino? Direi che aveva una leggerezza fin troppo sostenibile. Arbasino: salvo qualche sua battuta, è un intellettuale da birignao omosessuale. Nessuna sostanza, narratore alla panna montata che scrive sempre lo stesso libro.
C’è, almeno, una battuta di Alberto Arbasino che ricorda?
La fece tempo fa: in Italia un autore all’inizio è un grande, poi diventa il solito stronzo, alla fine viene chiamato venerato maestro. Un bel colpo ai critici.
Tra i contemporanei lei salva Susanna Tamaro...
Le sue prime cose sono buone. Ma, benedetta ragazza, ora pone solo delle domande e non le sorregge con una buona scrittura. Fa fatica a essere semplice, quindi diventa semplicistica.
Chiederle di Aldo Busi a questo punto sarebbe solo divertente...
Non mi sono mai interessato a Busi. La volgarità mi dà fastidio. Non mi scandalizzo se in un romanzo leggo «cazzo», ma sono di questo parere: tutti fanno le funzioni corporali, ma non devono farle in pubblico. Le parolacce, le espressioni forti, le usava anche Dante. Ma era Dante.
Insomma, qual è il suo criterio di critica? Che cosa deve contenere un romanzo per essere definito un buon romanzo?
Lo scrittore dev’essere un profeta, non uno storico voltato all’indietro. Oggi a moltissimi manca il senso dell’insieme, non cercano il senso della vita. Autobiografismo inutile: tutti parlano di sé senza che la pagina diventi archetipo del mondo. Siamo al reality televisivo. Il mio criterio? Realtà, verità, bellezza.
Non è che il suo rigore rischia di assomigliare a quello usato dalla vecchia Unione Sovietica, che vietava tutti quei libri che non parlavano del magnifico realismo socialista?
Quello era un regime, con una precisa strategia. Io sostengo la necessità che un autore si faccia carico della responsabilità morale verso il suo pubblico. Credo che un romanzo davvero bello sia quello intrinsecamente cattolico.
Come i «Promessi sposi».
Ma no... Manzoni è un sommo scrittore, ma non è uno scrittore cristiano. È nichilista. Non nomina mai Cristo, ha una concezione della Provvidenza quasi da economista, ossia molto limitata. La sua visione della storia è negativa. Basta vedere che cosa fa succedere alla vigna di Renzo: gliela distruggono i suoi vicini, per malvagità. Che pessimismo!
Pier Mario Fasanotti


Di “diciotto chili di panna” sulla torta parlò il direttore di Studi cattolici, Cesare Cavalleri, nella sua stroncatura della riscrittura di “Fratelli d’Italia”, nel 1993. “E lo stessso Pampaloni – aggiunge Guglielmi – pur rispettabilissimo critico, non amava gli eccessi di Arbasino e definiva le sue opere ‘performance da notte brava’, alludendo in particolare ai ‘Fratelli’ e ancor più indispettito dal non amore di Arbasino per gli scrittori italiani degli anni Trenta”.


Processo a Manzoni. Avvenire 21 febbraio 2008.
E va bene, ci siamo sbagliati. Per oltre un secolo e mezzo ci siamo tutti sbagliati, e cioè da quando, nel 1827, il conte Alessandro Manzoni pubblica il suo romanzo e i lettori si persuadono che I promessi sposi sia un romanzo cattolico. Il romanzo cattolico, addirittura. Qualche dubbio, almeno all’inizio, si solleva, ma l’autore è talmente abile e talmente elaborato risulta il suo piano che nessuno si accorge davvero dell’inganno. Una celebrazione della Provvidenza?
Macché, il libro è l’esaltazione di un malvagio dio dell’odio, che solo occasionalmente consente il minimo anagramma fra caos e caso, suscitando così l’illusione di un lieto fine. Il resto è dissimulazione, e neppure tanto onesta. Ridotta ai minimi termini, è questa la posizione che da una quindicina d’anni Aldo Spranzi sostiene nei suoi studi di ’anticritica ’ manzoniana e che ora torna a ribadire in un riassuntivo, eppure corposo volume edito da una casa editrice di provata ortodossia cattolica. L’altro Manzoni esce infatti per i tipi della milanese Ares (pagine 344, euro 18, in libreria a giorni) e con i buoni uffici di Cesare Cavalleri, il criticoeditore che già in passato aveva manifestato apprezzamento per il lavoro di Spranzi. Il quale, partito da Manzoni e dal suo capolavoro (il primo libro sull’argomento porta la data del 1994) ha successivamente ampliato il proprio campo di interesse ad altri autori e ad altri ambiti espressivi, sempre applicando un originale metodo di ’economia dell’arte’ (la disciplina di cui Spranzi è docente alla Statale di Milano dopo aver a lungo insegnato Economia industriale). Qual è dunque il «’delitto perfetto’ che attendeva impazientemente di essere scoperto», come L’altro Manzoni annuncia fin dal sottotitolo? La risposta sembrerebbe abbastanza semplice: la conversione parigina del giovane Alessandro sarebbe in realtà una passeggera infatuazione mistica, che otterrebbe l’unico risultato di rinsaldare il legame, peraltro fin troppo stretto, fra lo scrittore e la madre, Giulia Beccaria.
Pronunciata in cuor suo l’abiura alle verità della Chiesa, Manzoni dedicherebbe poi tutte le sue energie alla costruzione di un’opera bifronte, passibile di essere letta in superficie come accomodante adesione al cattolicesimo, ma al di sotto della quale brulica un’autentica fabbrica di empietà. Questo, almeno, è quanto sostiene Spranzi, per il quale quello che crediamo di conoscere non sono i veri I promessi sposi, ma un ingannevole racconto fiabesco concepito apposta per nascondere uno spietato romanzo anticristiano. Lo studioso afferma di arrivare a questa conclusione attraverso una lettura priva di filtri critici (e la bibliografia riportata in appendice, infatti, è composto unicamente dalle ricerche di Spranzi e dei suoi allievi) e incentrata principalmente sull’analisi dei personaggi. Don Abbondio un pavido? Un perfido assassino, piuttosto? Il cardinal Federigo un santo? Manzoni lo presenta semmai come un cinico arrivista. Fra Cristoforo religioso modello? Ma se è entrato in convento con l’unico obiettivo di sottrarsi alla giustizia. La casta Lucia? Te la raccomando, superstiziosa com’è. Di Renzo, neanche parlarne.


Sulla stessa linea Cesare Cavalleri, raffinato intellettuale e animatore della rivista Studi cattolici. Anche lui, con il suo passo meno legato alle pulsioni della cronaca, segue Ferrara e al direttore del Foglio dedica l’editoriale di Studi cattolici attualmente in stampa: «Ci volevano proprio la libertà di spirito e la limpida intelligenza di Giuliano Ferrara per rimettere al centro della discussione culturale, sociale e politica la questione dell’aborto che stava fossilizzandosi in tabù». Ma la standing ovation non porta all’autocritica per il modo in cui il tema è stato trattato sul giornale dei vescovi italiani in questi lunghi anni. «Abbiamo sempre detto e scritto che l’aborto è un abominevole delitto, mi pare che siamo sempre stati netti e chiari». E allora come mai Ferrara incendia gli animi un po’ infetriti e rompe il tabù? «Ma no riprende Cavalleri è che Ferrara crea un evento perché molti leggono il Foglio e magari non aprono Avvenire».