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 2010  novembre 21 Domenica calendario


IL PROFETA MANSUETO DELL´ESODO INFINITO

Certo, come spesso accade alla libera creatività degli artisti, anche Rossini aggiunge alla fisionomia del suo Mosè una serie di lineamenti apocrifi, ora attingendo agli stereotipi dell´onomastica egizia e orientale, ora attribuendo nuovi tratti ai personaggi biblici, ora semplificando il racconto originario oppure infittendolo di altre vicende ed emozioni. Così, ad esempio, il notissimo fratello di Mosè, il sacerdote Aronne, capostipite del sacerdozio ebraico, diventa Éliézer-Eleazaro, un nome che echeggia quello del secondogenito di Mosè, Eliezer appunto. Entra in scena un´inedita nipote Anaï-Anaide, figlia della sorella Maria, accanto alla quale si presenta Aménophis-Amenofi, uno storicamente ignoto figlio del faraone che, probabilmente, era allora il celebre Ramses II, colui che ancor oggi impressiona con la sua grandeur architettonica, statuaria ed epigrafica i visitatori dell´Egitto. Inedita è, per il testo biblico, pure la moglie del faraone, Sinaïde.
Sorprendente è anche una sorta di libera trasposizione del Sinai e della rivelazione della legge divina all´interno dello spazio geografico egiziano, come l´arcobaleno che svetta nel cielo altro non è che l´evocazione di un´altra alleanza e di un´altra legge, quella donata a Noè dopo la catastrofe del diluvio e, quindi, in epoca remota e quasi mitica, ben lontana da quella mosaica, riferibile forse al Tredicesimo secolo avanti Cristo. Inattesa è la riduzione delle dieci piaghe alla trilogia della grandine, del fuoco e delle tenebre, come libero è l´accostamento dei madianiti, il gruppo etnico della moglie di Mosè, Zipporah, agli ebrei oppressi. Suggestivo ma extrabiblico è ovviamente anche il tormentato contrasto tra amore e fede che lacera i due personaggi "apocrifi" di Anaide e Amenofi.
Il nostro scopo, però, è ora quello di ricreare in modo molto essenziale - districandoci in mezzo al groviglio molto complesso delle questioni storico-critiche, esegetiche ed ermeneutiche - un ritratto della grande guida della liberazione di Israele dall´oppressione faraonica, la cui figura campeggia soprattutto nel libro biblico dell´Esodo. Un termine che rimanda il lettore contemporaneo al nome Exodus della nave che conduceva alcuni ebrei fortunosamente scampati ai lager nazisti verso la terra dei padri, nome divenuto anche il titolo del film che Otto Preminger girò su quella vicenda nel 1960 con la presenza efficace di Paul Newman. L´esodo di Israele dall´Egitto era, però, già diventato - all´interno della stessa Bibbia e della successiva tradizione giudaica, cristiana e persino islamica - un archetipo che ben presto sarebbe stato assunto dall´intero Occidente che nelle Sacre Scritture aveva sempre trovato il «grande codice» di riferimento simbolico, spirituale e culturale.
Caro alla teologia cristiana, ma importante anche per la filosofia (L´ateismo nel Cristianesimo del filosofo marxista Ernst Bloch reca il sottotitolo Per una religione dell´esodo e del regno) e per la psicanalisi (si pensi ai tre saggi su Mosè di Sigmund Freud, raccolti nel 1939 nell´opera L´uomo Mosè e la religione monoteista), decisivo per la società ebraica moderna col sionismo (che ne ha ripreso l´ideale in chiave laica), e in genere per il riscatto dei popoli oppressi, l´esodo è divenuto un vero e proprio emblema ideale, talora staccato alla sua stessa realtà storica originaria. Nell´Ottocento, ad esempio, Marcus Garvey, propugnatore dell´esodo in Africa dei neri americani, si era fatto chiamare Black Moses, «Mosè Nero», e aveva lasciato dietro di sé una scia di martiri, di speranze, di racconti, e persino un dramma e un film sulle Green pastures, le verdi praterie dell´Africa sognata come terra promessa.
Aveva ragione il trattato talmudico sulla Pasqua quando affermava che «ogni generazione deve considerare se stessa come uscita dall´esodo». Per certi versi il detto vale pure per le generazioni non ebraiche; se riesumiamo il simbolo del «filo rosso» (usato dal citato filosofo Bloch), possiamo inseguire la corsa serpeggiante dell´esodo nella storia della cultura e della spiritualità religiosa dell´intero Occidente. Lo facciamo ora solo evocativamente e non rigorosamente perché altrimenti ci troveremmo subito immersi in un labirinto iconografico, musicale e letterario. Basterebbe solo parlare, anche a un "profano", di Mosè salvato dalle acque, del roveto ardente, delle piaghe d´Egitto, del passaggio del Mar Rosso, del deserto del Sinai, della manna, dell´acqua dalla roccia, delle tavole del Sinai, del vitello d´oro per immaginare una mente popolata di scene familiari e persino di frasi fatte (le «piaghe» oppure le «cipolle d´Egitto!»). E se volessimo ricorrere alla musica? Lasciando da parte il Mosè rossiniano, penseremmo al Mosè liberatore di Max Bruch (1894) e di Perosi (1901), all´affascinante e incompiuto Mosè e Aronne di Schönberg, allo splendido Israele in Egitto di Haendel (1739), il cui vero spartito spirituale è proprio il libro dell´Esodo.
Il filo rosso s´annoda soprattutto attorno alla grande guida dell´esodo, Mosè, un nome spiegato liberamente dalla Bibbia come «estratto dalle acque» (Esodo 7, 10), in realtà da ricondurre al più modesto mose, «figlio», termine egizio che troviamo nei nomi teoforici ben noti come Tut-mose, Ah-mose, Ra-mose/messe («figlio del dio Tot, Ah e Ra»). Israele per secoli, almeno fino al Nono dopo Cristo quando appare uno studioso della Bibbia di nome Moshe Ben Asher, si rifiuterà di imporre quel nome così venerato a un figlio. Egli resterà per eccellenza il Môrenû, «il nostro Maestro», amato e rispettato. La sua epigrafe di santità era già stata scritta dalla stessa Bibbia: «Mosè era il più mansueto di tutti gli uomini apparsi sulla terra… Egli è il mio servo, l´uomo di fiducia di tutta la mia casa. Bocca a bocca parlo con lui; in visione diretta e non per enigmi egli contempla l´immagine del Signore» (Numeri 12, 3.7-8). E dopo la morte sarà ancora la Bibbia a "canonizzarlo": «Non è sorto più in Israele un profeta come Mosè, lui col quale il Signore parlava faccia a faccia… Uomo di pietà, universalmente stimato, amato da Dio e dagli uomini, il cui ricordo è in benedizione, glorioso tra i santi, potente contro i nemici» (Deuteronomio 34, 10; Siracide 45, 1-2).
Il filosofo e teologo ebreo alessandrino Filone (Primo secolo dopo Cristo) gli dedicherà una biografia romanzata sul modello delle Vite parallele di Plutarco; il Padre della Chiesa cappadoce san Gregorio Nisseno (Quarto secolo) comporrà una Vita di Mosè il legislatore, dove la storia della celebre guida dell´esodo viene vista come un itinerario di perfezione morale e di contemplazione mistica. Storia che verrà recuperata nella biografia teologica Mosè (1946) del filosofo tedesco ebreo personalista Martin Buber. «Uomo eccellente, non nato per pensare o per riflettere, tutto proteso all´azione… una figura che, dal primo gesto [cioè l´assassinio di un aguzzino che infieriva su gli ebrei oppressi] fino alla scomparsa, fornisce un´immagine significativa e degna di un uomo che dalla natura è sospinto a cose eccelse», scriverà Goethe in alcune sue note di taglio biblico (Israele nel deserto, 1797). Ma c´è anche il Mosè romantico dell´omonimo poema di Alfred de Vigny (1837) con la sua umanissima solitudine dell´eletto, affranto per una missione che vanamente aveva tentato di rifiutare, deciso a non scendere più dal Sinai. Si può ricorrere, allora, al Scendi, Mosè di Faulkner (1942), in cui l´eroe ebreo diventa una figura necessaria perché siano liberate tutte le deboli vittime di ogni faraone della storia, o al Mosè, serie di ventitré poemi riuniti dal poeta francese Pierre Emmanuel nell´opera più vasta Tu (1962).
Thomas S. Eliot, invece, nella sua Morte di Mosè presenta un uomo attaccato alla sua vita gloriosa, che non si rassegna a morire sulla vetta del Nebo davanti a quella terra promessa, tanto sognata e a lui proibita, e che gli stessi angeli rifiutano di accompagnare in cielo, non avendo il coraggio di strappargli l´anima. C´è in questa lirica l´eco di uno stupendo commento narrativo giudaico sulla morte di Mosè descritta nel capitolo 34 del libro del Deuteronomio (Devarîm Rabbah). Leggiamone le battute principali: «Si udì una voce dal cielo che disse a Mosè: Mosè è la fine, il tempo della tua morte è venuto! Mosè disse a Dio: Ti supplico, non mi abbandonare nelle mani dell´angelo della morte!… Ma Dio scese dall´alto dei cieli per prendere l´anima di Mosè e gli disse: Mosè, chiudi gli occhi! E Mosè li chiuse. Poi Dio disse: Posa le mani sul petto! E così fece. Poi disse: Adesso accosta i piedi! E Mosè li accostò. Allora Dio chiamò l´anima di Mosè dicendole: Figlia mia, ho fissato un tempo di centoventi anni durante il quale tu abitassi nel corpo di Mosè. Ora è giunta la tua fine. Parti! Allora Dio baciò Mosè e prese la sua anima con un bacio della sua bocca».