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 2010  novembre 03 Mercoledì calendario


GLI ARTISTI CHE HANNO INSEGNATO L’ARTE: UN SECOLO DI LEZIONI

«Oggi ci sono tanti modi di concepire l’Accademia: chi la vede come un luogo per l’apprendimento dei saperi artistici, chi la frequenta per formare profili professionali innovativi, chi la sperimenta come un laboratorio di ricerca. Tutti però ne condividiamo un particolare: ha una sua diversità, perché l’approccio con il maestro e i compagni di studio è vissuto come la vera lezione. Forse perché si svolge in una sorta di confronto che può capitare in aula, nei corridoi, in galleria, in cortile o al bar». Così Gerardo Lo Russo parla dell’Accademia di Belle Arti di Roma, di cui è direttore, in occasione della mostra «RomAccademia», in corso al Complesso del Vittoriano fino al 21 novembre. Curata da Tiziana D’Acchille, Anna Maria Damigella e Gabriele Simongini, l’esposizione ricostruisce la storia dell’istituto raccogliendo le opere di una cinquantina di artisti che vi hanno insegnato, a partire dalla fondazione, nel 1874, fino agli anni Settanta del Novecento.
Si comincia con Filippo Prosperi, direttore dal 1874 al 1901, oltre che insegnante di disegno. Buon decoratore di chiese romane, di formazione purista, Prosperi si dedicò a rinnovare la didattica, spronando gli allievi ad osservare la natura e a studiarne le forme «per cercare in esse le leggi delle loro armonie che regolano l’arte». Artista poi caduto nell’oblio, è documentato in mostra da un gruppo di inediti disegni per decorazioni che ne testimoniano il talento. Seguono, in ordine cronologico, i maestri che ebbero una influenza decisiva all’interno dell’Accademia. Da Ettore Ferrari, autore dei monumenti romani a Giordano Bruno e a Giuseppe Mazzini, a Giulio Aristide Sartorio che vi insegnò pittura, a Duilio Cambellotti che fece entrare nella scuola il soffio della modernità, cercando di tenere i giovani lontani dall’eccessivo culto del passato e dalla imitazione dei classici o dei moderni stranieri per portarli oltre la riproduzione del «vero per il vero» con un processo «fotografico». Fu suo allievo Enrico Prampolini, che nel 1918, in pieno fervore futurista, proclamerà: «Bombardiamo le accademie e industrializziamo l’arte».
Le accese discussioni sul destino delle arti figurative non riescono a far entrare i futuristi nell’istituto, ad eccezione di Emilio Notte, che si volge presto verso una pittura di tipo classico, come dimostrano le due opere in mostra, «Deposizione» del 1924 e «L’allievo» del 1931. Passano dall’Accademia nomi importanti, come Mario Mafai (espulso nel 1927 come allievo per i suoi «sgorbi» e le sue ribellioni e poi tornato come insegnante), Franco Gentilini, Alberto Ziveri, Carlo Siviero, Cipriano Efisio Oppo, dei quali appaiono in mostra gli autoritratti. Nel dopoguerra arrivano, tra gli altri, Renato Guttuso, Luigi Montanarini e Toti Scialoja, che avrà grande influenza su allievi come Jannis Kounellis e Pino Pascali. Marco Tirelli ricorda: «Scialoja ci ha insegnato ad essere noi stessi».
Lauretta Colonnelli