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 2010  ottobre 05 Martedì calendario


SLEALE, SCRITTORE, CATTOLICO E SPIA. INSOMMA GRAHAM GREENE

Roma. La notizia apparsa sui media a proposito della pubblicazione del saggio “MI6: The History of the Secret Intelligence Service 1909-1949” dello storico Keith Jeffery, in cui si racconta che lo scrittore Graham Greene ha lavorato per anni per il servizio segreto britannico è, in effetti, solo la conferma di una vecchia notizia. E’ vero, si aggiunge che oltre a Greene c’erano anche altri scrittori come Arthur Ransome, Somerset Maugham, Compton Mackenzie e Malcolm Muggeridge, ma per quanto riguarda Greene il fatto era risaputo, e del resto è sufficiente leggere i suoi romanzi di cui la maggior parte ha a che fare con lo spionaggio e le spie e il tradimento. Come a volte capita con gli artisti, Greene sembra essere uscito da uno dei suoi romanzi: dei componenti della “triade” non ne ha risparmiato neanche uno, avendo tradito sia Dio, sia la patria sia la famiglia. Forse, alla fine, chi si è salvato è stata proprio la patria, l’amata Inghilterra che Greene ha servito anche diventando una spia. Più che tradita, l’Inghilterra Greene l’ha abbandonata, viaggiando praticamente per tutta la vita e raggiungendo luoghi lontani ed esotici. Proprio questi viaggi, intrapresi prima come giornalista, portarono al reclutamento nel MI6 da parte di sua sorella, Elisabeth, che lavorava per l’organizzazione.
Sempre lontano da casa, Greene non tradì la madrepatria, non riuscendo a fare come il suo amico e superiore Kim Philby, la nota spia che in seguito si scoprì essere doppiogiochista al soldo del Kgb e che nel 1963 fuggì in Unione sovietica. Greene non rinnegò mai la sua amicizia e anzi quindici anni dopo fu proprio la vicenda di Kilby a ispirargli la trama di uno dei suoi romanzi migliori, “Il fattore umano”; del resto Greene arrivò a teorizzare che “il ruolo del narratore è quello di suscitare nel lettore la simpatia verso quei personaggi che ufficialmente non hanno diritto alla simpatia”.
E’ la “linea” di Gilbert K. Chesterton che nel 1901 aveva pubblicato il saggio “The Defendant” (“Il bello del brutto” nell’edizione italiana) in cui si accaniva nel difendere le cose indifendibili: il grande umorista e apologeta londinese, è stato una figura importante per Greene che nel 1927 sposa Vivien Dayrell-Browning, amica strettissima di Chesterton e da lui convertita al cattolicesimo. Lo stesso Greene l’anno prima aveva “tradito” la propria fede per convertirsi al cattolicesimo grazie alla conoscenza di Vivien e, indirettamente, delle opere di Chesterton (convertitosi al credo romano nel 1922) che pure sosteneva il dovere della lealtà: “Mi sembra che il nostro atteggiamento verso la vita possa esprimersi piuttosto nei termini di una specie di lealtà militare che in termini di critica e di approvazione”.
E’ forse in nome di questa lealtà alla vita che Greene, paradossalmente, visse di continui tradimenti, innanzitutto coniugali. Le biografie parlano di decine di relazioni extraconiugali (è il tema di molti romanzi, specialmente il bellissimo “La fine dell’avventura”), sta di fatto che Graham e Vivien non divorziarono mai fino alla morte di lui avvenuta nel 1991, ma intanto già dal 1948 l’aveva abbandonata per vivere con un’altra donna, Dorothy Glover.
Da un certo punto di vista Greene fu, in pratica ma anche in teoria, un difensore del diritto alla slealtà. Anche nei confronti di Dio. Lo afferma nei suoi “Saggi cattolici”, proprio nella pagina in cui “nomina” il cardinale Newman patrono dei romanzieri cattolici: “Io appartengo a un ‘gruppo’, la chiesa cattolica, un fatto del quale, come scrittore, potrebbero derivarmi gravissimi problemi: invece non li ho, appunto perché posso essere sleale […]. Ci sono dei cervelli di prim’ordine nella chiesa, per i quali la letteratura non è che un mezzo per ottenere un fine, quello dell’edificazione delle anime. Un fine che avrà un altissimo valore, forse molto più alto della letteratura stessa, ma che fa parte di un altro mondo. La letteratura non ha niente a che fare con l’edificazione spirituale”.
Il punto è che Greene sapeva bene a quale appartenere dei due gruppi in cui Gómez Dávila divide l’umanità: “Gli uomini si dividono in due categorie: quelli che credono nel peccato originale e gli sciocchi”, non a caso cita all’inizio del “Nocciolo della questione” (ambientato in Sierra Leone, dove era stato inviato come “spia”) l’affermazione di Peguy: “Al cuore stesso della cristianità nessuno è così competente come il peccatore in materia di cristianità. Nessuno se non il santo”. Ecco perché il suo libro migliore è “Il potere e la gloria” che ha come protagonista un prete santo e peccatore, che nel momento culminante, un attimo prima di andare di fronte al plotone d’esecuzione, così parla al luogotenente, rivoluzionario ateo, che lo ha catturato: “…questa è un’altra differenza tra noi. E’ inutile che lavoriate per il vostro scopo, a meno che non siate un uomo buono voi stesso. E non ci saranno sempre uomini buoni nel vostro partito. E allora si avrà di nuovo tutta la vecchia fame, le violenze, l’arricchirsi ad ogni costo. Ma il fatto ch’io sia un codardo, e tutto il resto, non ha molta importanza. Posso mettere Dio lo stesso nella bocca di un uomo, e posso dargli il perdono di Dio. Anche se ogni prete della chiesa fosse come me, non ci sarebbe nessuna differenza sotto questo aspetto”.
E’ talmente abituato al tradimento Greene che quando gli fecero notare che il regista John Ford nel realizzare una trasposizione cinematografica del suo capolavoro aveva tradito molto della trama originale, rispose con magnanima indulgenza, conoscendo bene il costo di ogni passaggio dal linguaggio della penna a quello della macchina da presa. Non apprezzò invece il “tradimento” che gli fece la chiesa cattolica e quando ebbe modo di parlare con Paolo VI gli fece notare che il suo romanzo era stato messo all’Indice dal cardinale Pizzardo; Montini lo incoraggiò ad andare avanti non curandosi delle critiche (ma poi provvide a chiudere l’Indice). Insomma, una vita all’insegna del sospetto, del peccato e del tradimento, da vero scrittore-spia. Del resto lo aveva detto efficacemente William Blake oltre un secolo prima: i poeti e gli artisti sono le “spie del cielo”.