Repubblica — 15 aprile 2007 pagina 40 sezione: DOMENICALE, 15 aprile 2007
UN MORSO DI GIOVENTÙ
La piadina è il pane del mondo. La prima vera scultura dell’ universo. Fatta con le mani degli uomini, per entrare nella pancia degli uomini. Non so da dove venga, ma c’ entra qualcosa il Rubicone, il fiume che segna il passaggio di popoli diversi. Forse sono stati i barbari a portare da noi l’ idea di un cibo semplice ma capace di saziare con gusto. E la piadina deve essere così, semplice e leggera. Una magia dei sapori per farci toccare il passato. Si faceva solo in campagna, la piadina. Bastavano farina, acqua e un po’ di sale. Nel dopoguerra, a Santarcangelo, hanno costruito una baracchetta dove si è iniziato pure a venderla. Ma di solito si cucinava in casa, ed erano le àzdore, le nostre donne a prepararla. Una volta la settimana, perché poi le piadine si mangiavano anche i giorni seguenti. Appena cotta deve stare in piedi, non può essere buttata in un cesto, come fanno ora in alcuni ristoranti. La piadina è nobile, ha una sua dignità, una sua maestosità nell’ essere leggera. Le nostre cuoche l’ appoggiavano al muro e lì rimaneva pochi minuti a raffreddarsi. Poi arrivava sulle tavole, calda ma morbida. Una gioia per gli occhi, una festa per i palati. Così era e così deve rimanere. Per lasciare in bocca quel sapore che ti fa capire di essere in Romagna, una terra che è il museo dei sapori. è stato il cibo della gente elementare, cumuli di timidezza negli occhi. Gente che spesso mangiava la sofferenza a morsi e divorava la piadina con i denti. La piadina era la compagna della miseria, della povertà, quando c’ era quel rapporto difficile ma sano con i grandi valori della vita. Ed è per questo che, quando sento il suo profumo, mi viene in mente l’ infanzia, il tempo in cui ci sentivamo immortali. Ma anche un tempo in cui le persone portavano addosso dei continenti, soprattutto i contadini: un mondo di magia dentro. Adesso siamo piantine senza radici in un terreno deserto. Per questo la piadina rimane un monumento alla memoria. Che ha la forza di riempire le pance e gli occhi, allontanando il deserto dall’ anima. Non ci accorgiamo infatti che, quando siamo a tavola, mangiamo carne e immagini che escono dal televisore. E la voce che esce dai meccanismi riempie i silenzi fra uomo e donna, fra genitori e figli. Finché la paura diventa amica dei televisori e dell’ egoismo familiare. Per questo bisogna tornare dove la parola è ridata alle nostre bocche e le immagini germogliano nella nostra fantasia. La piadina serve a questo, a ridare sapore alla vita. A mangiare l’ infanzia che è il nostro paradiso terrestre. è alla piadina e alle tagliatelle che pensavano i nostri soldati nei campi di prigionia. Quando ero nel campo di concentramento in Germania, il pensiero del mangiare era dovuto non solo alla fame ma anche ai ricordi di casa, alla speranza del ritorno. Quando sono rientrato in Italia, tutti volevano i racconti. Ma non era possibile scrivere un libro di queste storie grandi, eccezionali, perché quando uno racconta molte volte una cosa che ha vissuto, poi le parole si consumano. Allora ho pensato di scrivere una poesia, La farfalla che recita così: «Contento proprio contento/sono stato molte volte nella vita/ma più di tutte quando mi hanno liberato/in Germania/che mi sono messo a guardare una farfalla/senza la voglia di mangiarla». (testo raccolto da Anna Tonelli) - TONINO GUERRA