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 2010  ottobre 07 Giovedì calendario


DAI FRIGORIFERI AI PORTI LO SHOPPPING TRICOLORE DEI GRUPPI «MADE IN CHINA»

Dal viaggio in Cina della Pirocorvetta Magenta, nel 1866, alla visita di due fregate della marina militare della Repubblica Popolare a Taranto, lo scorso agosto. Un secolo e mezzo è bastato per invertire le parti: il neonato Regno d’Italia che nella seconda metà dell’Ottocento solca i mari per scoprire spazi da colonizzare; la nuova Cina che fa il percorso inverso alla ricerca di investimenti per le sue aziende. Certo non è solo questione di rotte ma anche di modalità: la Pirocorvetta aprì la strada a meno amichevoli missioni dalla lontana Europa, culminate con l’occupazione di Pechino e Tianjin seguita alla Rivolta dei Boxer (1898-1901). La Cina invia i suoi vascelli a testimonianza di un interesse e un rapporto di amicizia con Roma che intende coltivare. E a questo proposito parlano i numeri. «Oggi — spiega Giuseppe Arcucci, responsabile del settore attrazione investimenti di Invitalia — sono 57 le grandi società cinesi che hanno acquisito il controllo o una partnership con altrettante aziende italiane per un fatturato totale di 2 miliardi 105 milioni di euro». Invitalia è l’agenzia del ministero dello Sviluppo Economico che si occupa di seguire e facilitare l’impegno dall’estero verso il nostro Paese. Ed è testimone di una crescita costante dell’interesse della Repubblica popolare: «Su 12 missioni che abbiamo condotto nel mondo in 7 differenti Paesi — dice ancora Arcucci — 6 hanno avuto come meta la Cina. Con ottimi risultati se è vero che solo negli ultimi due anni gli investitori dal Celeste impero verso l’Italia sono aumentati di 18 unità».
Pechino fa shopping in Italia grazie al surplus di valuta? Non proprio, non solo: seguendo una direttiva interna che Pechino ha battezzato «global policy», i gruppi più importanti della Cina si muovono sulla scena mondiale per acquisire non soltanto materie prime (in Africa e Sudamerica) ma know-how e tecnologia con l’intento di elevare le proprie capacità imprenditoriali. Così, per tornare al nostro Paese, i cinesi non sbarcano soltanto alla ricerca di marchi noti internazionalmente o di prodotti che non sono ancora in grado di produrre. Piuttosto, cercano di mettere radici per sviluppare i loro marchi, con il valore aggiunto del «gusto italiano». Ecco dunque che ai settori classici di investimento come la moda o l’industria meccanica (in particolare le automobili), i cinesi ora guardano al settore high tech, al design, alla logistica, alle energie rinnovabili. Un esempio di stabile e fruttuosa presenza è la Haier, gigante (in Cina) degli elettrodomestici che nel 2002 ha acquisito la fabbrica di frigoriferi padovana della famiglia Meneghetti e ne ha fatto la base per la «conquista» del mercato europeo. «Al momento — ci dice Gianluca Di Pietro, general manager di Haier — abbiamo un fatturato di 50 milioni di euro in Italia e 400 in Europa. Il nostro obiettivo non è invadere il mercato con prodotti a basso costo, ma piuttosto diffondere il nostro marchio, la nostra qualità in Occidente».
E l’Italia è un’ottima base di partenza per i grandi gruppi orientali. Lo testimoniano le acquisizioni più recenti: il porto di Taranto passato alla Hutchison Whampoa di Li Ka-shing; l’interesse per il porto di Genova con accordi doganali con la città di Tianjin; e ancora l’acquisto da parte di Qianjiang della Benelli che ha portato non alla chiusura (e al «furto» del marchio) ma alla nascita di una nuova azienda che in Italia progetta e in Cina produce; il centro di design e ricerca aperto a Torino dalla Jianghuai, la Fiat della Cina; e ancora l’istituto di ricerca Ebri della Montalcini salvato da Xiamen Biotech o lo sbarco del gruppo China Energy Conservation & Environment Protection per sviluppare, in Puglia, il settore delle energie rinnovabili. Gli esempi sono numerosi. I numeri grandi: 200 milioni di dollari di investimenti dalla Repubblica Popolare negli ultimi 4 anni.
Paolo Salom