Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2010  agosto 03 Martedì calendario


Notizie tratte da: Tullio Kezich, Alessandra Levantesi, Una dinastia italiana. L’arcipelago Cecchi-d’Amico tra cultura, politica e società, Garzanti 2010, pp

Notizie tratte da: Tullio Kezich, Alessandra Levantesi, Una dinastia italiana. L’arcipelago Cecchi-d’Amico tra cultura, politica e società, Garzanti 2010, pp. 624, 25 euro.

Rif. Libro in Gocce Sch. 1385410
Rif. Libro biblioteca Sch. 1385575

Il cognome Cecchi, molto diffuso in Toscana. Lo scrittore Ottavio Cecchi: «Come al solito mi sentii domandare: Parente di Emilio?". Risposi di no e come al soltio aggiunsi: "Noi, a Firenze, siamo come gli Smith in Inghilterra"».

Quando Emilio Cecchi diciassettenne andò al Palio di Siena, nell’agosto 1901. Nella calca si trova «con le gambe di una fanciulla, seduta dietro di lui, abbracciate di qua e di là dalla schiena, e comincia delicatamente a carezzarle il piede; poi, visto che non c’è nessuna reazione, si fa più audace e sale un poco più su fino a sopra il ginocchio». A fine palio, si alza e guarda la fanciulla come se nulla fosse successo.

"Tappa" come i fiorentini ribattezzarono la Capitale provvisoria d’Italia (la stessa Firenze, dal dicembre 1864 al luglio 1871) poiché sapevano che si trattava solo di una tappa a metà tra Torino e Roma.

«Il colmo del Freddo: essere a Riofreddo, a prendere il freddo, facendo una colazione fredda e bevendo vino con ghaccio...» (cartolina dei primi del Novecento nella corrispondenza tra Silvio d’Amico e Elsa Minù, futura sposa)

Ad inizio secolo, il giovane Emilio Cecchi frequenta l’ambiente intellettuale prima di Firenze, dove è nato e cresciuto, e poi di Roma dove andrà a vivere dal 1910 con la moglie pittrice Leonetta Pieraccini. Scrive lo scrittore Prezzolini in una lettera: «Sapete per caso se il Cecchi si è arrabbiato per una mia? So che il ragazzino è molto sensibile, e mi dispiacerebbe averlo urtato. L’avevo invitato ad essere scortese con me, almeno quanto lo ero io con lui, ma lui si vede intende per scortesia il silenzio, ed è la scortesia che mi piace di meno».

La Voce, il giornale con il quale sia Emilio Cecchi che Silvio d’Amico collaborarono. I compensi, di 20 o 25 lire, arrivavano solo ai più "necessitosi", per via del budget sempre in rosso.

350 lire, il compenso per il primo lavoro fisso di Emilio Cecchi, articolista per "Tribuna". Allo scrittore Papini, che lo accusa di comportarsi da mercenario, risponde: «È facile vivere nelle venerabilli altezze della cultura quando ci si chiama Casati o Croce; è difficile non diventare mercenari quando ci si chiama Cecchi. Si può non diventarlo a patto di diventare sterili e suicidarsi in una lenta corrosione chiamata purità... Io non farò né l’uno né l’altro».

Il 1911, l’anno dei matrimoni di Emilio e Leonetta (27 febbraio) e Silvio e Elsa (6 novembre). Il Cecchi, che di abitudine veste molto dimesso e trascurato, appariva un dandy con la bombetta e il cappello; il d’Amico, che, per piegarsi alle pretese del suocero, è entrato alla direzione generale delle Antichità e Belle Arti con l’intenzione di rimanere per pochi mesi in quel ruolo di funzionario: vi rimarrà 12 anni.

Quando il primo figlio di Emilio e Leonetta, morto infante, fu portato al camposanto con una vettura pubblica. Il vetturino, pur connivente, volle farsi pagare i danni - era illegale portare cadaveri sui mezzi pubblici - e intervenne la Questura.

La relazione extraconiugale tra Emilio e Grazia Deledda, lui 28enne, lei quarantenne, sposata e con due figli. Lei gli mandava «foglietti azzurri finemente riempiti della scrittura di una mano di donna». Lui troncò la relazione perché, come scrisse in una lettera, «non riuscimmo che a chiuderci in una rete di inganni e di dolori sterili, e a fare tanto male intorno a noi».

Emilio Cecchi, che, il 21 luglio 1914, recandosi all’anagrafe per registrare la nascita della figlia Suso, incontra per caso un conoscente: è Silvio d’Amico. Gli chiede, così senza preavviso, di fargli da testimone, per quella che sarebbe diventata sua nuora.

Sor Emilia, lo scritto con cui Papini sbeffeggiò Cecchi dalle colonne de La Voce. Diniega la sua attitudine a mostrarsi maestro: «s’era presentato come un profeta sceso dal Sinai o come un arcangelo dell’Apocalissi...». Negli anni Settanta il poeta Sandro Penna scrisse che Papini chiamava Cecchi "la signorina Emilia" per via della sua abitudine di andare dal parrucchiere invece di andare dal barbiere e per il fatto che già allora si tingesse i capelli.

Domenico Oliva, direttore del Corriere della Sera di fine Ottocento, che denigrò l’esordio come drammaturgo di Silvio d’Amico ma poi lo prese a scrivere a "Idea Nazionale". Oliva, quando la moglie del d’Amico gli chiese se il marito fosse troppo vivave nelle critiche teatrali, rispose «Terribile, signora, terribile!». Un esempio da uno dei primi articoli: «Il Valle, lo dicono tutti, è un soffice salottino dove, nelle sere invernali o piovose, come quella di ieri, fa piacere ritrovarsi, sia pure in pochi come ieri, col pretesto di una commedia vecchia o nuova, o anche non vecchia né nuova come quella di ieri...». Avanti così per quasi tutto il pezzo, descrivendo pubblico, atmosfera e meteo, salvo poi dedicare poche righe alla rappresentazione.

Quando durante la guerra Emilio lavorava nella burocrazia militare a Firenze e da Fiesole calava in città Dino Campana a fare la sua «strana e inquietante comparsa». E Sibilla Aleramo, che all’epoca aveva una turbolenta relazione con il poeta, che andava a piangere dai Cecchi finché Suso non le gridò "Scimmia, scimmiottona". Cecchi: «Fu una pietà perché, con quelle lacrime e quei turbamenti che c’erano stati, si sentiva che Sibilla pigliava quelle parole dalla bocca della bambina come una intimazione cosmica».

Piso e Pisa, i nomiglioli affettuosi usati vicendevolmente da Silvio e Elsa.

Cecchi non scrisse niente di rilievo dall’esperienza militare nella prima guerra mondiale, che definì «il brutto sogno di questi anni». Il d’Amico, convinto interventista, scrisse invece un lungo diario pubblicato solo nel 1966, dove, tra le altre cose, si trova questo passaggio: «D’Annunzio fa propaganda per la guerra, d’Annunzio va alla guerra, d’Annunzio prende una medaglia al valore, d’Annunzio perde un occhio, d’Annunzio è fatto capitano, d’Annunzio prende un’altra medaglia, d’Annunzio gli muore la madre, d’Annunzio seguita immancabilmente a fare schifo...».

Un’altra amica intima del Cecchi, l’inglese Muriel Lee Mathews, della quale la moglie Leonetta ebbe a scrivere che era «una ridicola anziana», che aveva i «capelli, naturalmente o artificialmente, neri come l’inchiostro di china» e «preferenza alle tinte più azzardate per le scarpe tanto che una delle bambine è uscita a dire... "Ma un paio di scarpe nere, la Mathews, non ce l’ha?"». L’inglese, in una lettera a Cecchi: «Poor Leonetta, who seems like a poor unformed child, losing her temper among the unrealities of life, and knowing nothing of the realities...». Commento di Leonetta: «Può darsi che così sia; né mi dispiace».

Per oltre quarantanni i Cecchi aprirono, la domenica pomeriggio, la loro casa gli amici. Menù servito: tè con delle fettine spalmate di pasta d’acciuga. Ospiti (subito dopo la Grande Guerra), tra gli altri: De Chirico, gli Ungaretti, i Saffi, i Signorelli, Sibilla Aleramo, Vincenzo Cardarelli.

«Questo grasso ambiente milanese, dove... la vita intellettuale, letteraria, artistica ecc., non è che un fitto intrigo d’affari, mi ha già stancato, e penso alla mia cara Roma, alla dolce vita di famiglia» (Silvio d’Amico alla moglie, 11 ottobre 1918).

I primi commenti di Emilio Cecchi sul fascismo: «I fascisti e i comunisti si scazzottano ma le ragazze sono felici lo stesso»; in una lettera fa invece riferimento a mussolini, con la lettera minuscola, quasi a sminuirlo. Del d’Amico: «Non credo affatto nel fascismo, non mi riesce di pensare che la salvezza dell’Italia dipenda dai signori del me ne f... e delle camice nere».

Corriere romano, la rubrica che Silvio d’Amico tiene sul Resto del Carlino dal settembre 1923 al maggio 1925 con lo pseudonimo Ludro. Vi racconta la vita letterata e artistica nella capitale, come quando i Cecchi, Cardarelli e altri discutevano «di un problema serio, perché mai C.E. Suckert si è deciso, dal alcuni giorni, a firmare tutto steso: Curzio Suckert?». Motivo, spiegato dallo stesso Suckert: «Sono andato a Firenze a tenere una conferenza politica, e ho trovato scritto sui muri dei viva per me, a questo W.C. Suckert. Quel W.C. mi ha fatto orrore...e mi sono deciso a confessarmi Curzio...».

Paul Valéry, che i Cecchi incontrano a cena a casa Ungaretti nel 1924. Di d’Annunzio dice: «piccolo, accuratamente sbarbato e completamente calvo: ma ricco di vitalità, di brio, di espansione»; Mussolini «gli è rimasto assai simpatico, in definitiva, malgrado il suo aspetto da boxeur».

Nel dicembre 1925 La Tribuna, storico quotidiano romano, si fonde con L’Idea Nazionale, assumendo il doppio nome. Emilio Cecchi esce dalla Tribuna, d’Amico vi entra come critico teatrale e responsabile della pagina culturale.

«La commedia più divertente di tutto il teatro italiano degli ultimi anni è quella che Silvio d’Amico e Anton Giulio Bragaglia recitano in quasi tutte le riviste e tutti i giornali della penisola; ottimi polemisti, il cattolico e il ciociaro, attaccano e si difendono alternativamente, sempre in lotta fra loro...». La polemica tra i due uomini di teatro va avanti dal 1923 al 1955, tra stroncature, risentimenti ma anche attestati di reciproca stima e affetto.

Argomento principale negli articoli critici di d’Amico: la necessità di liquidare il vecchio teatro e l’urgenza di inventarne uno nuovo in nome di un’autentica rivoluzione culturale. Ma scrive anche d’altro: propone per esempio di buttare giù l’Altare della Patria, parla del meteo, vuole abolire i giochi di società che stanno ammazzando la conversazione, vorrebbe che i concerti durassero un’ora, di più è troppo, eccetera.

Quando a fine ’28 Cecchi scrive al ministro Bottai, rivendicando la sua adesione al Manifesto degli intellettuali antifascisti e non rinnegando i suoi articoli scritti per la Tribuna (giornale non simpatizzante con il fascismo), e gli chiede di essere giudicato in base al proprio lavoro letterario: «Quello che non mi è accettabile è il pensiero di essere considerato non degno di esercitare una professione cui so di non aver recato disonore».

Nino Rota che, diciottenne, si affacciò al "cenacolo" culturale dei Cecchi e dei loro amici. Leonetta lo definisce «carino, semplice, abile».

L’estate del 1929, quando a Castiglioncello le figlie Cecchi e i figli d’Amico si cominciano a frequentare. Il cattolico Silvio è preoccupato che i suoi figli frequentino le ragazze cresciute «in un ambienta laico e bohémien di liberi pensatori».

La casa di produzione Cines, dove il Cecchi lavora negli anni Trenta. Su 300 dipendenti, solo 8 erano iscritti al Partito Fascista.

Il 5 giugno 1937, rappresentazione dell’ultima opera, incompiuta, di Pirandello, I giganti della montagna. Cecchi e d’Amico ne scrivono l’uno per il Corriere della Sera l’altro per Nuova Antologia: è l’unica occasione in cui i due consuoceri si ritrovano sullo stesso servizio giornalistico.

Maria Stella Ferrari Labroca, amante di Emilio Cecchi per almeno vent’anni. Nel 1937 durante un incontro chiede a Leonetta: «Si sa che gli uomini a una certa età sono portati verso le donne più giovani. E tu non potresti per il suo bene sopportare la nostra relazione?». Nel 1950, Leonetta annota: «Considero ormai da anni la passione di Emilio per la di lei persona una diversità di gusti chimici. Come la sua preferenza per il formaggio di cui non sopporto neanche l’odore, o puzzo che sia. Per me ella ha ssunto addirittura la consistenza di un pezzo di pecorino...».

Il giovane musicologo Fedele d’Amico (figlio di Silvio) alle prese con la coincidenza di concerti e partite di calcio (altro suo interesse) alla domenica pomeriggio. Mobilita allora il padre, e gli intellettuali Alberto Cecchi, Mario Labroca e Massimo Bontempelli, e con una lettera anonima (firmata "un lettore") viene segnalato il problema, poi ripreso da un fondo di Labroca sul giornale Lavoro fascista e un altro articolo di Bontempelli. Risultato: tanti illustri intellettuali ottengono lo spostamento dei concerti alle 5.

Nel 1938 Suso Cecchi sposa il 26enne Fedele D’Amico. A novembre vanno in viaggio di nozze a Parigi. Con loro parte anche Thomas Wood, borsista dell’Accademia americana, uno spasimante di Suso, che, amabilmente respinto, ha chiesto di addolcire la propria delusione unendosi alla coppia durante la luna di miele.

L’Africa per Emilio Cecchi: «desolata, miserabile... che paesi tristi, che avventura malinconica».

Quella volta che, durante la seconda guerra mondiale, Leonetta entra in farmacia e chiede il salnitro per salmistrare una lingua e tutti le chiedono stupiti come si fa a trovare una lingua: «mi sono sentita sul punto di essere assalita come fossi un tesoro in una contrada di briganti».

Quando Silvio d’Amico fu arrestato e rimase in carcere dal 5 al 22 ottobre 1943 per motivi imprecisati. Intanto Cecchi, quando la situazione politica precipita, si dedica alla stesura di un libro sui moralisti inglesi dell’Ottocento.

Gli americani a Roma, che si comportavano «con libertà chiassosa dei goliardi», fumano, discorrono, corrono all’impazzata, non come inglesi e francesi che «mantengono un contegno più corretto e riservato» (secondo le note di Leonetta).

I continui problemi economici dei Cecchi. Emilio, che in sessant’anni di operosità non divenne mai ricco né benestante, anzi si stupiva quando il compenso dei suoi articoli veniva aumentato. Suso che, nel 1946, in un momento di difficoltà economiche, scrive un libro di ricette, pur non avendo mai messo piede in cucina.

«Il pertinace intruso della nostra vita teatrale»; «quel presuntuoso»; «il tremendo capintesta»: alcuni giudizi su Silvio d’Amico nel dopoguerra. Al critico non fu perdonata la continuità del ruolo egemone nel passaggio dal fascismo alla repubblica. Quello di d’Amico e di Cecchi rappresenta anche nel dopoguerra «il grado massimo del giudizio critico [...] l’articolo di Cecchi sul libro appena apparso o la recensione di d’Amico sulla commedia della sera avanti continuano a costituire il suggello insostituibile del successo o l’inappellabile decreto del contrario».

«Nonno Silvio era estroverso sempre in giro tra l’Accademia che dirigeva, i ministeri che bazzicava, i giornali in cui scriveva, la radio, i teatri; nonno Emilio, invece... vedeva poche persone e usciva rarissimamente» (Masolino d’Amico).

Suso, costretta a prendere la patente perché nel 1948, sul set di Proibito rubare di Luigi Comencini andava avanti e indietro in macchina di notte insieme con il produttore Ponti, soggetto a pericolosi colpi di sonno.

Con Luchino Visconti, Suso collabora per trent’anni: «I due continuano a darsi del lei: lui si ostina a chiamarla Susanna (che non è mai stato il suo nome), lei gli si rivolge con l’appellativo, tra deferente e scherzoso, "Conte mio"».

«Ti ho sentito dire che non ti piace mandar fiori e forse nemmeno riceverli. Te ne mando lo stesso: fa’ un po’ tu. Dopo questa meravigliosa storia mi sei diventata simpaticissima, e so adesso che posso contare su un’amica fidata per confidare un... Bah, ti racconterò» (biglietto recapitato da Fellini a casa della Cecchi D’Amico. La storia a cui fa riferimento è quella di una figlia di Nino Rota riconosciuta solo post mortem, segreto prevervato dall’amica Suso).

Quella volta che «quel giovane dandy figlio del costruttore Pincherle» (vale a dire Alberto Moravia) invitò a ballare Suso e le pestò regolarmente i piedi. Renzo Paris, autore di Moravia una vita controvoglia: «Nonostante fosse molto avvenente, Alberto si guardò bene dal farle la corte, forse per non predisporre male il padre [Emilio Cecchi] nei suoi confronti...».

Nei primi anni Cinquanta sono ancora vivi gli interessi culturali che gravitavano intorno ai Cecchi e ai d’Amico prima della guerra, ma «i maestri, i grandi di un tempo spariscono uno ad uno, lasciandoci dietro un incolmabile vuoto» (sempre dalle note di Leonetta).

Quando Silvio d’Amico, già anziano, comprò la televisione e non riuscì ad accenderla. «Ma dottore, come può funzionare l’apparecchio se lei non attacca la spina?» gli spiegò il tecnico.

Impegnato nella redazione della monumentale enciclopedia dello spettacolo voluta da Silvio d’Amico, il figlio Lele trova una svista sfuggita ad un redattore e lo sgrida agitandogli davanti la bozza «Ha passato lei questa voce? Si vergogni!». Il redattore sbadato è Tullio De Mauro.

Quando la Fallaci nel gennaio 1962 va a casa Cecchi e Leonetta la trova «vivace, intelligente, scanzonata, ma un po’ troppo, e volutamente, "becerina fiorentina"».

Le ultime parole di Emilio Cecchi prima di morire. Secondo Leonetta, «Madame Bovary, che bellezza!». Altri affermano «Pindaro, che bellezza!». Secondo Suso: «I cantori oggi non cantano».

Emilio «accompagnava sempre i suoi scritti con un biglietto scritto a mano dove chiedeva il parere del direttore... [...] voleva essere un giornalista e aveva un profondo rispetto per il lavoro del giornale» (così afferma Alfio Russo, direttore del Corriere della Sera, nel 1967).

Notizie tratte da: Tullio Kezich e Alessandra Levantesi, Una dinastia italiana. L’arcipelago Cecchi-d’Amico tra cultura, politica e società (Garzanti, 2010)