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 2010  giugno 06 Domenica calendario


STORIA D’ITALIA IN 150 DATE

29 luglio 1900
Tre colpi di pistola
«Io non ho ucciso Umberto, ho ucciso il Re». Così Gaetano Bresci, l’anarchico che ha assassinato Umberto I nel parco di Monza, spiega al processo il suo gesto. Non è certo il primo a trasferire sul piano simbolico un delitto politico, basti pensare ai congiurati che hanno pugnalato a morte Giulio Cesare, per i quali non è stato massacrato un uomo ma un tiranno. il concetto del «niente di personale» tirato in ballo nei secoli da ogni sorta di estremisti, ma le sfaccettature e le contraddizioni di una simile idea sono infinite: tutto cambia se l’attentatore rischia la propria vita o se spara alle spalle o se si fa saltare in aria in una scuola elementare o se taglia la testa al Re davanti a una piazza gremita. Bresci si vede come un vendicatore delle vittime di Bava Beccaris, il generale che Umberto I ha elogiato e premiato con la «Gran Croce dell’Ordine Militare di Savoia». La notizia si diffonde prontamente nei circoli anarchici dei nostri emigrati negli Stati Uniti. Uno di costoro è appunto Gaetano Bresci, operaio nella cittadina di Patterson che, senza nessuna complicità (così risulterà al processo), acquista un revolver, s’imbarca per l’Italia, raggiunge Milano, s’informa sui movimenti della vittima designata e aspetta, confuso tra la folla, l’uscita del Re.
Umberto I ha assistito a un saggio ginnico della società «Forti e liberi», risale sulla sua carrozza scoperta, scelta per via della calura. Sempre a causa del caldo il Re ha rinunciato ad indossare la maglia d’acciaio a protezione contro gli attentati. La banda suona la marcia reale, la carrozza procede lenta tra la folla e nella confusione Bresci si slancia con la pistola in pugno e spara tre rivoltellate. Colpito a una spalla, al polmone e al cuore, il Re muore quasi subito. Bresci viene bloccato dai carabinieri che lo sottraggono al linciaggio, mentre la Regina si precipita all’ingresso della reggia. Passerà la notte in preghiera vegliando la salma e la mattina dopo, quando la duchessa Litta, amante ufficiale del Re, chiede di poter entrare per l’ultimo saluto a Umberto, Margherita, in nome del comune dolore, cede e lascia la stanza. Il nuovo re Vittorio Emanuele III grazia il regicida che viene condannato all’ergastolo, da scontare nel penitenziario di Ventotene, in una cella appositamente costruita di tre metri per tre. Qui nel maggio 1901 verrà trovato impiccato, ma il suicidio è ancora oggi ritenuto da molti un’esecuzione. Intanto a Monza viene eretta una cappella espiatoria a ricordo del regicidio. Qualche anno dopo un socialista romagnolo in visita da quelle parti impugna un sasso scheggiato e scrive sulla cancellata: «Monumento a Bresci». Il giovane graffitaro si chiama Benito Mussolini.