Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2010  giugno 18 Venerdì calendario


LA RAZZA PADANA VA IN PENSIONE

Il passaggio è storico, sia per gli assetti di governo della Santa Sede sia per gli equilibri della finanza cattolica del Bel Paese. Soprattutto di quella che da sempre prospera nella terra bresciana, così prodiga di tondinari, banchieri e uomini di fede. Tra una decina di giorni, in occasione della festa dei Santi Pietro e Paolo, infatti, il cardinale Giovanni Battista Re, classe 1934, nativo di Breno in Val Camonica, lascerà l’incarico di ”ministro dei vescovi” che gli era stato affidato da Giovanni Paolo II.
Potrà così frequentare ancor più spesso, come gli è accaduto negli ultimi anni, la Val Camonica dove è pronto ad accoglierlo Giuseppe Camadini, già presidente della Cattolica Assicurazioni. Ossia il ”notaio” della tradizione bianca delle valli bresciane che vigila sugli equilibri, in costante evoluzione, del potere locale. Uomo prudente, Camadini, amico come il cardinale Re di Giovanni Bazoli, di cui però non apprezza l’apertura verso la sinistra o la finanza ”laica” (distinzione che il professor Bazoli rifiuta). Ma, soprattutto cauto, anzi diffidente assai verso i nuovi attori della finanza negli anni del denaro facile, i vari Gnutti o il lodigiano Gianpiero Fiorani, con cui cui Re è stato invece comprensivo. Probabilmente troppo.
Colpa, forse, dell’amicizia stretta con l’ex governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, che Giovanni Battista Re avrebbe voluto allo Ior, dove invece è stato chiamato Ettore Gotti Tedeschi. Lo stesso Fazio che fu folgorato nell’estate dei furbetti dall’impegno al fianco di Fiorani per impedire che l’Antonveneta o la Bnl finissero in mano straniera.
Dell’ex governatore il cardinale Re celebrò ad Alvito le nozze d’argento con la signora Cristina Maria. A sua volta intima amica della sorella suora del cardinale cui, com’è accaduto ad altri uomini di fede, non ha certo giovato la frequentazione degli uomini di mondo. Fra questi lo stesso banchiere Fiorani o il gentiluomo di Sua Santità Angelo Balducci, che il cardinale Re (artefice di quella nomina) volle che fosse trasferito da Nord verso la Capitale in vista dei lavori per il Giubileo.
Certo, non si può liquidare così un’esperienza così complessa e profonda qual è quella di Re, figlio di falegname, che lasciò la famiglia (un fratello e cinque sorelle, di cui una
clarissa) nel 1945, ad undici anni, per avviarsi ad un’intensa carriera ecclesiastica.
Per lungo tempo vicino alle posizioni del cardinale Carlo Maria Martini, diplomatico prima a Panama poi in Iran, Re è stato un infaticabile lavoratore nella Curia romana, a cui approdò negli anni Sessanta ai tempi del pontificato di Paolo VI (sarà uno dei consulenti della fiction sul Pontefice prodotta dalla Lux di Ettore Bernabei). stato vice del cardinal Angelo Sodano quale sostituto per gli Affari generali della Segreteria di Stato. Ancora: dal 2000 Re è prefetto della Congregazione dei vescovi, un mandato che ora è prossimo alla conclusione, anche se non è ancora ben chiaro chi sarà il successore.
La candidatura fin qui più accreditata quella dell’arcivescovo di Sidney, George Pell sembra tramontata dopo che quest’ultimo è stato accusato dalla televisione pub-
blica australiana di avere coperto prete pedofilo. Potrebbe allora essere il polacco Stanislaw Rylko o il canadese Marco Ouellet. O anche un presule italiano. Nientemeno che il presidente della Cei, Angelo Bagnasco, stando alle ultime voci. Tutto ciò a conferma dell’importanza strategica della posizione occupata, pur con qualche scivolone (il caso Williamson, ad esempio), da Re, l’ultimo dei luogotenenti di Wojtyla che, in occasione di una sua visita a Breno nel ”98, lo definì ”il mio carissimo e fedelissimo collaboratore”.
L’ultimo a lasciare la poltrona ad un fedelissimo di Benedetto XVI o, il che è lo stesso, del segretario di Stato Tarcisio Bertone che così completa la sua squadra di comando, dopo aver affidato le sorti dello Ior a Ettore Gotti Tedeschi, e non a Fazio o ad altri campioni di una finanza che, probabilmente, ha perso appeal anche dalle parti di oltre Tevere.