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 1999  gennaio 20 Mercoledì calendario


I fantasmi di Virginia Woolf Virginia WOOLF Metamorfosi di un destino Il giorno in cui si liberò dai fantasmi Una discesa nella oscurità Repubblica – 20 gennaio 1999 pagina 1 sezione: PRIMA PAGINA/ CULTURA NEL GIUGNO del 1923, Virginia Woolf si sentiva rinchiusa a Richmond, alla periferia di Londra: legata, prigioniera, paralizzata, come uno scoiattolo in una gabbia

I fantasmi di Virginia Woolf Virginia WOOLF Metamorfosi di un destino Il giorno in cui si liberò dai fantasmi Una discesa nella oscurità Repubblica – 20 gennaio 1999 pagina 1 sezione: PRIMA PAGINA/ CULTURA NEL GIUGNO del 1923, Virginia Woolf si sentiva rinchiusa a Richmond, alla periferia di Londra: legata, prigioniera, paralizzata, come uno scoiattolo in una gabbia. Si ribellava contro le regole di vita del marito. Con quel desiderio di metamorfosi che la possedette sempre, voleva cambiare, ridiventare giovane, tuffarsi nell’ aria e nel movimento. Desiderava tornare a Londra, dove aveva abitato nella giovinezza: voleva entrare e uscire senza sforzo dall’ esistenza "tuffarmici invece di restare a riva"; ora sentire musica, ora vedere un quadro, ora fare una scoperta al British Museum, camminare, camminare, fermarsi davanti a un negozio, sostare in un giardino pubblico, e soprattutto conoscere persone nuove, di cui aveva fame. Difendeva il suo lato mondano: "E’ molto autentico in me. Non ci trovo nulla di riprovevole. E’ un gioiello che ho ereditato da mia madre - un piacere di ridere". Così il 9 gennaio 1924 Leonard e Virginia Woolf affittarono per dieci anni un ampio appartamento a 52 Tavistock Square, a Bloomsbury. Virginia abbandonò senza rimpianto la casa di Richmond: la stanza dove aveva profondamente delirato, ascoltando le voci dei morti; e prima di lasciarla, le diede l’ addio e le porse i suoi ringraziamenti, come se fosse una persona viva. Il 15 marzo 1924, Leonard e Virginia Woolf dormirono per la prima volta a Tavistock Square. Gli elettricisti erano ancora nell’ ingresso: i gasisti nel seminterrato; mentre al telefono suonava la voce sepolcrale di T.S. Eliot. I busti della madre di Virginia erano posati sui tappeti, i vasi da notte straripavano di arnesi per rilegare i libri - e i suoi poveri libri, maneggiati da facchini frettolosi, erano spaiati e strappati. Virginia era ridotta a pezzi dalla fatica. Ma presto si ricompose, e tornò a contemplare le meraviglie di Londra, che amava nella maniera più romantica e sentimentale. Che importava che la città fosse "crudele e col cuore di pietra"? Era "il gioiello dei gioielli, il diaspro della gaiezza", come aveva detto un poeta del XV secolo. Lì accanto c’ era l’ Hotel Imperial, rosa e giallo e azzurro, come il mare a Brighton; e la cuspide della chiesa di san Pancrazio, scolpita nel gesso bianco. Bloomsbury era violento, scostante e impietoso: la spaventava; ma era così irresistibilmente bello che stava tutto il giorno alla finestra a guardare. La luna le sembrava una luna nuova, come se, a Richmond, l’ avesse conosciuta soltanto velata. Londra la stregava. "Mi sembra di posare il piede su un tappeto magico, di colore fulvo, e di essere subito trasportata in piena bellezza, senza nemmeno muovere un dito. Le notti sono stupefacenti con tutti questi portici bianchi e questi lunghi viali silenziosi. E le persone entrano ed escono, leggere, gioiose come conigli". Così cominciarono gli anni mondani di Virginia Woolf: questa creatura di "riso e di movimento", come disse Elisabeth Bowen. Andava ai tè, ai party e alle cene; e da principio le sembrò che tutti fossero vittime di un incantesimo, imprigionati in un preciso riquadro del tappeto, che non potevano oltrepassare pena la morte. Ebbe un momento di timidezza. Poi trovò "la vita prodigiosamente interessante": imparò a parlare, talvolta a parlare troppo, annegando nelle parole; cercava che il sangue le spumeggiasse nelle vene come champagne. Presto la lista dei suoi impegni sociali, con amici o conoscenti appena sfiorati, prese un ritmo per me terrificante. Ma la sua vera attività mondana erano le lettere, che scriveva con inimmaginabile felicità: "Sono una chiacchierona vera e propria", diceva; "Schiamazzo come un cacatoa rosa e giallo". Quale verbosità febbrile: quale dedizione ai colori e alle superfici del mondo, e a tutte le persone incontrate, alle quali non poteva mai negare un abbraccio fuggitivo. Desiderava la vita: voleva abbracciarla; ingoiava e assimilava e possedeva tutte le cose viste o appena intraviste. Corteggiava il mondo, e voleva essere corteggiata. Viveva, e vedeva attraverso gli altri. Così le lettere brillano, scintillano, civettano, figlie dell’ eccitazione e del capriccio. Disegnano ritratti e rappresentano superfici e piccole scene, con un talento che ci ricorda quello di Dickens. La sua scrittura svegliava le sue parole-colombe, le gettava fuori dalla colombaia, le alzava a stormi nell’ aria, inventava piccole feste, decorazioni floreali, accendendo razzi colorati nel cielo della fantasia. Spesso vedeva troppa gente: parlava troppo: scriveva troppe lettere; la sua esistenza diventava isterica. Allora l’ agitazione la sconvolgeva: i sensi sussultavano e crepitavano; oscillava come un barometro ai cambiamenti d’ umore, dall’ euforia alla malinconia. Le sembrava di gettare via quella "materia infinitamente preziosa" che è la vita, che ci viene distribuita in stretti rotoli, per "esserci poi ritirata per sempre". Ma l’ immenso epistolario non dà soltanto questa impressione. Vorrei ricordare le bellissime lettere a un amico pittore, Jacques Raverat, che stava lentamente morendo in Francia. Nemmeno un accenno di pietà o di compatimento: nemmeno un suono di quella voce lamentosa, intirizzita e dolente che usiamo con chi muore. Gli scriveva con assoluta naturalezza e scioltezza: lettere vitalissime, spiritosissime, intelligentissime, che cercavano di farlo vivere pienamente fino al momento estremo della malattia. "Tu ed io - gli scriveva - possiamo parlottare tra noi come un’ intera voliera di cacatoa". Quando morì, scrisse alla moglie: "Era diventata per me una specie di vita segreta, e credo di avergli detto più cose che a chiunque altro, a parte Leonard". Non possiamo immaginare forma più profonda e delicata di caritas. Dietro le lettere, esisteva per la Woolf un secondo livello di scrittura: quello del Diario. La voce spumeggiante della conversazione e della corrispondenza si placava: ora parlava, a bassa voce, quasi in silenzio, con sé stessa, qualche volta con la sua anima. Non doveva più sedurre nessuno, né essere sedotta da nessuno. Poteva scrivere sempre sul diario, anche quando era troppo turbata per leggere o comporre romanzi. Era l’ assoluto confidente: l’ amico col quale poteva aprirsi sempre; sebbene non gli dicesse mai tutto, perché il luogo dell’ assoluta rivelazione era soltanto la letteratura. Le dava rifugio, riposo, calma, certezza: sopratutto fondamento; senza di esso, si sentiva perduta. Voleva che nella sua vita non ci fossero tempi vuoti: tutto doveva essere scrittura, tranne quel poco che si dissipava nelle parole parlate. Così si esercitava: faceva le sue gamme; lavorava a certi effetti, scioglieva e slegava lo stile. Una volta, pose addirittura il diario al di sopra dei romanzi. Pensò a un libro fatto interamente, unicamente e senza riserve di pensieri. "Supponiamo che io possa afferrarli prima che si cambino in opera d’ arte. Afferrarli al volo quando ci vengono inopinatamente allo spirito". Era lo stesso disegno che, qualche decennio prima, si era proposto Paul Valéry. Nel diario affiorava sovente quella che la Woolf chiamava la sua qualità fondamentale: la mancanza. Tutto le mancava: specialmente la vita - che apparteneva agli altri, alla madre che l’ ossessionava trent’ anni dopo la morte, alla sorella di cui era gelosa, a Vita Sackville-West, che "navigava con tutte le vele all’ infuori, in alto mare, mentre io costeggio la riva". Gli altri erano sicuri di sé. Lei era incerta: gelosa; non aveva fiducia in sé stessa. Non aveva niente: non possedeva niente: né i figli, che consolavano soltanto le donne dal ventre fecondo: né una vera famiglia: né la bellezza - perché era "troppo larga, troppo grande, troppo piatta, coi capelli che pendono"; e nemmeno i vestiti, che le altre donne indossavano con naturalezza. Era una fallita. Soprattutto era un’ estranea: una straniera, come Kafka. Se voleva scrivere, se cercava di diventare completamente straniera per trovare una patria, - doveva affondare la penna in questa mancanza, in questo lato nudo, misero, spoglio, che giaceva là in fondo, sotto i suoi splendori apparenti e le sue ricchezze da pappagallo. Non era mai esistita una creatura che conoscesse una così ricca mancanza. Portava con sé reti prensili, mobili, onniavvolgenti: le quali coglievano migliaia di impressioni e di sensazioni, e di sottoimpressioni e di sottosensazioni, sempre più impalpabili e molecolari. Esse non restavano mai isolate: perché le reti le stringevano e le fondevano tra loro, formando delle "perle agglutinate", dei "grappoli affascinanti", delle "ghirlande". Questa, non altra, era la felicità: perle, grappoli, ghirlande, che, non si sa come, avevano tutti qualcosa di liquido, come se fossero condensazioni della sostanziale liquidità della vita. Oppure la felicità era "un certo splendore nello sguardo", diceva echeggiando forse senza saperlo Tolstoj, quando parlava di Natasa Rostov e di Anna Karenina. La felicità è quando, nelle profondità degli occhi, si aprono "delle caverne illuminate", che splendono perfino nei tristi vagoni della metropolitana; e la letteratura è "una caverna illuminata" da una luce che viene contemporaneamente dal di fuori e dal di dentro. Come dice un passo bellissimo della Signora Dalloway, la Woolf aveva appreso l’ arte più ardua. Teneva l’ esperienza, tutta la propria esperienza, anche quella più desolata e terribile, nelle proprie mani: la possedeva; e la "volgeva, con una lenta rotazione, verso la luce". *** La Signora Dalloway, a cui Virginia Woolf cominciò a pensare nell’ ottobre 1922, si chiamava da principio Le ore. Il 9 febbraio 1924 scriveva: "Questa volta credo di aver scoperto un filone. Spero di estrarne tutto l’ oro... E il mio filone d’ oro è molto profondo, in gallerie molto tortuose. Devo avanzare penosamente per sfruttarlo, curvarmi, andare a tastoni". Nel dicembre cominciò a ribattere a macchina il libro. Passava un pennello bagnato sulla carta facendo gli uni negli altri dei brani che erano stati composti separatamente e che erano seccati. "Trovo che è il più riuscito dei miei romanzi... Ora posso scrivere e riscrivere indefinitamente: non c’ è più grande felicità al mondo". L’ aveva composto lentamente, a fatica, ma senza venire interrotta dalla malattia: ciò che non si sarebbe ripetuto nei libri successivi. Il romanzo uscì in libreria il 14 maggio 1925: la Woolf, sempre spasmodicamente attenta a raccogliere gli echi dei suoi libri (ma non raccoglieva tutti gli echi?), pensava che, in quel preciso momento, mentre le foglie sbocciavano dalle gemme sugli alberi di Tavistock Square, i suoi amici lo stavano leggendo in campagna. I primi lettori della Signora Dalloway, non amarono il personaggio di Clarissa, che dà il nome al libro: continuano a dubitarne i lettori moderni; e perfino la Woolf la giudicò "troppo rigida, troppo scintillante, troppo sgargiante". Nel caso di romanzi della Woolf, possiamo parlare di personaggi? Tranne negli angoli delle tele, la Woolf non creò mai personaggi: rappresentava esseri umani che affondano profondamente nella realtà, hanno mille sensazioni ed impressioni vive, si impregnano di simboli, e a poco a poco si trasformano in Figure, come le creature di Dante e dei libri medioevali. Clarissa Dalloway è una mirabile Figura. La Woolf vive acquattata dentro di lei come un doppio: le attribuisce le sue predilezioni più profonde e segrete; poi la fa diventare una frivola creatura mondana, e se ne prende gioco nel modo più delizioso. In una lettera alla sorella,Virginia Woolf scrisse una frase acutissima: "Non amo gli istinti profondi - non nei rapporti umani". Clarissa è esattamente così. Questa signora di cinquantadue anni, malata di cuore, che "somigliava a un uccello, a una gazza verde azzurra", è una vergine, che porta nella mente una sostanza gelida, cristallina e impenetrabile: tutto si riflette in quel lago vetrino; proprio come accadeva alla Woolf, che nascondeva quel lago dietro il fuoco scintillante delle parole e ne estraeva l’ essenza dei propri libri. Clarissa non ha calore: non ha vitalità: è durissima e fragile; e sebbene "affonda come una lama nelle cose", se ne trae subito lontano, vive nella distanza e attraverso la distanza, lasciando che un abisso si stenda tra lei e le impressioni. Gli altri personaggi la accusano di amare troppo i party, le feste, le cene: anche la Woolf amava le occasioni mondane; e poi Clarissa preparava le cene con lo stesso spirito con cui la scrittrice componeva i libri - come offerte, che dovevano tenere insieme le innumerevoli parti della realtà. Ascoltiamola attentamente: perché questa "gazza verde azzurra" si arricchisce, si trasforma, dice cose che forse la Woolf ignora, diventando prima la regina del tempo, poi la sovrana dell’ estasi, infine la silenziosa legislatrice della morte e della vita continua. Commentando La signora Dalloway, la Woolf disse che "il tempo non esiste": frase che rivela come perfino gli scrittori più intelligenti e coscienti di sé ignorino la natura dei propri libri. In realtà La signora Dalloway restituisce nel modo più grandioso e sottile il tempo, ora dopo ora, minuto dopo minuto, secondo dopo secondo, scandito dai pesanti rintocchi dell’ orologio. Forse nessuno scrittore ha mai reso così felicemente l’ incessante fluidità del tempo: un tempo tutto presente, perché anche il passato è riportato al livello del presente. Non è fatto di eventi, ma di istanti - il fremito, lo slancio dei puledri al galoppo, un giornale che vola in aria, una veletta per signora che fluttua, tende gialle che palpitano, un biroccino che sferraglia per le strade quasi deserte: minuti impalpabili, che nessuno strumento di precisione può registrare, e che pulsano e vibrano e battono come un cuore. Se ascoltiamo più attentamente, ci accorgiamo che questa vibrazione incessante è composta egualmente d’ aria e d’ acqua. Tutta la sostanza di Londra è ariosa e liquida, liquida e ariosa; e gli uomini sono sparsi dovunque in questa atmosfera, invisibili tra gli alberi, le onde, i venti e i suoni. Eppure qualcosa trascende il tempo; ed è proprio Clarissa, regina del tempo fluido, a coglierlo con le sue elegantissime antenne. Sono quelli che la Woolf chiamerà "momenti d’ essere". Clarissa Dalloway è in casa, o passeggia per i giardini di Londra. Ad un tratto ha una rivelazione: sente il mondo farsi vicino, carico di qualche stupefacente e incomprensibile significato: la crosta sottile dell’ esistenza quotidiana si spacca; e Clarissa prova una passione simile all’ estasi. L’ attimo cade come una goccia: la imbeve di sé; oppure lei si tuffa nel suo centro, che le dilata i nervi e il cuore. In quell’ istante, che le pare un preannuncio d’ eternità, e forse potrebbe perderla, conosce insieme tutte le polarità della vita: la vita e la morte, la luce e la tenebra, la felicità e l’ orrore. Il momento dura pochissimo, come il ricordo di Proust: un barlume d’ estasi; e poi si ritira, fugge via, finisce; e Clarissa si ritrova di nuovo sparsa nella liquidità ariosa della vita. Questo "momento d’ essere" contiene anche la tenebra: alla quale è dedicata l’ appassionata esplorazione di Septimus Warren Smith, lo sconosciuto alter ego di Clarissa. Septimus è pazzo: è sia schizofrenico che paranoico, ammesso che queste distinzioni abbiano un senso. Da un lato, il mondo per lui è un immenso deserto vuoto; e di quel vuoto egli non sente, non gusta, non prova, non ascolta, non vede niente. Tutti i significati sono perduti. Ad un tratto, il deserto diventa un unico orrore: il mondo minaccia di scoppiare in fiamme, l’ Apocalisse è prossima, ogni cosa è frastuono, furore, odio, aggressività urlante e scatenata. D’ altro lato, l’ universo è pieno di segni, talora di straordinaria bellezza: i colori e i suoni si animano: le cose sono vive: gli uccelli cantano in greco: la musica diventa visibile, raffiche di suono si trasformano in colonne lisce; i pensieri sono trasparenti. Gli psichiatri perseguitano Septimus, vogliono imprigionarlo nell’ educato e razionale edificio della proporzione; ed egli si getta dal davanzale, sulle punte rugginose della cancellata, per fuggire la vita e, insieme, salvarla. Anche il suo suicidio è stato "un momento d’ essere". Clarissa, la verdeazzurra donna-uccello, non ha mai conosciuto o visto Septimus Warren Smith. Eppure, nel momento finale del libro, tutti i temi della vita di Septimus si raccolgono in lei, che diventa il centro del mondo. Mentre il suo alter ego si uccide, come un capro espiatorio, per le colpe di tutti, Clarissa intuisce il significato della morte. Nell’ esistenza quotidiana noi non riusciamo a comunicare col centro della vita: nella morte, invece, anche in quel suicidio così terribile sulle punte di ferro della cancellata, noi raggiungiamo quel centro, comunichiamo col centro, diventiamo il centro; conosciamo per sempre l’ estasi, che lei aveva intravisto fuggevolmente passeggiando per le strade di Londra. Intanto Clarissa capisce la verità opposta: la morte non esiste. Mentre viviamo, noi ci versiamo e ci espandiamo in tutte le cose, siamo presenti negli alberi e nelle nuvole e nel traffico di Londra: la vita continua senza fine, come l’ onda del mare; e, quando saremo morti, vivremo lì, invisibili, sparsi tra le cose. Clarissa percepisce nello stesso istante l’ estasi della morte e la fluidità incessante dell’ esistenza: l’ indagine che ha tentato senza saperlo in ogni momento - la stessa indagine ansiosa e drammatica di Virginia Woolf in amabili vesti mondane - si è dunque compiuta. Non ci sono più contrasti né oscurità. Tutto, vita e morte, tempo e eterno, sanità e follia, è la stessa figura. In questo momento Clarissa è felice: "non era mai stata così felice": la vita è un trionfo, potrebbe commentare la Woolf, e noi dovremmo innalzarle un inno con piene voci e altissima musica. La signora Dalloway è una cristallina modulazione. Ora la voce è quella del narratore ora quella di un personaggio: un punto di vista sfuma in un altro punto di vista: il racconto diventa dialogo, il dialogo racconto, il presente passato, il tempo eterno; talora non sappiamo, tanto è fitto l’ intreccio, a chi appartenga la voce che parla. Non ci sono mai cesure o interruzioni. Con la stessa leggerezza e fluidità di James, tutte le voci e gli echi e le assonanze diverse, le figure visibili e invisibili, le metafore psicologiche, le apparizioni colte prima di svanire si fondono in uno spazio narrativo unico e immensamente vario: nell’ Uno, come avrebbe detto il maestro della Woolf, Marcel Proust. "E’ la poesia che voglio... Voglio la concentrazione e l’ atmosfera, voglio che le parole si sciolgano insieme l’ una nell’ altra, si fondano insieme, brillino - non ho tempo da perdere con la prosa". *** Nello stesso giorno in cui pubblicò La signora Dalloway, mentre attraversava Tavistock Square, Virginia Woolf concepì Al Faro, "in un grande, apparentemente involontario impeto". Quanti anni, quante sensazioni, quanti dolori, quante felicità perdute stavano dietro quell’ impeto apparentemente involontario! Il padre, che morì quando lei aveva ventidue anni, l’ aveva ossessionata; sapeva che se fosse vissuto, non avrebbe mai potuto scrivere nessun libro. La madre, che morì quando aveva tredici anni, esercitò su di lei un’ ossessione ancora più profonda: fino a quarant’ anni, sentiva ogni giorno la sua voce, la vedeva, immaginava cosa avrebbe fatto in ogni momento della sua giornata. Ora, in quel giorno di maggio del 1925, la Woolf decise senza saperlo di liberarsi da quei fantasmi, che le impedivano di vivere. Con un grandioso gesto di crudeltà, che ogni artista compie verso il proprio passato, li resuscitò dalla morte coi nomi di Mr. e Mrs. Ramsay, esprimendo "l’ emozione antica e profonda" che suscitavano in lei; e insieme li espulse, li cacciò, li seppellì in sé stessa. Quando concluse Al Faro, i suoi amati fantasmi smisero di visitarla. Era libera. Niente poteva renderla più felice di una lettera della sorella nella quale le assicurava che la terribile opera di negromanzia - quanto sangue aveva versato, come Ulisse nell’ Ade - era perfettamente riuscita. Nell’ estate e nell’ autunno-inverno del 1925, le forze della malattia e della follia tornarono all’ assalto, sebbene sia difficile descriverle e identificarle. Sappiamo di esaurimenti, depressioni, emicranie, lunghi periodi a letto - "ho visto Virginia, oggi, incredibilmente deliziosa e fragile, adagiata su due seggiole, sotto un manto d’ oro, con la voce esile e le mani affusolate" - guarigioni parziali e ricadute. Nel settembre del 1926, avvenne un episodio simbolico. Nel Diario, raccontò di essersi svegliata alle tre di notte. Sentì, vide un’ onda dolorosa che si gonfiava nella regione del cuore e la sballottava. Poi si sollevava, si innalzava, la gettava in alto, e si riversava terribilmente sopra di lei. "Che orrore... Sono infelice, infelice! Mio Dio, vorrei essere morta!... Ma perché sentire questo? Lasciatemi guardare come l’ onda si alza. Guardo. Vanessa. I bambini. Il fallimento... Il fallimento, il fallimento!... Vorrei essere Morta! Spero di non aver più che pochi anni da vivere! Non posso affrontare questo orrore". In quell’ onda, aveva visto una pinna, che fendeva "il mare deserto e vuoto". Era il segno dell’ irruzione tagliente e improvvisa del male: una minaccia; e insieme la rivelazione di qualcosa d’ altro, un misterioso al di là, soprannaturale e soprareale. In quell’ onda che si alzava e si rovesciava, in quella pinna minacciosa che attraversava il mare deserto, la Woolf aveva scorto lo scacco della sua vita: l’ orrore della follia, che quattordici anni più tardi l’ avrebbe condotta al suicidio nelle acque del fiume Ouse. Qualche giorno dopo, in una pagina che spiega le radici di Al Faro, comprese che gli assalti della depressione (che non venivano da "qualcosa di definito, ma da nulla") erano la sua esperienza suprema. Doveva discendere, gradino per gradino, nel pozzo, nelle acque profonde, negli abissi della tenebra e della follia. "Laggiù, nulla la proteggeva contro gli assalti della verità". "Laggiù non posso né leggere né scrivere: tuttavia esisto. Sono. Allora mi domando chi sono, e la risposta che ottengo è più esatta, anche se meno famigliare, di quella che ricevo alla superficie". Quale coraggio: quale dono nello sfruttare l’ ombra. Quando sarebbe tornata alla luce, avrebbe dovuto affondare di nuovo nella tenebra, trovando in essa la ragione e il fondamento della sua arte. Attraverso le pagine del Diario, ritorna in questi mesi lo stesso gioioso ritornello. "Non avevo mai sentito questo slancio, questa urgenza... Mai, mai ho scritto così facilmente, né ho avuto un’ immaginazione così feconda... Perché sono così gonfia di parole, così libera, sembra, di fare esattamente quello che voglio?". Forse ne conosceva la ragione: era affondata nelle sue "acque profonde"; e l’ ispirazione aveva l’ urgenza e lo slancio che conferisce sempre l’ immersione nelle tenebre. Certo, scrivendo, tra una malattia e l’ altra, sfiorava la catastrofe. A volte, provava le stesse angosce della sua amata Lily Briscoe, quando, nel passaggio tra la visione e l’ opera, le sembrava che dei demoni l’ afferrassero portandola alle lacrime e alla disperazione. Passare dal concepimento al libro era terribile, come per un bambino percorrere un corridoio oscuro. Finì la prima redazione il 3 ottobre 1926: quella definitiva il 14 gennaio 1927, riscrivendo tre volte alcuni brani. "Piantare gli artigli" nel suo lavoro le dava certezza e sicurezza. Il libro le sembrava pieno di vigore; e come amava certi passi! "Dolci e flessibili e, credo, profondi, e pagine intere senza una parola di troppo". In quel periodo leggeva Proust, che riteneva il più grande scrittore dei tempi moderni. La Recherche le diede l’ idea del proprio compito. "Quello che vi è di straordinario in Proust è questa combinazione di estrema sensibilità e di estrema tenacia... E’ resistente come una corda di violino ed evanescente come lo sfolgorio delle ali di una farfalla". Anche lei voleva fare così: tutte le pagine sarebbero state belle e scintillanti nelle superfici, soffici ed evanescenti nei colori: tutto avrebbe brillato come le ali di una farfalla; ma quelle ali avrebbero avuto, nel profondo, l’ architettura di una cattedrale. Voleva costruire, come un architetto medioevale, o un filosofo. Così le importava soprattutto la forma: la concentrazione, "l’ unità dell’ insieme": ma la forma non doveva rinunciare mai a rendere la fluidità della vita, quegli scintillii d’ aria e di onde, che l’ avevano resa così felice nella Signora Dalloway. *** La signora Ramsay, la protagonista di Al Faro, è la maggiore Figura che Virginia Woolf abbia mai creato. Senza perdere per un istante il suo contatto con la realtà, senza smettere di guardarci coi suoi occhi grigi, la signora Ramsay è una grandiosa creazione allegorica, alla quale la Woolf ha consegnato l’ essenza della sua metafisica. Abbiamo la costante impressione che viva dentro di lei: che ne abiti delicatamente lo spirito e il corpo; mentre, nel caso della signora Dalloway, un chiarore azzurro impediva un’ identificazione assoluta. Ma avremmo torto a credere che la signora Ramsay rappresenti la Woolf o le assomigli; perché le attribuì tutti (o quasi tutti) i doni che non possedeva e sapeva di non possedere. La signora Ramsay è una figura tremenda: incarna la vitalità e la fecondità dell’ esistenza, come, forse, nessun altro personaggio del Novecento, sebbene sia al di fuori o al di sopra di Eros, che è solo una piccola parte della sua persona quasi sacra. Non importa che la vita sia "terribile e ostile": lei non conosce nulla d’ altro. Legge pochi libri. Non ama i concetti, inventati dalla sterile mente maschile: né il pensiero lineare, che passa da una lettera all’ altra dell’ alfabeto in ordinata progressione, perché coglie le cose nel loro insieme: non ama quelle travi di ferro con cui i maschi tentano di imbrigliare il mondo. Il suo dono è di intuire la realtà mentre si manifesta o prima che si manifesti: di farla esistere: di capire i sentimenti e le sensazioni di ogni essere umano, di proteggerli, avvolgendoli col suo grande corpo materno, di sacrificarsi per loro, e di accordarli e di legarli a quelli degli altri. Ha un’ immensa immaginazione; e proprio per questo non si accontenta di quello che è, come il marito, ma avanza in ciò che è solo possibile ed anche inverosimile, e che alla fine, sia pure, col sacrificio di sé stessa, fa diventare assolutamente reale. Quale pace, quale calma essa ispira. Così estesa, così dilatata e onniabbracciante, essa appare "immune al mutamento", incarnando non solo la fecondità, ma la stabilità e la permanenza e l’ eternità dell’ universo. Come la Woolf, quando venne assalita dalla visione della pinna, la signora Ramsay discende nell’ oscurità: "in un cuore di tenebra cuneiforme, invisibile agli altri": vi si raccoglie; e laggiù, in quegli abissi che ci distruggono, trova la stabilità e le fondamenta delle cose. Così la figlia attribuisce alla madre sacralizzata quella sapienza che aveva scoperto in sé stessa da pochissimo tempo. Presso la casa marina della villeggiatura, attraverso le onde, a tratti regolari, prima due tempi veloci, poi uno lento, lungo e fisso, - giunge il raggio del Faro. La signora Ramsay lo guarda, e diventa la luce. Sa che la luce può essere impietosa e crudele, perché vi si nascondono gli dei, e provoca in noi un’ estasi che può perderci, come i "momenti d’ essere" della signora Dalloway. Ma essa affronta e, per ora, vince il rischio. Trova la calma, il riposo, la quiete. Come la Woolf, la signora Ramsay trasforma la doppia minaccia della tenebra e della luce in un inno trionfale alle due potenze opposte dell’ universo. E insieme esalta sé stessa, mediatrice tra loro e la vita, con parole più solenni di quelle che avevano incoronato la signora Dalloway. Nella prima parte di Al Faro, abbiamo vissuto una serata di settembre nelle isole del Nord: abitato una casa, visto il signor Ramsay, coi suoi libri, la sua disperazione e i molti figli: qualche domestica, qualche allievo ed amico: abbiamo assistito ad una lunga scena - dove è stato servito il boeuf en daube; e parlato di una gita al faro progettata per domani, ma che domani non si farà, perché il tempo sarà cattivo. Poi si spengono le luci, tramonta la luna, i raggi del faro si allontanano, comincia un diluvio di tenebra. Siamo nella seconda parte del libro: Il tempo passa. La Woolf scriveva: "Sono ad uno dei passaggi più astratti e difficili da scrivere: devo rendere il vuoto di una casa, dove non c’ è nessuno che impersoni una parte, il passaggio del tempo, tutto questo senza occhi, senza linee, senza niente a cui attaccarmi...". Di rado difficoltà fu affrontata più splendidamente. Non ci sono più difese. La signora Ramsay è scomparsa: il suo scialle, abbandonato in una stanza, non riesce ad ostacolare il processo di distruzione. Niente si può salvare dalla tenebra, che prima era stata placata: un profluvio di tenebra si insinua dalla serratura, entra in ogni fessura, penetra nella camera da letto, inghiotte qui una brocca, lì un catino, là un vaso di dalie rosse e gialle o la massa pesante di un cassettone. C’ è il vento: la furia del mare e della notte. I segni negativi si infittiscono. La natura mostra la sua fecondità sinistra e inesauribile; il riflesso tra uomo e natura scompare. La signora Ramsay muore, poi muoiono due figli. Nella casa sul mare, le pentole si arrugginiscono, le stuoie si consumano, un cardo si infila tra due mattonelle della dispensa, le rondini fanno il nido in salotto, il pavimento si copre di paglia, l’ intonaco cede, e fra poco crollerà il tetto. Se nella prima parte del libro avevamo contemplato un attimo di presente, dove i personaggi galleggiavano come pesci - ora assistiamo a uno spettacolo tremendo: il passaggio successivo del tempo, il tempo che passa, alleato con le forze distruttive della natura. Quando il tempo finisce la sua marcia, sono trascorsi dieci anni. Torna la quiete. Torna la pace - e la bellezza del mondo. Ora le onde rivelano il loro aspetto benigno. La signora McNab e la signora Bast puliscono la casa. La oscurità si allontana. La luce torna a cadere, penetrando negli occhi. Il nuovo momento di presente che stiamo vivendo, tra l’ infinita serie di impressioni accumulatesi nel tempo, dolcemente, ininterrottamente, foglio dopo foglio, piega dopo piega, - è lo stesso momento che avevamo vissuto dieci anni fa, quando la signora Ramsay preparava il boeuf en daube e contemplava la luce del faro - sebbene sia così difficile rievocare il passato. I figli ricordano la madre e si identificano con lei. E anche la signora Ramsay, il perduto centro del quadro e del mondo, che fa piangere lacrime di dolore, ritorna come un’ apparizione. "Rimase semplicemente seduta sulla sedia, muoveva veloce i ferri avanti e indietro, faceva i calzerotti marrone, gettava l’ ombra sul giardino". Adesso la gita al faro, che dieci anni prima non era avvenuta, si compie. La barca, il padre, i figli adulti che lo avevano tanto odiato e ora si sono riappacificati con lui, giungono presso l’ isola. Tutto si compie: tutto il possibile diventa reale. La vita - questo vuoto, questa mancanza - è il luogo dell’ adempimento, grazie alla signora Ramsay, che aveva creduto nella ricchezza e nella realtà del possibile. Niente è più consolante - soprattutto il fatto che lo proclami chi, come la Woolf, ha sofferto terribilmente la mancanza. Manca la signora Ramsay. Come ricorda Nadia Fusini, non è possibile la perfetta presenza, nemmeno in letteratura. Eppure Lily Briscoe, la piccola pittrice col viso avvizzito e gli occhietti cinesi, dietro la quale la Woolf si nasconde, posa il suo cavalletto nel punto preciso in cui l’ aveva posto dieci anni prima. Finisce il ritratto della signora Ramsay. Anche questo è compiuto. "Eccolo - il suo quadro. Sì, con i verdi e gli azzurri, le linee che correvano in alto e di traverso... Con intensità repentina, come se per un istante tutto le apparisse chiaro, tirò una linea lì, nel centro. Era fatto; finito. Sì, pensò, mettendo giù il pennello spossata, ho avuto la mia visione". L’ arte è dunque colei che compie: fa ritornare il passato, risuscita i morti, permette che la gita al faro si realizzi, consente che tutto si adempia perfettamente. Oppure colei che salva l’ universo non è solo l’ arte. Forse la vera salvatrice è la signora Ramsay, l’ assente dagli occhi grigi, l’ unica persona "immune dal mutamento", che ha protetto tutti e si è sacrificata per tutti, portando dovunque la permanenza e la stabilità e la quiete. - di PIETRO CITATI