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 1996  giugno 08 Sabato calendario

TRATTO DA: ALFIERI DI SOSTEGNO TRA TORINO E FIRENZE

(da pagina 121 a 132)

[Sotto: Note]

AGLAIA PAOLETTI
Il Ministero Alfieri (15 agosto - 11 ottobre 1848)
Alla notizia della decisione di Cario Alberto e dei Supremi Comandi Militari piemontesi di sottoscrivere l’armistizio con gli austriaci (che sarà firmato a Milano dal generale Salasco il 9 agosto 1848), il Ministero presieduto dal milanese Gabrio Casati rassegnava le proprie dimissioni, indirizzando al Sovrano una lunga e dignitosa protesta sul modo con cui si era svolta la campagna contro l’Austria.
Casati, il cui Ministero si era costituito da appena quindici giorni, riteneva l’armistizio giuridicamente nullo, poiché comprendeva patti che travalicavano un accordo essenzialmente militare: la sospensione momentanea del conflitto prevedeva, infatti, anche il ritorno ai confini originari, mediante la restituzione all’Austria delle fortezze di Peschiera, Rocca d’Anfo e Osoppo, nonché l’obbligo di evacuare l’esercito sardo dagli Stati di Modena, Parma e dalle città di Piacenza, di Venezia e dall’entroterra veneziano.
Il momento è di grande incertezza e tensione, non soltanto nelle relazioni fra i piemontesi e lombardi, ma anche all’interno dello stesso Piemonte. La pubblica opinione appare divisa tra due ipotesi: riprendere rapidamente la guerra verso l’Austria, approfittando della crisi incombente sul regno asburgico, impegnato su più fronti a sedare i vari movimenti nazionali che si agitavano al suo interno; oppure tentare di ottenere un onorevole trattato di pace, che riconoscesse acquisizioni territoriali in favore della monarchia sabauda e garantisse la fine delle ostilità, evitando l’eccessiva onerosità di una nuova campagna militare dall’esito incerto a causa dell’evidente impreparazione dell’esercito piemontese. In questo contesto prenderà l’avvio un’intensa polemica intorno alle linee di politica estera e militare da seguire, che vedrà fra i protagonisti del dibattito da una parte l’esponente più rappresentativo del "partito della guerra", l’ex Ministro dell’istruzione Pubblica Vincenzo Gioberti, e dall’altra i cosiddetti "municipalisti", ovvero quegli esponenti moderati, da sempre scettici verso l’idea di una rivoluzione nazionale destinata a dare spazio ai democratici.
La crisi, nonostante la rapidità con cui fu risolta, si mostrò piuttosto complicata. Il re affidò al conte Revel l’incarico di costituire il Ministero, con la raccomandazione di accordarsi con Gioberti, oppure - in caso d’insuccesso - con il professor Felice Merlo (1).
Fallito raccordo con Gioberti, Revel si rivolse a Merlo e costituì un Ministero la cui presidenza fu affidata a Cesare Alfieri di Sostegno (2).
Quando il 19 ottobre il Ministro dell’Interno Pinelli riferirà alla Camera il "programma del Ministero del 15 agosto 1848" e sul suo operato nel periodo della proroga della Camera, metterà in evidenza i punti programmatici della nuova compagine, approvati dai Ministri chiamati a farne parte:
"L’osservanza dell’armistizio come semplice fatto militare, ed espressa protesta di non riconoscerlo come base o preliminare di una transazione politica fra le potenze belligeranti sopra i fatti compiuti colle leggi di unione delle altre provincie italiane;
Piena ed esatta osservanza dello Statuto, dei voti dati dal Parlamento intorno ad esso, ed il progressivo sviluppo di tutte le libere istituzioni;
Legalizzazione immediata del fatto della espulsione dei Gesuiti da tutto lo Stato e della chiusura delle case di educazione tenute dalle dame del Sacro Cuore nel paese al di qua delle Alpi;
Accettazione della mediazione della Francia e dell’Inghilterra per definire sotto le condizioni per esse proposte, la guerra che si combatteva" (3).
È importante sottolineare che la Presidenza del nuovo Ministero piemontese era stata affidata ad un rappresentante del moderatismo, con grave smacco di Gioberti, e il 15 agosto nasceva il terzo Ministero costituzionale del Regno di Sardegna, dopo i Ministeri Balbo e Casati, composto da Ettore Perrone di San Martino (Esteri), Pierdionigi Pinelli (Interni), Antonio Franzini (Guerra, poi sostituito il 22 agosto da Giuseppe Dabòrmida), Felice Merlo (Grazia e Giustizia), Carlo Boncompagni (Istruzione Pubblica), Ottavio Thaon di Revel (Finanze), Pietro De Rossi di Santa Rosa (Lavori Pubblici). Tutti esponenti politici piemontesi, quasi a voler sottolineare la mancanza di continuità col precedente ministero dimissionario, sorto nel clima di unione con i lombardi.
Nell’assenza del dibattito parlamentare, per la chiusura delle Camere, la discussione trovava spazio sulla stampa riflettendo ampiamente dissensi e perplessità per il possibile mutamento di linea politica da parte del Sovrano. La radicaleggiarne Concordia scriveva il 16 agosto:
"[...]1 La crisi ministeriale continua. Il Ministero Casati non poteva più rimanere al potere dopo che si cominciò a sussurrare di pace; l’armistizio di Milano, atto incostituzionale e per cui dovrebbe esser posto in accusa chi lo segnò, non era tale da svolgerlo dalla prima deliberazione (...). Gli uomini designati ad assumere le redini del governo non ci presentano sufficienti guarentigie politiche (...) Gli smilzi discepoli della dottrina che anelano allo scanno ministeriale, sono la più perniciosa domita che ci possa venir regalata. Con questa affluirà il municipalismo gretto e intollerante, (...) il sapere che Vincenzo Gioberti ha ricusato di far parte del progettato Gabinetto, ci porge anticipato motivo di giusta trepidazione" (4).
Il quotidiano pubblicava inoltre una lettera molto severa di Gioberti, datata 15 agosto, in cui si leggeva: "(...) Il Ministero a cui appartenni fu il primo che abbia espresso con i suoi atti e le sue parole la ferma risoluzione di anteporre l’idea fondamentale dell’unione e della nazionalità italiana ad ogni altro rispetto, e di ripudiare come vile e scellerata ogni convenzione politica che violasse menomamente quel principio supremo. Ora un’amministrazione di massime affatto diverse sta per sottentrare, e coloro che la promuovono, coloro che fanno ogni opera per indurre il Principe a consentirle, si ingegnano naturalmente di far credere che essi sono fedeli interpreti del paese e della milizia (...) antepongono una pace ignobile (che annulla il patto di unione e offende la nazionalità italiana) a una guerra onorata, il cui buon successo non può mancare, che è il solo spediente atto a salvare lo stesso Piemonte da maggiori mali e a porre in sicuro le sue istituzioni" (5).
Tre giorni più tardi sempre la Concordia riportava un documento sottoscritto da tutti i Ministri dimissionari del governo Casati, dal quale emerge chiaramente l’intenzione di declinare ogni responsabilità riguardo gli effetti dell’armistizio che viene definito "illegale e nullo politicamente". I periodici più marcatamente filodemocratici, come la Gazzetta di Genova, con le dimissioni di Casati e l’incarico ad Alfieri, esprimevano tutta la loro delusione per la rinuncia alla politica nazionale (6).
Durissime critiche sul programma e sulla composizione del Ministero furono espresse anche da Gioberti nel famoso discorso pronunziato al Circolo politico nazionale di Torino il 23 agosto, ripreso con grande rilievo da tutti i giornali (7). "(...) Il ministero scaduto [Casati Gioberti] fu ridotto all’impotenza; e consumò gran parte del suo tempo a comandare senza essere ubbidito e senza avere i mezzi di farsi ubbidire (...) la diplomazia forestiera era più potente di chi reggeva lo stato; (...) singolar cosa e ottimo preludio al nostro vivere costituzionale: l’Inghilterra e la Francia ebbero più parte nel maneggio dei nostri affari, che noi medesimi (...)."
Il Ministero Casati si era dimesso poiché aveva solo formalmente, non realmente, potere decisionale: "Come potevamo in coscienza assistere alla mina delle nostre istituzioni, serbando un posto che non somministrava il potere d’impedirla?
 da chiedersi, prosegue Gioberti, se il nuovo Ministero Alfieri potrà in questo contesto essere più "fortunato". Difficile crederlo, dal momento che tale Governo è frutto delle stesse "trame" che dovrebbe abbattere.
Secondo Gioberti non esiste differenza fra Casati e Alfieri .se la scelta è fra una pace "facile", che consenta il mantenimento dell’unione fra gli stati italiani, e la guerra.
Ogni soluzione compromissoria viene rifiutata.
Appare evidente che il timore di Gioberti era il ricorso da parte del nascente Ministero alla mediazione anglo-francese, per giungere alla definizione di un trattato di pace "onorevole", tale da salvare la dignità del Regno di Sardegna, ma sacrificando l’unione. In questa luce l’armistizio di Salasco sarebbe diventato soluzione politica definitiva anziché una semplice tregua militare in previsione di una migliore riorganizzazione dell’esercito. La replica del ministero Alfieri alle supposizioni di Gioberti non si faceva attendere.
Una nota di pochi giorni successiva ribadiva la sincerità del programma, e invitava la pubblica opinione e l’opposizione a giudicare il Governo per gli atti concretamente compiuti (8).
La crisi, che si trascinò dall’armistizio di Salasco alla ripresa delle ostilità, fu caratterizzata da una serie di congetture circa i contenuti di un eventuale trattato di pace e le conquiste ipotizzabili in caso di vittoria. Da un lato vi era la convinzione dello Stato Sardo di considerare acquisita la Lombardia, dall’altro vi era la speranza dei democratici di poter creare, attraverso una guerra vittoriosa, uno Stato su basi federali che comprendesse il Veneto, i Ducati Emiliani e la Toscana oltre alla stessa Lombardia.
Vi era poi la posizione dell’Impero Asburgico tutt’altro che intenzionato a riconoscere al Regno sabaudo la benché minima espansione territoriale, sia perché sconfìtto sul campo, sia per il timore del propagarsi di effetti disgregativi in altre parti del territorio.
In tale situazione politico-militare assunse particolare rilievo la via della mediazione delle potenze Francia e Inghilterra. I contatti tenuti dall’Alfieri e dal suo Governo furono segretissimi, tanto da rafforzare i sospetti degli esponenti della Consulta lombarda operante a Torino.
Il 9 settembre i mèmbri della Consulta rivolgevano formalmente una memoria al Governo per conoscere le basi della mediazione. Nella replica Alfieri si dichiarava costretto al più stretto riserbo e faceva presente che i Gabinetti di Londra e Parigi avevano mantenuto il più assoluto segreto anche nei confronti dei rispettivi Parlamenti. L’insistenza della Consulta nei giorni successivi non otterrà risultato migliore.
Si dovrà attendere il 19 ottobre perché il Ministro Pinelli (da otto giorni alla guida del Ministero dopo le dimissioni di Alfieri) informi la Camera dei deputati che il Governo aveva accettato la mediazione franco-inglese per la pace con l’Austria.
Le condizioni non potevano essere rese pubbliche ma nessuna di esse - assicurava Pinelli - sarebbe mai stata accolta se avesse portato ad una pace che "non avesse per base il riconoscimento della nazionalità italiana".
Tentiamo allora di comprendere le ragioni di quei silenzi e di ricostruire i contatti internazionali precedenti e successivi alla stipulazione dell’armistizio.
I documenti consultati presso i Archivio di Stato di Torino (9) dimostrano come le trattative per l’armistizio di Salasco avessero già prefigurato la riduzione territoriale a cui il regno sabaudo sarebbe andato incontro nella Conferenza di pace. Le cosiddette clausole "politiche "apparivano già il 15 agosto del 1848 pressoché definite. Per questo motivo non può sorprendere la scelta di Alfieri, persona di fiducia di casa Savoia, alla guida del Ministero in uno dei momenti più difficili per il Regno sabaudo. Il suo mandato doveva infatti rispondere a due precisi vincoli: proseguire le trattative di pace in coerenza con le clausole fissate dall’armistizio, e mantenere il più stretto riserbo sugli inevitabili costi territoriali, che il regno sabaudo si apprestava a pagare, in modo da non screditare il re e i Comandi Militari veri responsabili dell’intera operazione armistiziale.
I documenti diplomatici, infatti, confermano pienamente le grandi difficoltà con cui si erano svolte le trattative da parte del Governo Casati, trattative che inevitabilmente arrivavano alla conclusione, con la sigla dell’armistizio, proprio in considerazione dell ’inarrestabile avanzata delle truppe austriache nel territorio lombardo.
L’auspicato intervento francese in difesa dei confini appariva, fin dal 4 di agosto, ormai molto improbabile, come scrive Alberto de Ricci, inviato in missione a Parigi dal governo Casati :"(...) La conferenza col Presidente, Capo del Potere esecutivo (...) ebbe effettivamente luogo. Il Generale Cavaignac m’annunziava in tale circostanza come fosse stato dato l’ordine per la concentrazione d’un corpo d’armata nel Delfinato e che quest’oggi partirebbe da Parigi stesso una Brigata a quella volta. Ciò servirà principalmente allo scopo importante di fare una dimostrazione morale in nostro favore, accennando fin d’ora alla possibilità di un intervento materiale, il quale però non avrebbe mai luogo che in seguito ad una nostra formale richiesta." Il coinvolgimento della Francia veniva però subordinato a precise condizioni, scrive ancora Ricci: "(...) L’entrata degli austriaci o la minaccia di entrare nell’antico territorio dei suoi Stati, ciocché ha egli [Cavaignac] detto darebbe luogo ad una questione immediata di guerra tra la Francia e 1 Austria, non potendo la prima tollerare anche momentaneamente l’invasione di uno Stato a lei contiguo (...) [ma] è assai più probabile che gli austriaci in caso di vittoria si limitino pur sempre ad occupare la Lombardia ed allora il nostro diritto d’intervenzione non potrebbe più appoggiarsi agli stessi princìpi, e la Francia correrebbe il rischio di avere a cimentarsi con tutta Europa." Dal resto della missiva si può evincere come Alberto de Ricci nutrisse serie perplessità riguardo alle intenzioni della Francia di difendere la creazione di uno Stato dell’Alta Italia, comprensivo dei Ducati e del Veneto, o nel peggiore dei casi, della sola Lombardia. Ipotesi, questa, che i più pessimisti dei commentatori davano più che probabile. Le parole di Ricci sono incisive, e denotano una visione lucida e realista:"(...) anche facendo astrazione delle considerazioni svolte nella conferenza di questa mattina, cioè che la formazione di un grande Stato nell’Italia Superiore non sia omogenea agli interessi Francesi, malgrado che il governo della Repubblica dichiari formalmente non mettervi ostacolo, pure il fatto della fusione della Lombardia col Piemonte non essendoci mai stato partecipato officialmente, strettamente parlando noi dobbiamo ignorare che il Governo Provvisorio abbia cessato di esistere. Di più, tal fatto potrebbe da un momento all’altro venir distrutto da un altro fatto, cioè l’entrata degli austriaci a Milano, ed allora non si saprebbe vedere come il re di Sardegna sarebbe in diritto di chiedere un intenvento francese per cacciarveli."
In conclusione, poche sono le speranze del Ricci di giungere ad una pace che consenta al Piemonte di mantenere i territori annessi con la legge approvata quasi all’ unanimità il 29 maggio, "(...) il concludere la pace all’Adige od al Mincio riesciva [riusciva] pericolosissimo poche settimane fa, perché l’esigenza dei partiti avrebbe posta a repentaglio la tranquillità del Paese, facendo supporre che il re avesse sacrificato il gran principio d’indipendenza Italiana ad un sicuro ingrandimento dei suoi Stati. Ma ora la situazione ha cangiato, ed anche dopo qualche successo (...) l’opinion pubblica sarà più rimessa e giudicherà fortuna ciò che dapprima avrebbe riputato gran danno. Sarà provato che lasciati soli a combattere contro uno Stato tanto potente saressimo esposti ad una certa rovina ove non accettassimo la media/ione delle potenze amiche ed alleate (...) (10).
La conferma del fatto, che le trattative diplomatiche avrebbero consentito pochi spazi di manovra, proviene dallo scambio epistolare intercorso fra Alberto de Ricci e Lorenzo Pareto l’8 agosto, ovvero il giorno precedente la firma dell’armistizio di Salasco: "(...) Lord Abercromby mi ha detto che la Francia si mostrava poco propensa alla formazione di uno Stato unico nel Nord dell’Italia e non sarebbe quindi improbabile che appoggiasse la creazione di un Regno Lombardo - Veneto ponendovi alla testa un arciduca (...)" (11).
Le trattative, nella fase conclusiva, sarebbero state sostanzialmente accentrate nelle mani del re e dei consiglieri militari di Carlo Alberto, i quali probabilmente furono i massimi responsabili della stipulazione dell’armistizio. La visione espansionistica si era affermata sulle premesse nazionali. Il calcolo e la miopia dello Stato Maggiore militare, unitamente alla loro ambizione avevano prevalso su quello spirito nazionale che aveva spinto una nascente nazione a cimentarsi nella difficile lotta contro l’esercito più potente ed organizzato d’Europa, al fine di raggiungere la propria coesione territoriale.
Il senso d’impotenza, che avrebbe ben presto colto la diplomazia piemontese e la stessa compagine ministeriale guidata da Gabrio Casati, traspare esemplarmente dall’ultimo dispaccio inviato a Torino da Alberto de Ricci, il 14 agosto: "(...) questo governo è stato informato col mezzo del telegrafo di un armistizio conchiuso il 9 corrente sopra basi veramente inaccettabili, sopratutto dopo la domanda dell’ajuto della Francia. Mi rincresce tanto maggiormente che non si sia aspettata una risposta da Parigi a questo riguardo, che vengo di leggere una lettera di Francoforte, nella quale una persona che veniva ad avere una lunga conferenza coll’Arciduca Giovanni, scrive, che Sua Altezza Imperiale gli aveva assicurato che il Barone di Wessemberg aveva spedito il giorno 6 un corriere a Radetzky per ordinargli di conchiudere immediatamente un armistizio, onde rendere impossibile un intervento francese. L’Arciduca Giovanni aggiunge che 1 Austria conosceva benissimo la necessità di stabilire l’indipendenza dell’Italia e che soddisfarebbe a questo bisogno col creare un Regno Lombardo Veneto indipendente sotto un Arciduca. (...)" (12).
Le osservazioni del Ricci sono probabilmente dettate da un senso di naturale sconforto, e devono essere accolte con cautela a causa di alcune affermazioni non confermabili dai documenti diplomatici, come l’intervento francese, il quale proprio dalla lettura di tali documenti risulta molto improbabile (13), ma rappresentano una conferma indiretta del ruolo predominante svolto dai generali sabaudi rispetto alla diplomazia. Ricci infatti non mancava di sottolineare come il ruolo della Germania in senso antiasburgico fosse stato sottovalutato: "(...) che la Germania aveva interesse a stabilire una Lega Italiana onde essere sicura da quella parte, e che provvederebbe a tal bisogno con delle Fortezze federali. Ove tali nozioni fossero state presenti allo spirito dei negoziatori dell’armistizio, io avrei creduto che si sarebbero meno affrettati a chiuderlo, oppure si sarebbero affatto rifiutati ad accettarlo a condizioni cotanto onerose (...)" ( li).
Era chiaro che la politica estera e diplomatica del futuro Ministero sarebbe stata segnata dagli accordi preliminarmente presi. Il 9 agosto si dimetteva così il Governo Casati, che riteneva ormai incompatibile la propria permanenza, con la sigla di una tregua militare e politica, e veniva nominato in sua vece il marchese Alfieri, con il compito di proseguire le trattative sulla via già ampiamente tracciata durante il tempo che aveva condotto all’armistizio di Salasco.
Il Ministero Alfieri fin dal suo nascere si era trovato a dover fronteggiare complesse relazioni diplomatiche (15) e pressanti questioni di politica interna: il risanamento delle finanze, gravemente dissestate dalla campagna militare, e la delicata questione della rimozione degli ufficiali dimostrarsi impreparati e incapaci.
Strettamente collegata al riassetto dello Stato Maggiore dell’esercito era l’altra grave questione relativa al comando supremo delle operazioni militari, tradizionalmente affidato al Sovrano. Alfieri era convinto che fosse necessaria una rinuncia da parte di Carlo Alberto di una tanto grande responsabilità, poiché un eventuale insuccesso avrebbe potuto comportare gravi pericoli anche per la dinastia stessa, inevitabilmente identificata come principale responsabile della sconfitta.
Il dibattito sulla guida delle forze armate, per alcuni aspetti contraddittorio alla luce della prospettiva armistiziale perseguita dal Ministero incaricato dallo stesso Cario Alberto, ebbe però il potere di rendere evidenti le nuove convinzioni che il re stava maturando su una eventuale ripresa della guerra.
Avevano inizio così quei dissidi fra il Ministero e il Sovrano, che tanto peseranno sulla breve esperienza governativa dell’Alfieri, e che condurranno il marchese a rimettere nelle mani del re il proprio incarico l’11 ottobre, in anticipo rispetto al resto del consiglio dei ministri, che invece continuerà la propria attività fino al 16 dicembre, giorno in cui alla guida dell’esecutivo andrà il più duro oppositore del Ministero moderato Vincenzo Gioberti.
Durante tutta la presidenza Alfieri, l’esecutivo condusse la sua azione senza dover mai comparire di fronte al Parlamento. La riapertura delle Camere era stata rinviata, con proroga della sessione, al 16 ottobre, e preventivamente Cesare Alfieri aveva chiesto al re lo scioglimento della Camera elettiva, nella speranza di ottenere una maggioranza favorevole ad un certo moderatismo in politica interna e alle posizioni attendiste in politica estera: quella esistente era assai più vicina alla linea di Gioberti, come dimostrerà la rielezione di quest’ultimo a presidente dell’Assemblea il 16 ottobre, con 91 voti favorevoli su 116 suffragi espressi.
Il Sovrano non gli accordò il decreto di scioglimento, e probabilmente anche questo elemento contribuì a determinare le dimissioni di Alfieri, ormai sempre più cosciente delle reali intenzioni di Carlo Alberto di riprendere la guerra contro l’Austria.
Prima delle dimissioni, il governo Alfieri emanò alcuni decreti che saranno poi ereditati dallo Stato unitario, e che proprio perché adottati durante la chiusura del Parlamento non richiesero la ratifica delle Camere alla riapertura. Scelta questa che denoterebbe un’ingerenza da parte del Re, il quale, imponendo all’esecutivo di adottare provvedimenti legislativi in tempi brevi, li sottraeva al dibattito parlamentare e a possibili modifiche: posizione che, sicuramente, incontrò le resistenze di Cesare Alfieri, moderato molto rispettoso delle prerogative istituzionali.
I decreti si succedettero con estrema rapidità, tra la fine di settembre e la prima settimana di ottobre, prima della riapertura delle Camere.
Il primo, datato 30 settembre, istituiva una "Commissione straordinaria di sicurezza pubblica", con il compito di provvedere preventivamente all’ordine e all’osservanza delle leggi. Si intendeva così rafforzare le istituzioni paramilitari, perché fossero in grado di mantenere 1 ordine pubblico. I timori legati ai comportamento della Milizia comunale di Genova, vicina al movimento democratico, inducevano il Governo ad assicurarsi un nuovo organismo strettamente dipendente dal potere centrale.
Il 4 ottobre veniva emanato il decreto sulle "Sovrane determinazioni relative all’amministrazione della pubblica istruzione", con il quale venivano istituiti un Consiglio superiore della pubblica istruzione, i Consigli universitari, i Consigli di facoltà, gli ispettori e i provveditori per le scuole primarie e secondarie; la liberalità con cui veniva accordata la nascita di questi organismi rappresentativi, veniva però compensata dal rafforzamento del ruolo centrale del Ministero della Pubblica Istruzione. Il 7 ottobre veniva varata la riforma più importante e delicata nell’opera di riorganizzazione dei poteri dello stato la Riforma della legge comunale sancita con Regio Editto del 27 novembre 1847", in base alla quale tutti gli organismi locali divenivano elettivi. Il Sindaco sarebbe stato nominato dal Re, che però doveva sceglierlo fra i Consiglieri eletti dalla comunità, sebbene al re restasse il potere di rimuoverli, nonché quello di sciogliere i Consigli comunali, previa nomina di un Commissario prefettizio.
La riforma non mancò di sollevare qualche contestazione da parte degli ambienti democratici, critici sul metodo di decretazione senza dibattito in aula, in una materia tanto delicata.
L’11 ottobre Cesare Alfieri rassegnava le proprie dimissioni, probabilmente per il forte dissidio sopravvenuto fra il primo Ministro e il Re. Molte le cause: prima fra tutte la proposta di Alfieri di sostituire il Sovrano al comando dell’esercito, con un ufficiale di carriera; la decretazione imposta dal re al Governo durante la chiusura delle Camere; e infine la ferma volontà di Carlo Alberto di voler riprendere il conflitto con l’Austria, posizione che scardinava realmente le basi sulle quali era sorto il suo Ministero.
Chiedendo la parola per fatto personale. Cesare Alfieri stesso spiegherà alla Camera, il 19 ottobre, le ragioni della sua uscita dal Ministero. Egli aveva abbandonato la compagine non per dissensi con i colleghi, ma "solo in forza di stringenti considerazioni personali assolutamente estranee alla politica del Gabinetto."
Comune era stato l’intento di "una pace veramente onorevole", ispirata al principio di nazionalità e di autonomia. Comune la volontà di mantenimento delle franchigie costituzionali e di "progressivo sviluppo delle istituzioni liberali". Comune la devozione e la fedeltà alla monarchia.
"Sono convinto - concludeva rivolgendosi ai colleghi parlamentari - che voi sarete disposti a riconoscere che i ministri succedutisi attesero con leale e fermo intendimento a realizzare quell’unico programma che stringesi al patto regolatore della loro politica, la quale non poteva avere per iscopo fuorché la gloria del Re" (16).
Una gloria per la quale il fedelissimo di casa Savoia, Cesare Alfieri, era ben disposto a lasciare la Presidenza del Consiglio.
Alcuni anni dopo, nel 1855, il nuovo re Vittorio Emanuele II premierà la fedeltà alla Corona, con la sua nomina alla Presidenza del Senato.


NOTE
1. Cfr. Atti Parlamentari, Documenti, Sessione 1848, "Rendiconto del Ministero", p.147.
2. "Le Roi est le plus grand obstacle a la solution de la crise. S’il n’abdique pas, le pays est perdu parceque sans resource. Le ministère, qui paraissant forme, est de nouveau mis en question. La position est de plus critiques." Queste parole scriveva Cavour a Emile de La Rice, il 18 o 19 agosto 1848. Cfr. C. Cavour, Epistolario, voi. V (1848), a cura di C. Pischedda, Firenze, Olschki, 1980, p. 27 i.
3. Cfr. Atti Parlamentari, Documenti, Sessione 1848, "Programma del Ministero del 15 agosto 1848". 19 ottobre 1848, p. 157
4. La Concordia, 16 agosto 1848.
5. Ibidem.
6. Gazzetta di Genova, 19 agosto 1848, "Della pace".
7. La Concordia, 25 agosto 1848: "Discorso di Vincenzo Gioberti, nella seduta del Circolo politico nazionale di Torino (13 agosto 1848)".
8. Gazzetta di Genova, 30 agosto 1848. La nota della Presidenza del Consiglio dei Ministri è datata Torino, 24 agosto 1848.
9. Archivio di Stato di Torino, Famiglia Alfieri. Documenti e carteggi del marchese Cesare Alfieri. Documenti diplomatici vari del 1848 e del 1849; filza 206.
10. Ivi. Copia di dispaccio di Alberto de Ricci a Lorenzo Parete datato Parigi, 4 agosto 1848.
11. Ibidem. Lettera datata Parigi, 8 agosto 1848.
12. Ibidem. Lettera datata Parigi,14 agosto 1848.
13. A.S.T., cit., Antonio Brignole Sale al Ministro degli Esteri francese Jules Bastide: Copie de la réporte de M. Bastide au M.is Brignole, Paris le 8 aoùt 1848.
14. Il testo dell’armistizio, nonché i rapporti di Radetzky al Ministro degli Esteri Wessemberg sono contenuti nel volume Le relazioni diplomatiche fra L’Austria e il Regno di Sardegna e la guerra del 1848-49, 111 serie: 1848-1860, voi. I. 24 marzo 1848 - 11 aprile 1819, a cura di A. Filipuzzi, Roma, Istituto storico italiano per l’età moderna e contemporanea, 1961, pp. 215 sgg.
15. Il carteggio intercorso fra Revel e Pareto dall’1 al 19 agosto 1848 conferma quanto è emerso dalla documentazione consultata presso il "Fondo Alfieri". Su questo argomento: Le relazioni diplomatiche fra il Regno di Sardegna e la Gran Bretagna, 111 serie: 1848 -1860, voi. 1, (3 gennaio - 31 dicembre 1848) a cura di F. Curato, Roma, Istituto storico italiano per l’età moderna e contemporanea, 1945, pp. 189-214.
16. Atti Parlamentari, S. d. R., Discussioni, "Spiegazioni del Senatore Alfieri circa la di lui uscita dal Ministero", 17 ottobre 1848, p. 114.