Alfieri Di Sostegno tra Torino e Firenze - Consegno Nazionale 7-8 giugno 1996 - Museo Nazionale del Risorgimento, Rivoli (Torino) 1996 (Pagina 31-56), 8 giugno 1996
TRATTO DA: ALFIERI DI SOSTEGNO TRA TORINO E FIRENZE
(pagina 31-48 - vedi note pagina da 49 a 56 in sch. n. 213440)
MARIA TERESA PICHETTO
Cesare Alfieri di Sostegno e le riforme politiche e sociali nel Piemonte carloalbertino
’L’existence d’une société politique est en question toutes les fois qu’elle passe d’un àge a un autre; le regime salutaire à son enfance devenant insuffisant pour l’adolescence, et ne convenant aucunement à l’àge mûr... Ainsi des concessions isolées, gratuites, prématurées prétent (sic) a la confusion des pouvoirs et aux déreglements de l’opinion; refusées au contraire avec trop d’obstination elles exposent l’état a subir dans des crises terribles la loi impérieuse de la necessitò... On ne doit innover que pour améliorer et l’amélioration des qu’elle est possible devient un devoir imposé à celui qui gouverne... Malgrés tant d’exemples terribles, nous voyons des gouvernements qui croyent ne devoir faire aucune réparation, aucune restauration à l’édifice social; tant qu’ils n’entrevoient que les signes d’un déroulement partiel, ils se persuadent qu’il suffit de le replâtrer pour dèguiser son délabrement. Ne pourraient ils pas penser avec plus de raison que les institutions que donneraient les Rois lorqu’ils possedent encore la plénitude de leur pouvoir, et que les nations conservent l’habitude de se tourner vers la Royauté quand elle ont des esperances et des voeux a esprimer, seraient plus favorables à leur propre conservation, plus capables d’assurer le Bonheur de tous, et de servir da base a un édifice durable, que celles qui naissent lorsque l’écroulement, que l’on aurait prévenu, déjà effectué en partie a donne accès aux désordres de l’opinion, et à une certaine confusion de pouvoirs, triste avant coureur des Revolutions?” (1).
Così scriveva Cesare Alfieri di Sostegno a Federico Sclopis nell’estate del 1830, mentre la Francia era sconvolta dalla rivoluzione di Luglio, in 4 lunghe lettere in cui esponeva un suo studio ”circa il modo col quale l’amministrazione comunale e provinciale potesse farsi rappresentativa degli interessi e dei diritti dei cittadini” (2).
Queste parole di Cesare Alfieri trovano il loro contesto nel clima di rinnovamento e di ampie riforme che caratterizza il regno di Carlo Alberto. Riforme che toccano i più vari aspetti del campo politico e sociale: da quella delle carceri e dei codici a quella dell’amministrazione, dall’introduzione di asili infantili e scuole di metodo al rinnovamento dell’università, all’attenzione per i problemi del pauperismo, dello sviluppo dell’agricoltura e dell’industria, delle strade ferrate etc.
Cesare Alfieri, dopo gli anni giovanili trascorsi alle legazioni e ambasciate di Parigi, d’Olanda e di Pietroburgo, fu sempre accanto, come saggio e illuminato consigliere, a Carlo Alberto, con il quale aveva stretto rapporti di amicizia già a Firenze dopo il ”21, e del quale era diventato nel 1827 Primo scudiere e gentiluomo di Camera (3). A tutte le importanti riforme che Carlo Alberto attuò, o cercò almeno di realizzare nel corso del suo regno, egli diede sempre il suo attivo contributo, apportandovi conoscenze e competenze che aveva acquisito attraverso i suoi studi, dedicati in particolare alla scienze sociali, economiche, finanziarie, amministrative, militari; ricerche che lo portarono, nel corso degli anni, a mettere insieme una biblioteca ricchissima di preziose edizioni aldine e elzeviriane e di volumi ”attinenti alla storia patria nella quale egli era versatissimo” (4). A proposito della temperie in cui Alfieri si trova ad operare, scrive Umberto Levra: ”Uno dei maggiori punti di forza di quest’epoca fu il lento emergere di una nuova classe dirigente di alto livello... formata da una piccola parte della borghesia e dell’aristocrazia, certo ristretta e non rappresentativa della maggioranza della popolazione, ma di grande capacità tecnica e di notevole consapevolezza e impegno morale, moderata e favorevole a una politica di ampie riforme dall’alto... Si trattava di aristocratici più sensibili alle nuove idee, quali Tancredi Falletti di Barolo, Cesare Balbo, Cesare Alfieri, Cesare Saluzzo di Monesiglio, Roberto e Massimo d’Azeglio; di alti funzionari dello Stato, spesso di origine nobiliare, come Federico Sclopis o Giuseppe Manno. Luigi Cibrario; di intendenti o ex intendenti, sensibili alla statistica sociale della provincia loro affidata, secondo la migliore tradizione subalpina settecenteca rinverdita in età napoleonica, come Ilarione Petitti di Roreto o Giovanni Eandi; e si trattava pure di teorici delle riforme come Giacomo Giovanetti o Antonio Piola; di tecnici, professori universitari come Carlo Ignazio Giulio o Giorgio Bidone...; di magistrati, avvocati, giudici, come Carlo Boncompagni. Riccardo Sineo etc.” (5).
Per moderati che fossero, v’era chi temeva questi giovani riformisti, specie se di origine aristocratica, come pericolosi ”liberali”, minaccia insidiosa per il potere assoluto appena restaurato. Il conte Brunetti, ad esempio, ministro austriaco accreditato alla Corte di Torino, scriveva nel 1838, di avere concrete prove contro i più attivi fra loro, Camillo Cavour e Pietro di Santarosa; meno spericolati, su posizioni più moderate gli sembravano Cesare Alfieri e Cesare Balbo. Ludovico Sauli, l’abate Peyron. E come ambienti privilegiati delle loro riunioni sediziose indicava l’ambasciata di Francia e la casa del ministro inglese, nonché i palazzi dei signori di Breme degli Alfieri e di altri nobili: qui gli esecrati liberali esercitavano la loro nefasta influenza sulla gioventù; e poiché, ammetteva Brunetti, si trattava di uomini colti e brillanti, tanto più alta era la loro capacità di sedurre (6).
Non appena salito al trono, Carlo Alberto diede subito un segno concreto della sua volontà riformatrice iniziando dal campo penale e dalla riforma carceraria (7). Abrogò, con le Lettere Patenti del 10 maggio 1831, molte forme barbare di espiazione della pena, mitigò le pene da infliggere ai condannati, propose modelli di contenimento carcerario che seguissero una logica non soltanto punitiva ma in primo luogo preventiva.
Se si considera che fino ad allora la prigione veniva vista unicamente come un’istituzione volta alla segregazione dal resto della società di elementi ritenuti socialmente pericolosi e, altresì, come luogo in cui essi dovevano espiare duramente le pene loro inflitte, si comprende quanto fosse illuminata l’attività riformatrice di Carlo Alberto. Traendo ispirazione dai dibattiti su questo tema che si erano riaccesi nel periodo della Restaurazione, documentandosi di persona sulle riforme avviate da paesi più avanzati attraverso la lettura di riviste, libri, opuscoli, il Re mirava a mutare la funzione del carcere da semplice luogo di reclusione e di pena in un’istituzione tesa ”alla rieducazione civile del carcerato ed a prepararne il reinserimento nella società”.
Il lavoro di preparazione della riforma carceraria rientrava comunque nel quadro di più ampie riforme iniziate da Carlo Alberto e avviato parallelamente con la riforma del Codice Penale (emanato il 26 ottobre 1839) e del Codice di Procedura Criminale (11 gennaio 1840, oltre al Codice Civile, 20 giugno 1837 al Codice di Commercio, 30 dicembre 1841). Le due riforme erano necessariamente coordinate, poiché partivano dallo stesso principio della pena come emendamento; era quindi indispensabile provvedere al modo di espiazione della pena, ad approntare locali sani. oltreché sicuri: e a combattere qualsiasi tipo di violenza e di abuso a danno dei prigionieri (8).
Carlo Alberto, che nella sua biblioteca possedeva la maggior parte delle opere pubblicate in Europa sull’argomento, decise di affidare a Cesare Alfieri (di cui conosceva l’interesse per le scienze sociali) e a Cesare Balbo il compito di condurre un’indagine e di proporre uno schema di riforme e di miglioramenti da introdursi nelle carceri, ”secondo le direttive che il Ministro degli Interni l’Escarène impartiva in una lettera dell’1 febbraio 1833” (9). Dopo aver insistito sul fatto che il regolamento disciplinare delle carceri doveva essere preceduto dalla riforma della legislazione criminale, il ministro l’Escarène scriveva che il Re, al quale stavano a cuore le condizioni materiali e morali dei detenuti, osservava con rammarico che l’unica preoccupazione dei regolamenti carcerari era di ”assicurarsi della persona dell’imprigionato e di tenerla in rigorosa obbedienza. senza curarsi dell’educazione riformatrice che si vorebbe dare ai detenuti" (10).
Alfieri e Balbo accettarono l’incarico, come risulta dalle lettere, inviate al Ministro il giorno successivo (11), in cui esponevano le loro idee circa gli scopi cui doveva mirare la riforma e i mezzi per attuarla. Anche Alfieri comprendeva che tale riforma non doveva portare soltanto ad un miglioramento della situazione delle prigioni, ma doveva essere strettamente collegata con la riforma del Codice penale.
Scriveva l’Alfieri: ”En effet, le but que cette loi se propose n’est point de tirer une vengeance solennelle du crime auquel une peine est assignée, mais de prevenir par la répression. Il s’en suit que la loi, qui pour un crime commis fait subir une pénalite qui dispose a de nouveaux crimes, est au moins incomplète... Le système pénitentiaire, considéré comme moyen de régénération, est réellement l’auxiliaire et le complément de la Loi, parce que d’un côté, s’il est efficace, il previent les récidives en tout ou en partie, tant que d’un autre côté, il interrompt ces traditions du crime qui, conservées et élaborées dans nos prisons actuelles, raniment et vivifient sans cesse une sorte de conspiration permanente, qui recrute ses affìliés dans les rangs de ce prolétariat qui est la plaie des états modernes, comme l’esclavage et l servage furent les vices des sociétés des temps anciens et du Moyen-âge... L’introduction du système pénitentiare n’étant pas seulement une amélioration du réglement disciplinaire actuellement en vigeur dans nos prisons mais une modification de la pénalité dont le condamné sera passible. il s’en suit que, comme vous le remarquez avec raison dans votre lettre, elle devrait étre précédée par la réforme de la legislation criminelle. Effectivement, dans ce système, l’élément morale et l’élément matériel sont combinés pour assurer le resultat qu on se propose...”.
Come fa notare la Casana (p. 287), ”sebbene nella seduta del Consiglio di Conferenza del 20 maggio 1833 il re stabilisse che Alfieri e Balbo dovessero lavorare insieme ai membri della Commissione della legislazione penale affinché i due lavori procedessero coordinatamente, in realtà essi continuarono sempre su binari indipendenti... e il problema carcerario si concentrerà sempre più sulla sola realtà interna della prigione ”. Alfieri era consapevole che «la maggior parte dei criminali proveniva dalle classi più povere, dal ”proletariato”, ma soltanto alcuni anni dopo, come vedremo, i suoi studi lo portarono ad approfondire le cause e le componenti politico-sociali della delinquenza.
Per il momento si limitò a elaborare, insieme a Balbo, il progetto per la costruzione di un carcere modello, capace di contenere 400 detenuti, che avrebbe dovuto essere eretto vicino ai tribunali e rispondere a requisiti di sicurezza, solidità e salubrità (12). Questo progetto, elaborato sui piani dell’architetto Giuseppe Talucchi, venne poi abbandonato per le indecisioni del Consiglio di Stato, per motivi economici e forse anche per il giudizio negativo espresso da Charles Lucas, ispettore generale delle carceri di Francia, cui era stato sottoposto: fu poi ripreso soltanto da Vittorio Emanuele II con l’edificazione del carcere ”Le Nuove”, iniziato nel 1862 e terminato nel 1869.
Altri importanti incarichi vennero affidati a Cesare Alfieri, come quello di visitare il carcere di reclusione e di lavoro di Saluzzo, allo scopo di vedere se si potevano evitare gli inconvenienti dovuti agli abusi, alla promiscuità e ad una cattiva amministrazione; e, nel 1839, la presidenza dei lavori di una Commissione, di cui facevano parte Balbo, Giovanni Eandi, Giovenale Vegezzi e Petitti, incaricata di esaminare i progetti presentati per un nuovo carcere da erigersi ad Alessandria (13).
L’interesse di Cesare Alfieri per il problema delle carceri e in particolare del ricupero dei detenuti attraverso il lavoro e l’educazione, per il loro rinserimento nella società, non va disgiunto dal suo costante interesse per i problemi dei poveri e degli infelici, che si affianca all’opera dei Marchesi Tancredi e Giulia di Barolo, di Roberto e Costanza d’Azeglio, del Beato Giuseppe Cottolengo.
Alfieri aveva già una approfondita conoscenza delle condizioni di vita nelle prigioni, grazie alle sue frequenti visite ai carcerati come membro della Confraternita della Misericordia, di cui era diventato governatore nel 1834: confraternita, con una sua sede nella chiesa di San Dalmazzo, che era sorta già nel ”700 per 1’assistenza ai condannati a morte, per la cura religiosa e, in seguito, anche materiale ai carcerati. Dal 1836 al 1865 fu anche Sovraintendente all’istituto della Maternità e dei Trovatelli, dove fondò una cattedra di ostetricia e una clinica interna; e diede un notevole contributo anche all’Opera della Mendicità Istruita, di cui, dopo Cesare d’Azeglio, fu presidente il padre Carlo Emanuele (dal 1833 al 1841); e nel 1841 gli succedette lui stesso.
Sorta nel 1771 col nome di Opera del Catechismo dei Poveri, per iniziativa del marchese Giovacchino Argentero di Bersezio, detto Marchese di Brezé, con lo scopo di distribuire l’elemosina ai poveri che si recavano al catechismo, la Mendicità Istruita divenne nell’800 un’istituzione destinata ad educare i ragazzi poveri: dal 1817 ebbe una sede nella chiesa di Santa Pelagia, dove i Fratelli delle Scuole cristiane seguivano le classi maschili, le religiose di San Giuseppe quelle femminili. Grazie all’impegno di Giulia e Tancredi di Barolo, di Carlo Emanuele e di Cesare Alfieri, nel 1831 il numero degli scolari era cresciuto a circa quattromila; i migliori erano collocati presso manifatture o botteghe artigiane per apprendere un mestiere. Potevano anche seguire una Scuola domenicale, dove si esercitavano nella lettura, nella scrittura, nell’aritmetica e nel catechismo (14).
Tutto questo fervore di opere di carità non era ancora determinato, nel Piemonte di Carlo Alberto (paese in gran parte agrario e mercantile e con un’industria scarsamente sviluppata), da problemi sociali o da conflitti di classe. L’impulso quindi non venne, all’inizio, dalla borghesia (tranne Lorenzo Valerio, Carlo Ignazio Giulio, Matteo Bonafous, Giuseppe Buniva e pochi altri), ma come abbiamo visto, dagli elementi più liberali della nobiltà, che affiancavano il Re nel promuovere e fondare istituzioni per i poveri e gli infelici, mossi sia da motivazioni etico-religiose, sia ”per essere utili al proprio Paese - il che significava servire il Re (15).
Negli anni Trenta dell’800 si ebbero posizioni diverse e contrastanti, sia a livello teorico sia nella pratica di governo, sul problema se la carità dovesse essere esercitata dallo Stato o lasciata alla libera iniziativa di privati. Si prese come esempio la legislazione di altri Paesi, in particolare la Legge inglese sui poveri del 14 agosto 1834, che tu oggetto di due studi di Cavour, uno antecedente e l’altro successivo alla promulgazione.
Il primo, tat de la mendicité et des Pauvres dans les tats Sardes, fu composto tra 1 aprile e il giugno 1834, in risposta a 57 quesiti (raggruppati in 10 paragrafi) che il rappresentante a Torino, sir Augustus Foster, aveva inviato al sindaco della città, Michele di Cavour, per ottenere informazioni sullo stato del pauperismo e della mendicità nelle varie nazioni europee, in vista della riforma inglese della legislazione sui poveri (16). Nell’autunno del 1834, Cavour affrontava poi il problema del pauperismo e della ”carità legale” in un secondo studio, che non solo riassumeva il lavoro della commissione d’inchiesta inglese, ma ripensava tutta la storia e la problematica delle Poor Laws (17). Duecento copie dell’Extrait di Cavour furono distribuite dal ministro l’Escarène ai funzionari e magistrati più autorevoli del regno perché facessero le loro osservazioni (18).
Mentre il marchese Gerolamo Serra di Genova si opponeva recisamente all’eventuale introduzione in Piemonte della carità legale e di sistemi analoghi a quelli inglesi, che giudicava dispendiosi e difficili da mettere in atto, Giacomo Giovanetti e Petitti (19) ritenevano necessario e positivo un intervento politico per la soluzione del problema; sottolineando la responsabilità dell’autorità civile in questo campo, di contro alle posizioni conservatrici di ispirazione religiosa, che tendevano a riservarla alla vecchia carità e pietà cristiana, essi fornirono argomenti a valido sostegno del diritto di tutela dello Stato sulle Opere Pie, sancito nell’Editto del 24 dicembre 1836. Il provvedimento, anche se non accettava del tutto i princìpi della carità legale, e ammetteva la coesistenza e la complementarietà dell’iniziativa privata e pubblica, tuttavia ”affidava al governo l’alta tutela, lasciando a ciascuna opera tutta la libertà di operare secondo il proprio Istituto” (20). Tra i risultati dell’applicazione dell’Editto, il Pralormo nel 1840 notava, l’aver potuto raccogliere dati ”affinché non solo si venga in aiuto alla indigenza, ma si ricerchi il modo di prevenirla nelle sue sorgenti, e si possa somministrare a coloro, che pur vi sono nati o caduti, i mezzi onesti per uscirne”. Il problema amministrativo-finanziario delle Opere Pie si allargava quindi nella visione di quello generale economico-sociale per fermarsi al problema del pauperismo (21).
Anche se la piaga del pauperismo non era tanto estesa quanto nei Paesi dove era maggiormente sviluppata l’industria. come Francia e Inghilterra, esisteva tuttavia anche in Piemonte un gran numero di indigenti, dovuto alla situazione geografica ed economica del Paese.
Nel 1834 anche Cesare Alfieri scrive due importanti contributi sul problema dell’assistenza alle classi meno abbienti; e singolarmente, uno di essi appare presumibilmente originato dalla stessa occasione che aveva coinvolto l’interesse di Camillo di Cavour: i quesiti proposti dal rappresentante d’Inghilterra a Torino (22). Nell’altro manoscritto, senza titolo, che indicheremo con l’incipit ”II ne faut pas confondre le paupérisme avec la mendicité”, egli sottolineava quanto fosse diffìcile l’esistenza nelle campagne a causa dei bassi salari:
’Le maximum de la valeur d’une journée de travail dans les campagnes peut être estimé a 1 franc pour les hommes, et a 60 centimes pour les femmes; ce qui ferait 80 centimes, terme moyen; les salaires baissent au dessous de ce taux, en proportion de la décroissance des jours, jusqu’à 70 centimes pour les hommes, et cessent totalment pendant les trois mois de l’hiver”; e, dopo aver calcolato le spese per il vitto e l’educazione della famiglia, concludeva:’ mais si l’on considère la cessation des gages pendant un quart de l’année environ, on sera bien facilement convaincu que cette classe laborieuse, tout en vivant de privations, se voit sans cesse exposée a une misère absolue” (23).
E la miseria, ovviamente, non poteva che portare, nella fasce più deboli, ad una diffusione della mendicità, con l’afflusso costante di persone dalle campagne alle città, ove più facile si sperava l’ottenere elemosina. Di qui una crescente sorveglianza del governo sugli ”oziosi”, sui venditori ambulanti, sui vagabondi, percepiti come minaccia all’ordine e alla sicurezza sociale. Nel tentativo di arginare il fenomeno dell’accattonaggio, nel novembre 1831 si rendeva obbligatoria a Torino la registrazione ufficiale dei mendicanti, i quali dovevano portare ben visibile sul petto una placca di rame per poter chiedere l’elemosina: quasi un marchio d’infamia di medievale memoria (24).
’I dirigenti ufficiali piemontesi - osserva Bravo -, di fronte al fenomeno del pauperismo, consideravano soltanto quanto era esteriore e colpiva i sensi, e si proponevano di ”sbandire” questa apparizione esterna e raccapricciante con l’elemosina, con la fondazione di qualche ricovero, senza prendere in esame il fenomeno sotto una visuale più ampia, inserendolo nel contesto economico-sociale che gli sarebbe stato proprio” (25). E prosegue scrivendo che ”Cesare Alfieri, in una Relazione di statistica sul pauperismo, mentre da una parte individuava i mali, abituali ed eccezionali, che colpivano il Piemonte e provocavano miseria, dall’altra non sapeva proporre, come rimedio generale, che un locale capace di ospitare alcune centinaia di poveri, talché a Torino la mendicità, se non del tutto sbandita” sarebbe almeno diventata ”assai ristretta” (26).
In realtà proposte nuove e originali per risolvere i problemi del pauperismo e della mendicità si possono ricavare dallo scritto di Cesare Alfieri, già citato, del 1834, forse fra i suoi appunti più completi e organici, pur nella brevità del testo, e che andrebbe citato tutto intero (27): ”II ne faut pas confondre le paupérisme avec la mendicité. Le paupérisme est une sorte d’infìrmité que les sociétés modernes subissent, comme l’esclavage et le servage furent les plaies des sociétés de l’antiquité et du moyen-âge. Ce qu’on appelle les pauvres, considéré dans ses rapports avec la religion et la bienfaisance, constitue le prolétariat quand on le considéré sous le point de vue politique”.
Egli individua poi le cause dell’aumento del pauperismo nel fatto che le terre sono povere e improduttive, soggette, per la vicinanza delle montagne a variazioni atmosferiche violente e disastrose, che incidono non soltanto sulle finanze ma anche sulla salute dei braccianti agricoli, dei mezzadri e dei piccoli proprietari; inoltre l’aumento sistematico del prezzo dei cereali espone le famiglie dei braccianti ”aux horreurs d’une détresse progressive”. E prosegue: ”L’existence du paupérisme n’est point simplement l’objet d’une question fiscale ou une affaire de police, mais elle tient en quelque sorte aux conditions essentielles de nostre existence sociale. La guérison de cette infirmité qui flétrit les sociétés modernes ne saurait donc s’opérer uniquement par l’adoption de quelque mesure administrative, ni même par le développement toujours croissant de l’esprit de bienfaisance, auquel on doit déjà de si belles et utiles intuitions; ce bienfait ne peut être que le fruit d’une civilisation plus complète”.
Egli propone quindi la diffusione dello spirito di associazione, che sostituisca agli sforzi isolati il lavoro in comune: lo sviluppo e il perfezionamento della teoria delle assicurazioni, per garantire i lavoratori dalle calamità accidentali che possono portarli alla rovina completa”, un miglioramento progressivo delle leggi economiche, quale mezzo per conciliare gli interessi dei produttori e dei consumatori; lo sviluppo delle Casse di risparmio e soprattutto la diffusione dell’istruzione anche alle classi povere, ”car c’est par l’instruction répandue que le Gouvernement acquiert les moyens d’éclairer le peuple sur ses véritables intérêts, d’ ameliorer sa condition morale, et d’ exercer ainsi sur l’esprit publique une influence salutaire”, e suggerisce inoltre che il Governo si ingegni di ”rendre la charité plus eclairée et mieux avisée dans son action, et de faire que les bienfaits qu’elle prodigue soient profitable aux bons pauvres, et ne deviennent point un encouragement au vice et a la fainéantise”. Alfieri segnala inoltre che esistono già nella maggior parte dei comuni piemontesi delle Congregazioni di carità; sottoposte al controllo di una giunta centrale con sede a Torino, che purtroppo non possono soccorrere efficacemente i poveri perché dotate di pochi fondi; a queste si affiancano ospedali e altre fondazioni sostenute dalla carità privata, e scuole dove i bambini sono ammessi gratuitamente e dove si insegna a leggere, scrivere, far di conto, il catechismo, l’italiano e un po’ di latino.
Si può quindi sostenere che Cesare Alfieri aveva dei problemi economico-sociali del suo tempo e del suo Paese una visione assai ampia, che lo portava ad interessarsi a fondo dei più diversi progetti innovatori, raccogliendo documenti, testi, ricerche, partecipando a commissioni che si occupavano delle strade ferrate, del regolamento dell’amminstrazione delle miniere (1833), delle assicurazioni, delle casse di risparmio, degli ospedali, dello sviluppo di nuove tecniche agricole e del commercio; dal 1836 fu vice-presidente della Camera d’Agricoltura e Commercio, e nel 1838 fu anche nominato membro del Consiglio di Stato e assegnato alla sezione degli Interni. Di particolare importanza, dati i suoi interessi e le competenze relative al problema delle carceri e del pauperismo, studiati con metodo scientifico, fu il suo contributo nell’attività della Commissione superiore di Statistica, creata nel 1836, e della quale fu vice-presidente insieme con Carlo Ilarione Petitti di Roreto e con Giuseppe Manno; nel 1839 ebbe l’incarico di studiare con Cavour, Boncompagni e Pietro di Santarosa le norme per l’ordinamento della statistica.
Questa disciplina, dai primi studi di Gioia e Romagnosi, era assurta in epoca napoleonica - come statistica ”morale” o ”sociale” - al ruolo di ”scienza di Stato”, che tentava di coniugare indagine scientifica, basata su conoscenze esatte e positive, e azione di governo. Compito della Commissione era di riunire in modo sistematico, e secondo un disegno unitario, tutte le informazioni raccolte dalle Giunte provinciali di statistica, composte da funzionari, professionisti, intellettuali locali. E in effetti da quel lavoro sortirà una serie di volumi con un’enorme massa di informazioni, tavole, stampati relativi al quindicennio precedente l’unificazione, sui censimenti della popolazione del 1838 e del 1848, sul movimento della popolazione nel decennio 1828-37, sulla statistica medica, su quella criminale e giudiziaria.
Utilizzando queste ricerche (e compiendone in proprio), Alfieri rielaborò i dati della statistica criminale per gli anni 1831-1837, sulla base del numero dei delitti giudicati nei tribunali dello Stato posto a confronto con la somma della popolazione delle varie divisioni. Egli riteneva importante, nel momento in cui si stava procedendo in Piemonte alla riforma del Codice dei Delitti e delle Pene” e si stavano elaborando nuove teorie penitenziarie, conoscere dati sull’aumento o diminuzione dei delitti, sulle loro cause, sul rapporto fra popolazione di ogni circondario e somma dei delitti in esso commessi, e infine ”se la proporzione tra i delitti che offendono la persona, od i delitti che danneggiano nelle sostanze, sia eguale o diversa nei varii circondarii”. Ma poneva anche in guardia dal non commettere l’errore e, quel che più conta, l’ingiustizia di giudicare della maggiore o minore moralità della popolazione soltanto in base alle indicazioni numeriche, senza tener conto delle ”circostanze caratteristiche o delle occasioni dei delitti, per le quali solo si svelano le intime relazioni di causa ed effetto” (30).
Tornando al settore economico, e soprattutto all’agricoltura, il fervore di studi e di ricerche (e anche di sperimentazioni pratiche) che anima il Piemonte di Carlo Alberto porta, nell’agosto del 1842, all’istituzione dell’Associazione Agraria Subalpina; e questa a sua volta dà inizio a nuovi studi e discussioni che escono dall’ambito essenzialmente economico per estendersi alla politica (31).
L’Associazione, della quale, con Petitti, Cavour, Bonafous, Vegezzi-Ruscalla e altri, Alfieri fu fondatore e per alcuni anni Presidente, aveva come motto alcuni versi di Lamartine: ”Ce n’est pas seulement du blé qui sort de la terre labourée, c’est une civilisation tonte entière”, che ben ne riflettono lo scopo sociale, cioè l’incremento dell’agricoltura e delle arti e industrie che ne dipendevano, il miglioramento della sorte dei coltivatori, ma anche ”l’unione del regno affratellando le provincie e le città nei congressi che si dovevano tenere a Torino e educando i cittadini alla pubblicità e alla discussione”. Anche Cesare Alfieri, a un congresso a Pinerolo, sottolineava il fatto che ”una grande idea di unione e di patriottismo ne aveva guidato la Fondazione... e che in tutti gli Stati del Re il medesimo spirito di patria carità e di progresso scaldava migliaia di persone appartenenti a tutte le classi della società” (32)
Pur essendo una associazione economica (nella quale però Solaro della Margarita vi scorgeva ”sotto la corteccia di aureo frutto... la semenza corruttrice dei rivoluzionari”) (33), essa esercitò ”una efficace azione nel formarsi di una coscienza civile, condizione e preparazione di una coscienza politica... animata da uno spirito nuovo di uguaglianza, sancita dagli Statuti dell’Agraria che non ammettevano nessuna preminenza fra consoci per privilegio di nascita, di censo o di posizione ufficiale” (34). Costanza d’Azeglio, moglie di Roberto e sorella di Cesare Alfieri, così segnalava al figlio Emanuele questa fusione morale del Paese a cui l’Agraria concorreva: ”Cette affaire de l’Association Agraire prend d’assez grandes dimensions, est fort populaire, et produit une fusion, une cordialité vraiment remarquable” (35).
Per la divulgazione di nuove tecniche di coltivazione, produzione e conservazione dei prodotti l’Associazione si giovava delle scuole serali e domenicali per adulti, della stampa specializzata e dei libri d’informazione tecnica e scientifica, in stretta relazione con tutto il movimento per la diffusione dell’istruzione popolare (36).
Non è questa la sede per ripercorre tutte le fasi del movimento di riforma per la diffusione dell’istruzione a tutti livelli, dagli asili infantili all’università, sul quale vi sono ampi e documentati studi. Mi limiterò quindi ad indicare alcuni aspetti che riguardano più da vicino l’attività specifica di Cesare Alfieri.
Abbiamo già visto, parlando dello scritto sul pauperismo, quanta importanza attribuisse Alfieri all’istruzione come mezzo per l’elevazione delle classi più povere; e questa esigenza, sia di istruzione a tutti i livelli, sia di educazione prescolare e di assistenza educativa in genere, aveva trovato portavoce e interpreti nella borghesia intellettuale e nella nobiltà più illuminata.
Prima pubblica manifestazione del desiderio di promuovere la rigenerazione morale e sociale delle classi diseredate fu il movimento per l’istituzione degli asili; essi, nati in Inghilterra per venire incontro alle esigenze assistenziali del mondo industriale (soprattutto ad opera di Robert Owen), già diffusi in Lombardia e Toscana, si svilupparono anche in Piemonte, dapprima per pura filantropia, come ricovero per i bambini, poi con sempre più consapevoli finalità educative e patriottiche (37).
Dopo i tentativi attuati dalla Marchesa di Barolo, da Roberto d’Azeglio, dalla contessa Valperga di Masino, non ispirati ad un indirizzo pedagogico preciso, e dopo l’apertura a Rivarolo, nel 1857, del primo asilo concepito come scuola infantile, per iniziativa del sindaco Maurizio Farina, 28 esponenti della classe politica liberale subalpina, nell’agosto del 1838, firmarono una supplica al Re per ”potersi riunire in una Società per l’istituzione delle scuole infantili e pel patrocinio degli alunni” (38). Fra i sottoscrittori figuravano Cesare Alfieri, C. Cavour, Roberto d’Azeglio, E. Sclopis, Petitti di Roreto, C. Boncompagni, G. Manno, Luigi Provana, C. Balbo, C. Saluzzo.
Ottenuto l’assenso regio, nonostante l’opposizione dei conservatori guidati da Solaro della Margarita e da Mons. Fransoni, la Società risultò ufficialmente costituita nel 1839; nello stesso anno si pubblicava il libro di Carlo Boncompagni, Delle scuole infantili, destinato a suscitare un enorme entusiasmo. In esso l’autore tracciava il programma da svolgere in quelle scuole, ispirandosi ai princìpi del mutuo insegnamento, sorto in Inghilterra ad opera di Bell e Lancaster ed accettato e divulgato dai più moderni e famosi pedagogisti stranieri e italiani. Il problema del mutuo insegnamento e, più in generale, del riordinamento degli studi elementari fu oggetto anche di un importante studio di Giacomo Giovanetti, il quale, dopo aver segnalato la piaga dell’analfabetismo nelle campagne e l’insufficienza dell’istruzione maschile e femminile, sosteneva la necessità di una riforma che dirigesse e regolasse in modo armonico l’istruzione. Carlo Alberto, dando da leggere la Memoria a Cesare Alfieri gli disse: ”Vedrete un bei lavoro e ne sarete contento” (39).
Si è soliti far iniziare il nuovo corso della politica scolastica piemontese, preludio alle riforme dell’epoca costituzionale, non dal 1840 quando Luigi di Collegno fu sostituito alla direzione del Magistrato della Riforma da mons. Pasio, più accetto ai liberali, ma dal 1844, quando in Torino fu aperta la prima scuola di ”metodo”, per preparare professionalmente i maestri elementari. Fu chiamato a insegnarvi Ferrante Aporti (40), che aveva già una vasta esperienza di organizzazione di asili d’infanzia nel Lombardo-Veneto. Liberali e democratici fecero a gara nel dare alle lezioni dell’Aporti un significato politico, di rinnovamento del clima del Paese e delle sue istituzioni, mentre da parte loro i conservatori, e in particolare mons. Fransoni, videro in lui il portatore di un verbo ”protestante” (poiché gli asili erano sorti in Gran Bretagna e Germania) e ”liberale” insieme (41).
Ma la vera svolta nella politica scolastica del Piemonte si ebbe quando, con Regie patenti del 25 novembre 1844, fu nominato a reggere la carica di procuratore capo del Magistrato della Riforma, Cesare Alfieri; la nomina suscitò nei liberali molte speranze di rinnovamento, ma turbò i reazionari piemontesi che la considerarono come pericolosa svolta della monarchia verso la rivoluzione (42).
Con la sua nomina, che rispondeva alle nuove idee e alle aspettative del Paese ebbe inizio un lento ma graduale processo di razionalizzazione e di diffusione sistematica dell’istruzione primaria, attraverso la formazione di insegnanti che ”avessero possibilmente un’opinione comune intorno ai vari princìpi dell’educazione e dell’istruzione. Alfieri non volle mai mostrarsi né ostile né troppo condiscendente verso l’episcopato e il clero... ma si fece tuttavia intransigente difensore dell’autorità dello Stato, per assicurare al potere civile quella capacità di iniziativa che doveva sottentrare all’insuffìcienza del clero nel campo della pubblica istruzione” (43).
Da questo punto di vista, l’esperienza della scuola superiore di metodo, istituita nel 1844, doveva costituire la premessa di un piano organico di intervento dello Stato nel campo dell’istruzione popolare. Le Regie Patenti del 1° agosto 1845 stabilivano definitivamente la Scuola superiore di metodo presso l’Università di Torino (che divenne poi una scuola di alta pedagogia), chiamandovi professori valenti, quali G.A. Rayneri e Casimiro Danna (44).
In una lettera, inviata da Cremona il 14 luglio 1845, F. Aporti scrive ad Alfieri: ”Una cattedra di metodo all’Università per l’ammaestramento ed approvazione dei professori di questa scienza... e fatto unico in Italia e raro in Europa, e tornerà quindi gloriosissimo al re Carlo Alberto, onorevolissimo al Magistrato che attualmente regge gli Studi nel Regno presieduto con tanta sapienza dall’E.V. Propone poi per la cattedra il Boncompagni che ha ”fatto studi profondi su queste materie consacrandosi quasi quotidianamente a dialogare coi bambini poveri raccolti negli asili”. E prosegue: ”Mi congratulo senza fine con l’E.V che siasi pensato sotto il di Lei regime a porre il sistema d’istruzione pubblica in armonia collo Stato e coi bisogni reali dell’epoca nostra, riformando il vecchio derivato in gran parte da tempi assai lontani da noi, rispondente ad altre necessità, ad altri costumi, ad una società, i cui bisogni non richiedevano che una educazione propria a formare ecclesiastici, giurconsulti, medici, eruditi o letterari” (45).
Proseguendo poi quanto già iniziato dall’Associazione Agraria nel campo dell’insegnamento tecnologico, nel 1845 fu inaugurato a Torino un corso di chimica e di meccanica applicata, riservato a operai. Era un’iniziativa del movimento di riforma dell’istruzione tecnologica, che faceva capo, oltre che al Valerio (che a questo tipo di divulgazione culturale aveva cercato di provvedere anche con le sue riviste ”Letture Popolari” e ”Letture di famiglia”), a Cesare Alfieri e a Luigi Des Ambrois, e che vedeva la partecipazione entusiasta di Carlo Ignazio Giulio, egli stesso insegnante volontario nella nuova scuola (46).
Ma nonostante questo fervore di iniziative, ostacoli e intralci all’opera riformatrice provenivano dall’interno stesso dell’organizzazione scolastica per la sua disorganizzazione, per la diversità di leggi e istituzioni e per la mancanza di un forte ordinamento centrale. A questo stato di cose si cercò di ovviare con la legge del novembre del 1847, con cui era istituito il Ministero, con il titolo di Regia Segreteria di Stato per la Pubblica Istruzione. Alfieri ritenne di dover rinunciare al nuovo portafoglio che il Re gli offriva, per un sentimento di delicatezza e di modestia che non gli consentiva di assumere solo su di sé quell’ufficio; all’interno del Magistrato della riforma, infatti, gli Studi si reggevano collegialmente e le responsabilità delle risoluzioni si ripartivano sull’intero collegio. Il conte Ottavio di Revei lo sollecitò ad accettare con una nobilissima lettera, che era un appello al dovere nei confronti del Re e dell’interesse pubblico (47).
E Alfieri accettò. Uno dei suoi primi provvedimenti fu l’istituzione del Consiglio Superiore della Pubblica istruzione; procedette poi a tutta una serie di riforme nel campo dell’insegnamento. Riordinò l’insegnamento teologico con l’istituzione di numerose cattedre e una migliore destribuzione nei quattro anni di corso; progettò inoltre di aprire scuole di Apologetica, di Storia Ecclesiastica, di Esegesi Biblica, di Sacra Eloquenza (48).
Attese poi al riordinamento della Facoltà giuridica, giovandosi del consiglio di una commissione di cui facevano parte Sclopis (49) e Siccardi, anche per adattare l’insegnamento delle materie giuridiche allo spirito e alla forma dei nuovi codici e per far meglio aderire l’insegnamento alla vita e ai vari bisogni del Paese. Portò da otto a dodici le cattedre del corso giuridico ordinario (materie obbligatorie) e ne istituì altre tre per il corso completivo (complementari). Aggiunse al primo la storia del diritto, i princìpi razionali del diritto, la teoria delle prove civili e criminali (cattedra alla quale fu chiamato Matteo Pescatore), la medicina legale; al secondo il diritto amministrativo, il diritto pubblico e internazionale e l’economia politica, e affidò queste ultime due cattedre a Pasquale Stanislao Mancini e ad Antonio Scialoja (al quale succedeva qualche anno dopo Francesco Ferrara).
Questi illustri studiosi, che provenivano dall’Italia meridionale, portarono nuove correnti di pensiero e servirono poi a cementare l’unità spirituale della Nazione. Del clima che si era instaurato a Torino scriveva ad esempio, nel maggio del 1846, il Petitti alla Targioni Tozzetti: ”Le pubbliche lezioni dello Scialoja sono avviatissime: essendovi sempre seicento uditori circa, cioè quanti può capire la scuola i retrogradi, che non le volevano permettere, ne sono furiosi, e van predicandole fatali alla monarchia. Del che è lecito ridere assai” (50).
Con la legge del luglio del 1847 fu istituito anche il corso di Belle Lettere. Nel quale Alfieri nominò professore di Storia della filosofia Gianbattista Bertini e di Storia e letteratura Francesco Barucchi; per la Storia militare dell’Italia, trasformata poi in Storia moderna, designò Ercole Ricotti; per la pedagogia, Giovanni Antonio Rayneri. Anche nella facoltà di Medicina e in quella di Scienze naturali furono aggiunte nuove cattedre e furono meglio coordinate le materie di insegnamento. Alfieri sistemò anche la materia degli esami con nuovi obblighi di ordine generale, come la collegialità di giudizio e la pubblicità della prova, e propose premi per i giovani meritevoli. Particolare attenzione egli dedicò, pur tra mille difficoltà e ostacoli, ad instaurare e curare l’educazione femminile (51).
Ma siamo ormai alla vigilia della concessione dello Statuto: anche in questa occasione Alfieri fu vicino a Carlo Alberto, non soltanto con i consigli tecnici, partecipando con Borrelli alla stesura del testo, ma anche con l’affetto e la devozione così necessari al Re nel momento in cui doveva decidere un importante e rilevante atto politico (52).
Nella seduta del Consiglio del 7 febbraio 1848, convocata da Carlo Alberto per conoscere il parere dei suoi ministri e collaboratori. Alfieri dichiarò che i mutamenti sociali e politici avvenuti negli ultimi anni erano da attribuirsi ”allo svolgimento dell’elemento democratico operatosi in tutta la società e potersi paragonare a uno di quegli effetti di commozioni telluriche per cui i piani ad un tratto s’innalzano a livello dei monti”. E si schierò per l’adozione di un compiuto sistema rappresentativo (53).
Queste poche frasi (nelle quali sembra di leggere Tocqueville) riflettono la grande preparazione e la grande cultura di Cesare Alfieri nel campo delle discipline sociali, testimoniata oltre che da quanto abbiamo detto sinora, dal gran numero di carte e di documenti ch’egli raccolse e studiò, relativi non solo alla storia della Stato sabaudo ma anche al sistema rappresentativo inglese, alla Rivoluzione francese, alle teorie del liberismo economico di Peel e di Cobden (acclamato a Torino durante la sua visita del 1844) e dagli appunti tratti da testi di Mazzarino, Montesquieu, Lessing, De Maistre, Vidua, Ch. Dunoyer, Michel Chevalier, solo per citare alcuni nomi o di riviste quali la ”Revue francaise” o il ”Journal des Economistes”.
Testimoniano anche, quelle frasi, una coerenza politica che lo portò ad essere liberale ma non rivoluzionario, a tener conto della realtà concreta dei fatti per migliorare la monarchia senza rimutarne e cambiarne le basi, in conformità del grand’adagio ”que le danger d’innover se trouve toujours a côté de l’avantage d’ameliorer” (54). E fu anche sempre fedele alle idee espresse fin dal 1830 nelle già citate lettere a Sclopis, che sono un’acuta analisi politica sul come evitare l’arbitrio del governo e i privilegi dell’aristocrazia per giungere a una forma di governo monarchico ma con una ampia base rappresentativa.
Dopo aver sostenuto che ”le meilleur des gouvernements est celui qui garantii l’exercise des droits, assure l’accomplissement des devoirs, et pourvoit aux besoins d’un peuple par les moyens les plus simples”, egli dichiara apertamente: ”Dans mon àme et conscience je crois le regime de l’arbitraire injuste, immoral, désastreux; je crois également que tout élément purement démocratique est incompatible avec les formes monarchiques, auxquelles nous sommes attachés par des liens sacrés et indissolubles” (55). Egli esclude che l’aristocrazia possa ancora rappresentare, come nei tempi passati, quell’elemento neutro che dovrebbe mantenere l’equilibrio ”entre l’autorité et la puissance materielle qui la tient en échec”, perché la nobiltà è soltanto più un ornamento regio e i suoi privilegi ripugnano ”a nos opinions, a nos moeurs et a la nature de nos rapports sociaux”.
Si tratta quindi di cercare nello stato attuale della società politica un potere in grado di dare un sostegno al governo legittimo, di opporre un ostacolo efficace alle influenze illegali e di essere l’intermediario del Re nei rapporti con il suo popolo. Egli individua nella proprietà ”cet élément dont tous les intéréts ne sont que l’espression, dont les ages se trasmettent réligieusement le dépôt, qui conserve encore à l’Aristocratie quelque influence, qui assigne à la Démocratie celle qu’elle peut éxercer impunément, et qui enfin offre dans un intérêt commun le seul gage possible de réconciliation entr’elles” (56).
L’elemento di equilibrio viene indicato quindi da Alfieri nella rappresentanza della proprietà fondiaria, perché la proprietà lega con nodo indissolubile il cittadino al suolo patrio; inoltre il concorso dei proprietari nell’amministrazione dello Stato mira a promuovere e difendere gli interessi comuni e dà forza all’opinione pubblica, la quale rende possibile l’ordine e la responsabilità. Affinché la proprietà fondiaria possa essere rappresentata occorre ripartirla in tre categorie, che forniscono ”la mesure de l’importance progressive de ses attributions”: la piccola proprietà, che viene rappresentata nel consiglio del comune; la media proprietà, rappresentata nel consiglio della provincia; la grande proprietà rappresentata in quello dello Stato.
Egli si professa quindi contrario alla centralizzazione e delinea già una forma di governo rappresentativo, basato sul decentramento amministrativo (57): ”Ainsi la Commune, aggrègation d’individus, s’offre a nous d’abord comme l’unité primitive dans la société politique. La Province, agglomération de Communes, terme moyen et qui est essentiellement un ensemble de localités, vient ensuite. Enfin, l’Etat nous apparait comme la totalité sociale, abstraction d’individualités et de localités”. Dalle diverse capacità politiche attribuite alla piccola, media e grande proprietà derivano a loro volta tre gradi differenti di rappresentanza, definita quest’ultima come ”l’action par la quelle les intéressés en délégant, d’après des formes établies, quelques uns d’entre’eux, participeraient au réglement de leurs intérêts” (58).
significativo che questo progetto di Alfieri venisse a grandi linee ripreso da una prima riforma della legislazione delle amministrazioni comunali e provinciali, attuata tra il 1841 e il 1843, e soprattutto dall’editto per l’Amministrazione dei Comuni e delle Provincie del 2 novembre 1847, che non venne mai applicato perché superato dagli avvenimenti dei mesi successivi, ma che rappresenta tuttavia il livello massimo di concessioni che la monarchia poteva offrire senza rinunciare alle proprie caratteristiche essenziali (59).