Alfieri Di Sostegno tra Torino e Firenze - Consegno Nazionale 7-8 giugno 1996 - Museo Nazionale del Risorgimento, Rivoli (Torino) 1996 (Pagina 26-27), 8 giugno 1996
TRATTO DA: ALFIERI DI SOSTEGNO TRA TORINO E FIRENZE
(pagina 26-27 con note di pagina 30)
Se noi percorriamo le vicende familiari degli Alfieri nei secoli XVII e XVIII potremmo facilmente constatare che ogni generazione (salvo rare eccezioni) fu caratterizzata da una numerosa figliolanza. Quel Cesare che nel Seicento aveva ottenuto il titolo di conte ebbe, per esempio, otto figli. Carlo Antonio Massimiliano (il costruttore del castello di San Martino) ne ebbe anch’egli otto. Il già più volte ricordato Cesare Giustiniano superò tutti i suoi antenati anche in questo campo; infatti fra il 1731 e il 1752 fece mettere al mondo, dalla moglie, ben diciassette figli, poi invece, dopo di lui, assistiamo a una rapida contrazione in fatto di nascite. Suo figlio Roberto Gerolamo ebbe ancora cinque figli, tre maschi e due femmine: ma dei figli maschi uno solo si sposò, ossia Carlo Emanuele, il quale, a sua volta, ebbe quattro figli: la già ricordata Costanza, che sposò Roberto d’Azeglio, Luisa (detta anche "contessa di Favria") (8), la quale non si sposò e anzi entrò in una congregazione laica detta delle Canonichesse di Baviera, Carlo Emanuele Giuseppe, che morì a quattro anni, e Cesare.
Questi a sua volta ebbe un unico figlio, Carlo (il cui nome completo era Carlo Alberto; ma egli si firmò sempre e soltanto Carlo, aggiungendo talora, sino a quando non morì suo padre, il titolo di "conte di Magliano"): e fu l’ultimo degli Alfieri (9). Dal suo primo matrimonio con la bella e adoratissima Ernestina Doria di Ciriè ebbe un figlio maschio, il quale però morì nascendo e trascinò anche la madre nella sua tragica fine. Sposata in seconde nozze Giuseppina Cavour, donna intelligentissima ma poco attraente e, a quanto pare, dal carattere non facile, nacquero ancora e soltanto due figlie, Luisa e Adele. In tal modo ebbe fine la dinastia degli Alfieri.
Ma un caso del genere si verifìcò anche in molte altre famiglie nobili nella seconda metà dell’ottocento: ricordiamo i più volte citati Tapparelli d’Azeglio, che si spensero con Emanuele, cugino in primo grado di Carlo Alfieri, i Motta di Lisio, i Dal Pozzo della Cisterna (la famiglia piemontese più ricca, dopo la famiglia reale, la cui ultima rappresentante andò sposa a Amedeo duca d’Aosta), i Falletti di Barolo (altra famiglia fornita di grandi proprietà), i Ferrero della Marmora, i Saluzzo di Monesiglio, i Benso di Cavour (10).
Ovviamente, non si può generalizzare in problemi, di questo tipo.
Ma io credo che, in molti casi, questo fenomeno trovi la sua spiegazione nel desiderio di impedire (con la moltiplicazione dei discendenti) la frantumazione del patrimonio. I privilegi di primogenitura, e maggiorasco, aboliti fin dal 1797, erano stati bensì ristabiliti da Vittorio Emanuele I; essi erano stati ancora presi in considerazione in un editto di Carlo Alberto del 14 ottobre 1837 e poi ancora nel suo Codice Civile: ma pochissime erano state le famiglie nobili che avevano fatto le pratiche necessario per riattivare istituzioni del genere nel proprio interno. ovvio che questi istituti giuridici decaddero totalmente dopo la promulgazione dello Statuto. Il sistema migliore quindi, anzi l’unico sistema per evitare la suddivisione dei patrimoni attraverso la quota "legittima" spettante anche alle figlie (11), rimaneva quella di ridurre al minimo la discendenza; il che tuttavia esponeva drammaticamente le famiglie al rischio di estinzione, come puntualmente accadde.
E io tante volte mi sono chiesto quale deve essere stato il malinconico stato d’animo di personaggi come Carlo Alfieri, o come suo cugino Emanuele d’Azeglio, (12) i quali erano eredi di grandi tradizioni familiari oltre che di grandi ricchezze, - di fronte al dramma della estinzione (con la propria scomparsa) di famiglie che avevano alle spalle un così grande e secolare passato. Si potrebbe quasi dire che, scomparso il vecchio Piemonte, si ritraevano nel nulla anche le famiglie che ne erano state i pilastri.
NOTE:
8) A proposito di questo titolo cfr. nota 3.
9) Su di lui, o almeno sui suoi anni giovanili, debbo in particolar modo ricordare il saggio di Carlo Pischedda, Sulla giovinezza di Carlo Alfieri di Sostegno, in "Studi Piemontesi", XII, 1983, pp. 294-323.
10) Particolarmente impressionante e la scomparsa di famiglie come i La Marmora e i Saluzzo. Ciascuna di esse contava ben quattro fratelli maschi all’epoca di Carlo Alberto. Nella generazione successiva non ci fu più discendenza maschile.
11) Il Codice albertino, all’art. 719, stabiliva che il testatore poteva disporre liberamente dei due terzi dei .suoi beni se i .suoi figli erano uno o due: se i figli erano in maggior numero la quota liberamente disponibile (e perciò, in teoria, destinabile al solo primogenito) si riduceva della metà. evidente che una disposizione del genere bastava da sola a minacciare la compattezza del patrimonio e quindi a far sì che i discendenti primogeniti ereditassero magari titoli nobiliari altisonanti, ma poi non avessero più i mezzi finanziari necessari per portare quei titoli con decoro. La situazione peggiorò da questo punto di vista con il Codice civile italiano del 1865, il cui ari. iSO’S stabiliva che il testatore poteva disporre liberamente solo della metà dei suoi beni. qualunque fosse il numero dei figli.
12) Emanuele d’Azeglio ha lasciato una testimonianza del suo malinconico stato d’animo in uno scritto pubblicato in pochissime copie dal titolo: Une famille piémontaise qui va s’éteindre, Turin, Botta, 1884. pp. 87 dove, con velato umorismo, rievoca episodi di storia della famiglia nei secoli precedenti.