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 1996  giugno 08 Sabato calendario

TRATTO DA: ALFIERI DI SOSTEGNO TRA TORINO E FIRENZE

(pagina 11-17)

GIUSEPPE TALAMO
Presidente della sessione

Introduzione ai lavori
Dal Regno Sardo al Regno d’Italia

Se volessimo fissare un termine a quo e un termine ad quem per delimitare il periodo nel quale devono collocarsi uomini e cose oggetto di indagine e di dibattito in questo convegno storico dedicato agli Alfieri di Sostegno tra Torino e Firenze, dovremmo pensare - pur nella consapevolezza della inevitabile arbitrarietà di scelte siffatte - al 1848 e alla convenzione di Settembre del 1864 con il conseguente trasferimento della capitale del regno.
 a questo sfondo complessivo che vorrei dedicare qualche, rapida considerazione che possa servire (come dire?) da, prologo alle relazioni dedicate, nelle due sedute odierne e nella seduta antimeridiana di domani, alla vita e all’opera di Cesare e di Cario Alfieri di Sostegno. Un prologo che serva a riformulare il problema nodale costituito dalla trasformazione "in idea", come avrebbe detto Benedetto Croce, prima ancora che nel fatto del regno sardo nello Stato unitario e dalla parallela fine degli altri Stati della penisola.
Il ’48 segnò la fine del sistema instaurato dal congresso di Vienna già messo in crisi dagli avvenimenti europei all’inizio degli anni Trenta: la fine della monarchia borghese di Luigi Filippo, la caduta di Metternich, in Germania l’esperimento costituzionale dei parlamento di Francoforte, la rivoluzione in Ungheria e in Italia a partire da quella Palermitana del 12 gennaio. Il vecchio continente sembrava avviarsi verso nuove esperienze. Ma dopo un anno, nell’estate del ’49, tutto era radicalmente mutato: fallita l’esperienza costituzionale in Germania, sottomessa l’Ungheria, la Francia avviata verso un nuovo bonapartismo, a Vienna stroncato in ottobre l’ultimo tentativo liberale.
In Italia gli Stati che si erano tutti trasformati in senso costituzionale, e che avevano istituito la guardia civica e concessa una sia pur limitata libertà di stampa, ritornarono alla situazione prequarantottesca. L’unico Stato della penisola che riuscì a superare la crisi, traducendo la volontà d’indipendenza della penisola nella preparazione della guerra contro l’Austria, e le diffuse aspirazioni liberali nell’attuazione dello Statuto albertino, fu il regno sardo. Nonostante taluni errori di politica interna ed estera, nonostante l’atteggiamento a volte miope verso forze che avrebbero potuto essere utilmente impiegate, il Piemonte rivelò una classe dirigente complessivamente capace. il dissidio tra liberali e democratici restò, quasi sempre, nei limiti di una dialettica parlamentare che contribuì a dar vita ad un sostanzioso dibattito politico, mentre in tutti gli altri Stati della penisola gli elementi liberali si staccavano nettamente e definitivamente dai rispettivi governi.
Non si pensa certo di dir cosa nuova se si riafferma che è nell’esperienza quarantottesca che va cercata la genesi dei programmi politici che porteranno alla unificazione della penisola. In quel "vivaio di storia" (per usare la felice espressione di Lewis Namier) che fu il 1848, nonostante l’intrecciarsi e confondersi di motivi liberali e democratici, ispirati a volte ad una spregiudicata visione della realtà politica, a volte decisamente utopistici, si chiarirono le posizioni di movimenti e gruppi politici nei confronti dei maggiori problemi del momento, ma si espressero anche esigenze ed aspirazioni che andavano oltre la realtà contingente e che sarebbero state ereditate dalle generazioni future. Per questo, volendo definire alcuni protagonisti del ’48, si è parlato da parte di Arturo Carlo Jemolo, di "seminatori", di "uomini di Dio", che potevano apparire, e talvolta erano, privi di preoccupazioni politiche immediate.
Occorre ribadire che quel vasto movimento di opinione pubblica, che si manifestò così largamente nel ’48, rientrò a buon diritto tra le "primavere" dello spirito umano, per usare un’espressione cara ad Adolfo Omodeo. Alcune sue conquiste rappresentarono un’acquisizione definitiva per la coscienza europea, anche se negli anni successivi alcune strade verranno abbandonate ed altre saranno momentaneamente accantonate.
Un "ritorno" al ’48, inteso come una ripresa di quell’iniziativa popolare che aveva caratterizzato le repubbliche di Roma e di Venezia – con la connessa volontà di connotare la lotta contro l’Austria come guerra di popolo e non come tradizionale contrasto dinastico - era un costante obiettivo di mazziniani e democratici. Al contrario, conservatori e moderati condannavano il ’48 come insieme di errori pericolosi, e lo giudicavano un chiaro esempio di quel che non bisognava fare, di come non si doveva agire se si volevano ottenere concreti risultati: lo ritenevano un modello negativo, insomma. la cui utilità sembrava consistere, appunto, nel mostrare, con l’evidenza del fatti, le conseguenze deleterie di una politica fatta di impazienze e di sogni impossibili.
Bisogna, ora, aggiungere che il giudizio che le diverse forze politiche diedero di quell’anno "terribile" sarà strettamente legato alla loro qualificazione politica. Com’era già successo per date epocali, quali il 1789 e il 1793 - e succederà ancora per altre, come il 1870 o il 1917 - il giudizio storico diventò l’indispensabile supporto della formulazione di un programma politico.
Una delle fonti più ricche per conoscere il dibattito politico tra l’agosto 1858 e il settembre 1860, il Diario Massari - di cui l’indimenticabile Emilia Morelli diede agli studiosi, nel 1959, un’eccellente edizione condotta sull’autografo - fornisce ripetute prove di quanto siamo andati affermando. Ad esempio, nel medesimo giorno, il 5 gennaio 1859, ritorna due volte lo stesso significativo giudizio sul ’48: "lo non rifarò gli spropositi del 1848", dice Cavour a La Marmora che gli aveva espresso qualche preoccupazione circa il colloquio avvenuto alcune settimane prima fra il presidente del consiglio del regno sardo e Garibaldi. Le preoccupazioni non riguardavano, però, solo gli spropositi fatti dai democratici ma anche quelli compiuti, con le migliori intenzioni, da quanti in posizioni d’alte e altissime responsabilità, non avevano valutato, allora, l’entità dei rischi affrontati. "Guai a noi se Vittorio Emanuele rinnovasse i cavallereschi errori di Carlo Alberto nel 1845 ", dice infatti Massari, rassicurando il conte Lana di Broscia che, a proposito della "profonda concitazione degli animi in Lombardia", si augurava "per il giorno della redenzione, un governo forte ed energico".
Bisogna però distinguere attentamente il giudizio formulato sul ’48 dai moderati e dai liberaloderati da quello formulato da governi e gruppi nettamente reazionari. Per questi ultimi, infatti, la condanna del ’48 implicava la condanna totale di ogni sia pur timida e modesta riforma in senso costituzionale perché proprio gli eventi del biennio ’48-’49 avrebbero dimostrato che le riforme incoraggiavano le rivoluzioni perché costituivano altrettante prove di debolezza politica dei governi.
La "condanna dei moderati e dei liberali, invece, era più duttile e intelligente, e quindi politicamente più produttiva. Facciamo un esempio per tutti, ma quanto mai autorevole: Cesare Balbo. Privo, come ben sappiamo, di qualsiasi ammirazione per la "grande rivoluzione", egli non aveva soltanto condannato il giacobinismo e il 95, ma anche 1’89, giudicando Luigi XVI un sovrano "liberale" e ritenendo "errore grossolano di dare a fare una mutazione di Stato, una rivoluzione, una legislazione o costituzione ad un’assemblea popolare, di creare, come novissimo, un’assemblea costituente". Sempre nel Sommario Balbo aveva distinto nel 1848 "quattro grandi desiderii politici...: 1° il desiderio della democrazia assoluta esclusiva, sotto i due nomi poco diversi di comunismo e socialismo, 2° il desiderio della libertà rappresentativa; 3° il desiderio delle indipendenze nazionali: 4° il desiderio delle così dette unità delle nazioni". A suo avviso, la Francia aveva perseguito il primo e il più "stolto ’ di questi desideri; la Germania il quarto e il più vano. L’Italia, invece, aveva propugnato i due desideri "più legittimi e santi", la libertà e l’indipendenza, ma aveva commesso l’errore di propugnarli tutti e due insieme. Quindi, mentre per le altre nazioni europee il 1848 non avrebbe dato inizio ad una nuova età, per l’Italia questo poteva accadere perché i due scopi perseguiti, "necessari alla universale e cristiana civiltà" - cioè l’indipendenza e la libertà - avrebbero continuato a "concitare le menti italiane, a far nuove rivoluzioni" fino al conseguimento del fine. "Dopo il fatale ma grande 1848 (concludeva Balbo) non sono più possibili ne i vili ozi del Seicento, ne le stentate riforme del Settecento, ne le guerre sotterranee, gli scoppi inutili, le sette inefficaci della prima metà dell’Ottocento: né per conseguenza quella preponderanza straniera che oltre tré secoli durò già tranquilla con tali servi, poco inquietata da tali nemici. Dopo lo scoppio pur infelice, ma tutto diverso, dai precedenti, del 1848, rimangono e rimarranno, Dio solo sa quanto, gli stranieri in Italia materialmente né più né meno che prima. Ma non sono più essi che possono dare lo spirito al fatti né i nomi alla storia d’Italia; sono, saranno le memorie del 1848...".
Balbo riusciva così a cogliere il profondo significato del grande anno rivoluzionario che aveva sconvolto l’Europa e l’Italia, con un riconoscimento tanto più significativo in quanto quelle pagine furono scritte nell’Appendice al Sommario della storia d’Italia, pubblicata nell’edizione fiorentina postuma del 1856, intorno al 1850, quando la reazione sembrava aver trionfato in tutto il continente e aver cancellato persino il ricordo del recente passato. Balbo pensava soprattutto alla guerra combattuta contro l’Austria. a questa prima grande esperienza politica e militare fatta dal Piemonte e meno all’altra esperienza quarantottesca, quella popolare e democratica. Ma il giudizio era, comunque, importante. Chi avesse voluto formulare un nuovo programma politico sarebbe dovuto necessariamente partire da un’analisi spregiudicata e coraggiosa delle cause del fallimento del ’48.
Cavour parti, infatti, dall’esperienza quarantottesca. E sarà l’alleanza tra i due centri della Camera subalpina, sul finire del 1851, a sanzionare l’abbandono del moderatismo da parte del Cavour, e a mettere in crisi i suoi rapporti con Massimo d’Azeglio. Nella grande biografia cavouriana, alla quale Rosario Romeo ha dedicato circa trent’anni della sua vita, lo storico siciliano ha colto lucidamente il nesso che collega l’esperienza del ’48 e la politica del successivo decennio.
Il "connubio", ad esempio, nella interpretazione di Romeo – che ci sembra assolutamente condivisibile - consenti ;il conte di recuperare il programma dei democratici del ’48-’49. In quell’alleanza parlamentare Romeo ha sottolineato lo stretto legame fra il gruppo di Lanza, Rattazzi e Cadorna, cioè il centrosinistra, e la democrazia quarantottesca, e ha messo in diretta relazione l’istanza fondamentale della sinistra subalpina, cioè l’allargamento della classe politica, con le richieste delle correnti democratiche che erano state sconfitte nel 1849.Al riconoscimento di questo legame lo storico ha unito la sottolineatura della distanza fra il moderatismo e il "giacobinismo" del programma di centrosinistra, nello stesso modo con cui aveva rilevato lo stacco fra il "giusto mezzo" statico, alla Guizot, e quello aperto e dinamico di Cavour.
Ma se aveva saputo riprendere certe aspirazioni degli sconfitti del ’48, Cavour cercò anche di correggere gli errori politici commessi in quel biennio. E così in politica estera all’isolamento del regno sardo nella prima guerra d’indipendenza contrappose la stretta alleanza con la Francia e la cordialità di rapporti con l’Inghilterra, in politica interna ad un timido riformismo sostituì un audace programma di rinnovamento liberale e al persistente municipalismo una politica autenticamente nazionale. Solo questa politica consentì di superare le diffidenze dei liberali toscani, lombardi o napoletani nei confronti delle tendenze espansionistiche piemontesi.
Del resto, questa trasformazione del regno sardo e la conseguente fine del vecchio Piemonte ha evidenti punti di contatto con il crollo degli altri Stati della penisola.
Il 25 maggio 1860, alla Camera dei deputati subalpina, Domenico Carutti, lo storico della monarchia sabauda al quale Umberto Levra ha dedicato di recente pagine così significative e intelligenti, così commentava le trasforma/ioni del vecchio Stato sabaudo: "Separato da Nizza, separato dalla Savoia il vecchio Piemonte non è più; questi sono gli ultimi giorni della sua vita di otto secoli... finis Pedemontii!". un giudizio che troveremo formulato con sorprendenti somiglianze, non soltanto terminologiche, nel Diario 1859-1860 di Marco Tabarrini, uomo di studi più che di azione, più erudito forse che storico.Amico del Giusti e del Capponi, del Salvagnoli e del Montanelli,Tabarrini non aveva alcuna attitudine per la politica militante che gli rimase sempre estranea, anche quando fu costretto ad assumere cariche di governo per amicizia verso chi gliele offriva. "Col cominciare del 1859 (scrisse, dando inizio al suo Diario) mi pare che vi sia grande apparecchio di avvenimenti per l’Italia, e se mi dura la pazienza, voglio scrivere in questo libro, giorno per giorno, le cose che accadranno. Mi sono sempre pentito di non aver tenuto conto dei fatti del 1848; ma allora avevo appena trent’anni e mi sentivo voglia più di operare che di scrivere. Oggi ne ho quaranta sonati...e potrò fare il cronista senza passione, e senza impegno di difendere una parte".
E così questo colto "cronista" commenta il 22 marzo 1860 il voto dei Toscani: "Stasera alle 8 è venuto l’annunzio che il Rè accetta il voto dei popoli e la Toscana fa parte del regno sardo. Il cannone ha tuonato e si è fatta un po’ di baldoria in piazza, ma con poco entusiasmo. Finis Etruriae! Confesso che a leggere il dispaccio ho sentito rinascere gli spiriti municipali, e sono rimasto tristemente commosso in mezzo a molti che gioivano.
Chi scrive è un toscano tenacemente innamorato della sua terra che gli appare la più ricca di cultura e di umanità, di storia e di tradizione dell’intera penisola, e che egli chiama con amore laToscanina. E certamente il rimpianto per il mondo di ieri e ben presente nelle sue notazioni. Ma chi voglia intenderne il significato storicamente più significativo non potrà isolare il confessato municipalismo dal generale contesto. E vedrà allora che Tabarrini ci descrive con molta onestà come a partire dall’aprile del ’59 fosse andata dissolvendosi la piccola patria toscana. La partenza dei volontari, il loro accompagnamento da parte di amici e parenti, i saluti e gli auguri pubblici: tutto avveniva nell’indifferenza del governo, anche la partenza di un migliaio di volontari da Livorno che ricevevano ognuno dal finanziere Bastogi "un francescone" mentre sul battello era issato un tricolore tra gli applausi della folla, "Tutto questo si è fatto (commentava Tabarrini) spettatrice e quasi cooperatrice l’Autorità, colle pattuglie che giravano tra la gente per serbare l’ordine, come fosse un imbarco fatto dal Governo". Il Granduca non era in grado di "contenere" il paese, ne di "andare con lui"; si dichiarava neutrale ma tollerava la partenza "quasi ufficiale" dei volontari.
Tabarrini coglieva la contraddizione insanabile in cui si muoveva il governo granducale e in cui si trovava lui stesso. Quando infatti l’11 marzo 1860 bisognò votare tra l’Unione alla monarchici costituzionale di Vittorio Emanuele ed il Regno separato Tabarrini votò una terza formula che rese nullo il suo voto.
Al pari di molti suoi compatrioti, e di rappresentanti di altri Stati della penisola, egli appariva un sopravvissuto, spaesato completamente in un mondo che non era più il suo e che gli rimaneva sostanzialmente estraneo. Ma quel che, nonostante ogni sforzo, non riuscì proprio a comprendere fu che non era soltanto il municipalismo toscano che finiva. Come la piccola patria toscana, anche il piccolo vecchio Piemonte, come aveva detto Domenico Carutti, era caduto, nonostante l’opposizione di quanti, da Solaro della Margarita a Revel, avevano più volte manifestato i loro timori di dissolvere il regno sardo in un ambizioso e pericoloso sogno.
Mentre però in Piemonte il processo, grazie anche all’apporto di protagonisti come Cesare e Cario Alfieri di Sostegno, aveva permesso almeno l’iniziale costituirsi di una nuova classe politica, gli altri Stati della penisola si erano trovati di fronte a questo dilemma: o rinnovarsi all’interno in senso costituzionale e liberale e combattere, insieme con il regno sardo, l’Austria, con il risultato di farsi assorbire presto o tardi da un Piemonte ingrandito, oppure allearsi strettamente con l’Austria e appoggiarsi all’interno agli elementi più retrivi, con il risultato di separarsi dalle forze politicamente e culturalmente più vive del paese, costrette in tal modo ad orientarsi verso il regno sardo. Essi scelsero questa seconda soluzione e riuscirono a sopravvivere ancora per un decennio, ma il fatto che si siano trovati in una situazione politica chiusa, senza una reale alternativa, dimostra che la loro funzione storica era esaurita.