La «nera» di Dino Buzzati - Crimini e Misteri. Oscar Mondadori Milano 2002. Articoli tratti da Il Nuovo Corriere della Sera, 26/6/1951, 1/7/1951, 6/7/1951, 11/7/1951, 26 giugno 1951
IL DELITTO DI PIA BELLENTANI (1951)
Cernobbio (Como), 15 settembre 1948. Mezzanotte è passata da un’ora e tre quarti quando, nel salone delle feste del Grand Hotel Villa d’Este, dove la presentazione della collezione di moda autunno-inverno 1948-1949 della stilista milanese Biki ha richiamato blasonati e nuovi ricchi, si consuma la tragedia. Maria Pia Caroselli di Sulmona Bellentani, trentadue anni, proprietaria insieme con il marito, il conte Lamberto Bellentani, di una fabbrica di insaccati, spara, uccidendolo, all’ex amante Carlo Sacchi, quarantacinquenne industriale tessile.
Poi rivolge l’arma contro se stessa e fa fuoco di nuovo, ma la pistola si inceppa e lei viene subito disarmata. Il movente, si scopre di lì a poco, è passionale. La contessa non ha infatti perdonato al dongiovanni di provincia, che non disdegna le relazioni extraconiugali, di averla scaricata per un’altra donna.. Mimi Guidi (al secolo Sandra Cozzi), dieci anni più di lei, ma libera e spregiudicata. E così, dopo diversi litigi, l’ha ucciso. Inizia dunque uno dei casi più affascinanti e discussi del dopoguerra, un delitto che per il suo mix d’amore, gelosia, nobiltà e ricchezza farà la fortuna dei rotocalchi, dividendo l’Italia in innocentisti e colpevolisti. Convinti questi ultimi che, grazie ai privilegi del suo rango, Maria Pia Bellentani, pur rea confessa, non pagherà in pieno il prezzo del suo gesto. Arrestata e sottoposta a perizia psichiatrica, la contessa verrà infatti dichiarata semi-inferma di mente. Nel marzo 1952 sarà condannata a dieci anni di reclusione (di cui tre condonati) e a tre di casa di cura; pena ridotta in Appello a sette anni e dieci mesi. Uscirà dal carcere il 23 dicembre 1955.
IL DRAMMA DI VILLA D’ESTE VERSO L’EPILOGO: LA DONNA PI STUDIATA DEL XX SECOLO
Il giudice istruttore Jasevoli, che in questi giorni deciderà se rinviare a giudizio Pia Bellentani oppure proscioglierla per infermità di mente, ha il suo ufficio nel palazzo del Tribunale, ultimo piano. un palazzo solenne, un poco torvo, da signorotti antichi, come quelli dei Promessi Sposi. Tra queste mura non c’è ricordo di amori o di festini, piuttosto vengono in mente congiure, conciliaboli, segreti, supplizi. Dinanzi c’è una piazzetta solitaria. Il quartiere è tranquillo. Pomeriggio. Arriva un lungo suono di campane.
Ai giudici istruttori si pensa come a uomini anziani, tenebrosi e dagli occhi a spillo, oppure ipocritamente espansivi perché torna il ricordo del famosissimo Porfirio, quello di Raskolnikov. Invece il dottor Jasevoli è ancora un giovanotto, ben piantato, dalla faccia chiara e convincente; e suoi occhi sono buoni.
Dalla finestra si scorgeva un cortiletto su cui davano anche le grate delle carceri adiacenti; e nel cortile una strana minuscola garitta abbandonata. Le campane ora tacevano. Non si vedeva il lago ma la sua luce in qualche modo risplendeva laggiù, di là dei tetti. A questa ora, rinato il vento, piccole vele bianche scivolavano, tra richiami di ragazze seminude, dinanzi a Villa d’Este. Il bar del grande albergo era deserto, nessuno al banco, nessuno ai tavolini. Tutto lustro e in ordine. Esaminate pure il pavimento. Davvero non c’è più traccia di sangue.
Ma nell’ufficio del giudice Jasevoli, dopo due anni e mezzo, si sono accumulate in preoccupanti pile le carte del processo. Il delitto è come una pietra che cade nel mezzo di uno stagno e i cerchi concentrici si allargano finché raggiungono la riva; e qui depositano una morta bava di cartacce. Questa volta, benché il fatto non avesse quasi alcun mistero, la risacca ha rovesciato sulla sponda mucchi immensi di fogli, lettere, deposizioni, rapporti, testimonianze, memoriali, perizie, verbali, atti giudiziari, certificati medici, scritti anonimi, telegrammi, fotografìe, album e, sparsa in mezzo a tutto questo, una quantità sconcertante di poesie.
Tra le decine e decine di fascicoli spicca, come torrione su un panorama di casette, la perizia psichiatrica d’ufficio eseguita dal prof. Filippo Saporito e dal dott. Giulio Freda. Questa perizia resterà famosa. Dimensioni simili – osserva nella sua requisitoria il dott. Giuseppe Giudice, procuratore generale presso la Corte d’appello di Milano - non si sono mai vedute negli annali giudiziari. Sono ben sette fascicoli, complessivamente 626 pagine, senza contare il sommario e gli allegati. Ha richiesto sedici mesi e mezzo di lavoro. Soltanto pochi personaggi storici hanno attirato su di sé altrettanta intensità di studi, indagini, osservazioni, esami, teorie interpretative, controlli e misure di ogni genere. E forse mai sulla persona e sulla psiche di una donna si è concentrato un così paziente interesse di scienziati.
Di che famiglia è l’imputata, chi erano i genitori, i nonni, i bisavoli, i prozii, i parenti (e qui Saporito afferma nettamente una eredità neuropsicopatica), la sua infanzia, la stentata crescita, le prime malattie, gli studi, i capricci, gli umori, gli estri, la vita di collegio, le malinconie, i tentativi giovanili di suicidio, e via via ogni minimo fatto della vita fino alla famigerata notte. Poi la Bellentani di adesso quanto è alta, quanto pesa, quanto mangia, dorme e digerisce, quanto le batte il cuore alla vista delle due bambine, il sangue, le orine, il liquor (dove è stato trovato, eredità patema, il treponema della lue), udito, vista, tatto, i riflessi di ogni genere, che cosa sogna, il corpo e l’anima, le funzioni digerenti e il sentimento religioso, lo spessore della teca cranica e le ambizioni letterarie, assolutamente nulla è trascurato. Né mancano gli esperimenti psicologici di marca modernissima per mezzo dei reattivi mentali: i test di Rorschach con le macchie di inchiostro, la prova di Ebbinghaus con le parole da completare; quella di De Santis con le parole induttrici (lago, le dicono, e lei subito risponde; Como; Renzo, lei: Lucia; sventura, e lei: normale; sogno, e lei: penso; dolore, e lei risponde: amico; collegio, e lei; Roma; gioia, e lei breve; abito, e lei: blu; aeroplano, e lei: guerra). Ma ancora più imponente è l’analisi psicologica di ogni suo minimo atto, scritto e detto. Le sue lettere, per esempio, le sue poesie vengono così meticolosamente e insistentemente analizzate, commentate, valutate, perfino nell’eventuale interesse letterario, che a un certo punto viene quasi la vertigine. In somma, non è esagerato dire che Pia Caroselli in Bellentani sia la donna più studiata del secolo ventesimo.
Il dott. Freda è primario del manicomio giudiziario d’Aversa, dove è stata fatta la perizia. Il prof. Saporito, già ispettore generale alienista del Ministero di Grazia e Giustizia, è una celebrità del ramo, e a lui si ricorre nelle evenienze più difficili; chi ne conosce altri lavori, subito avvista in questo l’impronta generosa del suo stile. Pur aperto ai moderni indirizzi della scienza (vedi i test citati). Saporito è uno studioso diremmo così di stampo classico, con un ricco sfondo di umanesimo, che sa a memoria, giureremmo, interi brani di Virgilio e di Orazio, che si compiace delle cose dette bene, del decoro, della veste artistica, e odia l’arida specializzazione tecnica. Convintosi, dopo aver completato le ricerche, che la Bellentani è inferma di mente, su questa tesi egli ha impostato la fenomenale dissertazione. Fin dalle prime righe si capisce dove ha l’intenzione di arrivare. E per arrivarci, a parte i lunghi mesi consumati e la impegnativa materialità della ricerca. Saporito veramente mobilita tutte le sue molteplici sirene: dal mitragliamento di vocaboli difficili (per un profano come noi è un continuo inciampare in parole come anamnesi, ipomania, trisma, automorfofobia, labe, poichilocitosi, iperpiretico, indice ponderale - per dire semplicemente peso - clinofilia, anafrodisiaco, astenopia, ecc.) alle sottigliezze più acrobatiche per identificare segni di pazzia in frasi, gesti, scritti apparentemente normalissimi, dalle dotte citazioni letterarie alle travolgenti cariche ventre a terra, là dove il tono assume - e l’ha notato anche il procuratore generale - un impeto retorico che ricorda certo magniloquente stile avvocatesco.
Giunti alla fine, confessiamo che viene spontanea una domanda: se invece della contessa Bellentani fosse stata una povera diavola qualunque, una donnaccia dei bassifondi o una montanara analfabeta, i due periti avrebbero ugualmente impiegato sedici mesi di lavoro e scritto 626 pagine?
Ma forse è una domanda sciocca e temeraria. Ignoranti di psichiatria, non possiamo certo esprimere un giudizio sul criterio con cui è stata affrontata la questione. Inoltre, è logico che uno scienziato si sia appassionato di un caso in cui il sì o il no (la pazzia o meno) oscilla su un confine molto vago e disputabile, e che perciò si presenta specialmente delicato. Non solo: il biologo che per anni interi studia un bacillo, fosse pure quello della peste, finisce fatalmente per volergli bene. Non stupisce perciò, nel lavoro del prof. Saporito, quella diffusa simpatia, pietà, comprensione umana nei riguardi della «nostra donna», come lui spesso la cita; anzi, diremmo che questo sentimento gli fa onore. Ma anche tale simpatia ha certo contribuito a ingigantire la perizia.
Del resto è giusto notare due cose. Primo: che nel sostenere la pazzia non è detto che Saporito abbia agito nell’interesse pratico della Bellentani. Qualche giornale ha scritto che se fosse riconosciuta sana di mente e rinviata ai giudici, la Bellentani, calcolati la provocazione, la semi-infermità mentale, i condoni e la prigione già scontata, potrebbe essere rimessa in libertà tra un anno; e questo probabilmente non è vero prima di tutto perché è ben difficile prevedere che cosa ne penserà la Corte, poi perché, ammessa la semi-infermità mentale, al carcere seguirebbe un notevole periodo di osservazione in casa di cura. Ma anche senza arrivare a tanto ottimismo, è probabile che, se condannata in Assise, la Bellentani potrà tornare nel consorzio civile prima che se giudicata irresponsabile; infatti in questo caso le toccherebbe, a partire dalla data della sentenza istruttoria, un periodo di almeno dieci anni in manicomio.
Secondo: se si parla molto di una cosa, le si attribuisce implicitamente una importanza. Ora il prof. Saporito dissertando così copiosamente sulla Bellentani, non ha finito per conferirle un interesse eccezionale, per fame un grande personaggio, se non addirittura una eroina? Onestamente bisogna rispondere di no. Al contrario. Quello che poteva sembrare un dramma romanzesco e quasi affascinante su uno sfondo di spiritualità e raffinatezze, questo dramma – letta che si abbia la perizia - risulta nel complesso immiserito; e la protagonista, già dominante alla ribalta, cala improvvisamente di statura.
«Il Nuovo Corriere della Sera», 26 giugno 1951
I BELATI DELLA PECORELLA E LE CANZONACCE DEL LUPO
«Tu sei la vita - Tu sei ogni mio pensier - Tu sei il sorriso – Di questo mio triste cuor.
«Io vorrei tanto - Viver con tè - Sognar insieme - Stringermi a te. »
Sono versi di Pia Bellentani, compresi negli atti processuali attualmente affidati al giudice istruttore di Como dott. Domenico Jasevoli. L’esame particolareggiato delle sue poesie, delle sue lettere e del famoso memoriale autobiografico scritto nel manicomio criminale di Aversa, forma un intero capitolo della mastodontica perizia psichiatrica del prof. Saporito e del dott. Freda. I versi citati, con altre strofe similari, sono scritti a matita, con evidente esagitazione e con molte cancellature e pentimenti.
Questo, delle poesie, è un Leitmotiv che accompagna tutto il procedere del dramma: e che può spiegare molte cose. Negli atti sono racchiuse specialmente quelle dettate dalla passione per il Sacchi. Ma ce ne sono anche altre, che risalgono ai tempi immediatamente anteriori, tempi relativamente felici per la Pia.
Ce n’è una, per esempio, dedicata a «Cinino», suo marito, e che termina così: «Io voglio che la vita ognor t’eviti - I dolori, e gioia solamente - E pace e felicità ti dia - Per sempre ed unito alla tua Pia».
Un’altra venne scritta per le due figlie, il Natale 1945. Alla maggiore la Bellentani dice: «Cara piccola stellina – Gran tesoro di mammina - Che però tu sii felice - II mio cuor ognor ti dice». E alla più piccola: «Sogno te serena e altera - Camminare per il mondo fiera - La tua vita in gran lietezza - Vuole la mia tenerezza».
Una serie di quartine le aveva ispirato, nel maggio dello stesso anno, la notizia della morte del padre a Sulmona, dove lei, per la difficoltà delle comunicazioni, poté andare soltanto un mese dopo. «Papà caro, tu di me eri contento - Questa è sol la dolcezza che mi resta - Il sollievo che nel cuor io sento - Quando mirando a te, son tanto mesta!» E finisce: «Guarda papà dal ciel la tua bambina - Che sempre pensa a te e ti è vicina».
Ma «a partire da questa ora» si legge nella perizia «la Musa della Bellentani dirizza per altri lidi la vela del suo ingegno, o meglio per un sol lido, quello dell’amore e del solo unico amore per un solo uomo, il Sacchi». Una tetra e arida malinconia, che tocca spesso accenti disperati caratterizza per lo più questi versi; eccezion fatta per una specie di poemetto simbolico di cui è protagonista una svedese (è poi lei stessa) la quale incontra in un viaggio allegorico un esquimese (cioè il Sacchi) e insieme i due procedono finché: «... di stelle un manto - Brillar d’un tratto fece il loro cammino – Vi fu in entrambi un non so che di santo - In quell’amplesso di un sapor divino!». E: «... Gioiva la natura qual di fiori – Unito avesse il polline e non cuori».
Non per curiosità cronistica né per pettegolezzo né per prendere in giro la responsabile, abbiamo riportato qui queste citazioni. Ma solo perché, secondo noi, le poesie della Bellentani spiegano di per se stesse, nei suoi veri termini umani, la tragedia, più di tante complicate disquisizioni e psicologiche e cliniche. Anche il Sacchi, con ben diversa ispirazione o stile, scriveva versi. Tra le sue carte è stato trovato, come è noto, un lunghissimo e tormentato manoscritto che negli atti processuali è catalogato sotto il nome di «brogliaccio». una specie di farraginoso poema in dialetto comasco, di argomento erotico e di un linguaggio eccezionalmente libero, che riecheggia certe esercitazioni pornografiche di gusto goliardico. Una vera e propria «fatica» perché sono ben 3929 versi, di vario metro e per lo più rimati (riportarne qui anche un brevissimo saggio è impossibile, tanto sono sporchi).
Ebbene, non per mania di paradosso, l’incontro tra quelle due correnti di poesia - dell’amante e dell’amato - sintetizza con evidenza estrema, e giustifica l’origine, lo svolgimento e la conclusione di tutta quella disgraziatissima vicenda.
Nei versi della Bellentani stupisce prima di tutto l’ingenuità della forma, ora tipicamente scolastica, ora simile all’andamento di certe canzonette. La Bellentani ebbe una discreta educazione, proprio come è buona regola delle ricche famiglie di provincia. A Sulmona fino alla seconda classe di ginnasio; poi a Roma dove restò per tre anni nel collegio Cabrini e altri due presso le Suore inglesi di via Nomentana; qui studiò anche musica e pittura con notevole profitto, prese anzi il diploma in pianoforte. La qualità dell’istruzione fu dunque buona. E lei era, per naturale amor proprio, una ottima scolara (nonostante fin d’allora fosse tormentata da angosciosi interrogativi sullo scopo della vita). Come si spiegano allora quelle sue poesie così miserelle e fuori moda? Vi si sentono solo riecheggiamenti di studi ginnasiali. Si direbbe che, oltre e fuori della scuola, la Bellentani non avesse letto niente; che lei, con ambizioni di poetessa, ignorasse non dico i surrealisti ma perfino Baudelaire, Pascoli, D’Annunzio, Gozzano stesso. Come lei scrivevano, sì e no, le ragazzette della fine Ottocento. Nel 1945 anche le studentesse di ginnasio poetavano già alla Montale o alla Garcìa Lorca.
Che significa? Significa che la Bellentani non era affatto quella intellettuale che molti, compreso il prof. Saporito, vorrebbero far apparire (a pagina 213 la perizia dice addirittura che l’imputata «affronta e risolve problemi a cui invano si cimentarono pensatori di tutti i luoghi e di tutti i tempi» sic!). Esauriti gli studi a 18 anni, la ragazza di Sulmona forse credeva di saperne perfin troppo; e probabilmente, ritrovando le amiche d’infanzia, dovette avere l’impressione di essere, al confronto, una vera arca di scienza. Né l’ambiente in cui poi visse, da ragazza e da sposata, poteva accrescere la sua attrezzatura culturale. Vi si parlava probabilmente di automobili, di viaggi, di gioco, di galanterie, tutt’al più di spiritismo, ma non certo di Gide e di Aragon. E fin qui niente di male. Ma la Bellentani invece ci teneva a figurare donna spirituale e negli atti si accenna a sue lunghe discussioni «filosofiche» col Sacchi.
Poesie come quelle della Bellentani, o anche peggiori, non hanno però mai fatto male a nessuno. Lo strano è che la Bellentani le abbia conservate; e qui comincia il guaio. Perché vuoi dire che, sotto sotto, lei se ne compiaceva e ne era orgogliosa. A questo proposito si può ricordare un episodio sintomatico. Sette giorni prima del delitto, il 9 settembre 1949, la comitiva Sacchi-Bellentani era andata a visitare l’isola Comacina, e la Pia, sull’album della taverna «Amici dell’isola» scrisse il seguente pensiero: «Essere o non essere. Qui si potrebbe essere ma non siamo. Ho sonno». Il marito a sua volta scrisse cinque versi, scipiti a dir la verità, che a prima vista potevano sembrare un ironico commento alle parole della moglie. Siccome qualcuno lo notò, la Bellentani, per evitare ogni malinteso, strappò la pagina e trascrisse il suo pensiero su un foglio a parte. Segno che quelle due frasette le parevano qualcosa di notevole: una disgrazia se fossero andate perdute. E qui affiora uno dei caratteri dominanti della Pia, a lei specialmente deleterio: la tendenza a prendere tutto esageratamente sul serio a cominciare da se stessa.
Ed ecco che questa giovane signora, tipico personaggio di provincia, afflitta da malinconie degne del più tenebroso romanticismo (ma forse lei vi si indugiava con una dolorosa voluttà riconoscendovi la prova della sua raffinatezza spirituale), questa ingenua creatura, che si credeva in certo senso ferratissima ed era invece del tutto sprovveduta, tenuta su da ambizioni insieme meschine e commoventi, che si illudeva forse di poter essere una specie di Anna Karenina ed era solo Pia Caroselli in Bellentani; questa candida, irritante e seriosissima signora va a imbattersi in un tipo come Carlo Sacchi: esattamente agli antipodi di lei e perciò il più adatto a farla innamorare. Che il Sacchi non fosse un asceta è fuori di dubbio. Ma abbiamo l’impressione che la perizia Saporito-Freda esageri presentandocelo come il prototipo della lussuria, del cinismo, della frenesia carnale. Il suo lato negativo indubbiamente sta nella sua abitudine di soffiare a cuor leggero le mogli degli amici: ciò che il costume corrente perdona volentieri ma che secondo noi è sempre cosa sudicia; tale e quale una volgare truffa. Tuttavia dobbiamo confessare che il Sacchi, proprio attraverso il catastrofico ritratto tratteggiato dai periti, finisce per non essere antipatico. Depravazioni, ipersessualismo, erotomania, pantoclastia morale? Sarà. Noi vediamo molto più semplicemente un signorotto di provincia di vecchio stampo, a cui piacciono maledettamente le donnette, che tira al sodo, ci spende il tempo libero e non vuole grane. Anziché il grigio squallore della crapula c’è in tutto questo un fondo popolaresco di ottima salute. O dobbiamo definirlo cinico perché fa sue le frasi più infuocate scrittegli dalla Bellentani e le propina pari pari a Mimì Guidi, altra sua amica? Ma questo è tipico di tutti i dongiovanni.
Anche le esecrazioni moralistiche di Saporito e Freda per il famigerato brogliaccio «diabolico travaglio... tanfo nauseabondo... turpe e immonda melma... porco in brago» ci sembrano un po’ sproporzionate. Sinceramente non ce la sentiamo di condividere tanto sdegno. D’accordo: sono porcherie, volgarità, attentati al buon gusto. Ma non bastano a meritar l’inferno. Il brogliaccio - ne siamo persuasi - potrebbe averlo scritto anche una brava e onestissima persona: esso si riallaccia a certe antiche tradizioni nostrane di pornografìa burlesca, di cui campione massimo - ne era scandalizzato lo stesso Casanova - fu il veneziano Baffo; e rientra in un quadro di grassa vita provinciale dove le barzellette sconce e le poesie libertine fanno da condimento, dopo una buona giornata di caccia, alle formidabili mangiate in compagnia.
Purtroppo in questo scollacciatissimo canzoniere erotico si imbattono i flebili, malinconici, ingenui e affliggenti endecasillabi di una donna che dopo sette anni di matrimonio, pur senza rendersene conto, è ancora in attesa dell’amore. La languida, delicata, tetra pecorella incontra il sanguigno e spavaldo lupo che esce dalla bettola intonando canzonacce da caserma. Che ne poteva derivare di buono?
«Il Nuovo Corriere della Sera», 1° luglio 1951
PI PENOSO CHE GRANDE QUESTO ROMANZO D’AMORE
Perché ha fatto tanto scalpore nel pubblico il delitto di Villa d’Este? Secondo noi i motivi sono tre: la frenetica montatura giornalistica; l’eterna cattiveria umana; il fascino della tragedia d’amore.
Consideriamo ciò che hanno fatto i giornali. Per eccitare la curiosità del pubblico e quindi vendere di più, la bassa stampa che non va per il sottile ricorre a vecchie e quasi infallibili ricette. Per esempio: protagonista di un fatto di cronaca è una donna? Questa donna diventa subito bellissima.
Un cassiere ruba centomila lire? Si proclama il grande scandalo bancario. Un marito ha bastonato la moglie? «Fosco dramma della gelosia.» La polizia fa indagini? Ecco un mistero tenebroso. L’interessato è un benestante? Diventa automaticamente ricchissimo. Possiede un’auto? Viaggia a bordo di una «lussuosa e potentissima vettura fuori serie». Un ladro ha scavalcato una finestra? Immancabile è il richiamo a Rocambole. Il fatto è accaduto in una villa, in un albergo, in un ritrovo pubblico? di prammatica lo «sfondo di mondanità di fasto e corruzione». Si tratta di una vecchia famiglia per bene? Le cronache parleranno di alti ambienti aristocratici. Tutto insomma viene spostato verso il limite maggiore, in corrispondenza dei classici luoghi comuni della retorica popolare.
Ora non si può negare che parecchi di questi elementi nel dramma Sacchi-Bellentani c’erano. C’era la bellezza fìsica della protagonista. C’era l’ambiente mondano. C’era la ricchezza. C’era l’amore. C’era il titolo nobiliare. Per certa stampa a sensazione è stato come un invito a nozze. Ed è nata una gara, spesso grottesca, a chi pescava i particolari più intimi e piccanti, a chi faceva risultare i personaggi più romanzeschi, più interessanti, eccezionali.
Ne sono derivati, con questo sistema, un generale forzamento di tinte, una complessiva dilatazione dei contorni. Insomma si è parecchio esagerato. La Bellentani era senza dubbio una signora giovane e piacente; ma da qui a fame una specie di fatalissima sirena ci passa. Sia lei, sia lui erano ricchi; ma non erano poi le ricchezze di Rockefeller. In quel «giro» di amici c’era sicuramente una notevole disinvoltura di costumi.
Ma non era poi Sodoma e Gomorra. Era sì gente che aveva adempiuto agli obblighi scolastici; e il marito di lei era conte. Ma chi potrebbe sostenere, come si è generalmente fatto credere, che quello fosse un campionario tipico della più filtrata aristocrazia intellettuale? Invece, quanto più si leggono gli atti del processo, tanto più le proporzioni di tutto sembrano restringersi, farsi più modeste e più banali, diciamo pure, anche più misere. Scompare l’eleganza, dileguano i fantasmi letterari, il pathos si ^piuttosto riconoscere come caso clinico. Manca perfino, diremmo, quella certa intrepidezza disperata per cui il vino stesso, la corruzione, il delitto, possono assumere una specie di grandezza.
Ad accrescere l’infatuazione del pubblico ha contribuito poi la cattiveria umana. Infatti, via via che nel clamore pubblico si ingigantivano il fatto e i personaggi, più viva si faceva nella gente - parliamo sempre in linea generale – una sorta di compiacimento. Perché a chi è in basso riesce grato il pensiero che la sventura - nei suoi aspetti più laidi e crudeli - entri anche nella casa del ricco e del potente. Allora l’uomo dice a se stesso sorridendo: «Proprio vero che la ricchezza, l’alta posizione sociale eccetera non voglion dire la felicità»; e si tien pago della sua mediocre vita; e inconsapevolmente gode così del male altrui. Certo questo è un sentimento gretto e miserabile (e pochissimi sono disposti ad ammetterlo poiché in questa sfera di sentimenti l’ipocrisia regna sovrana). Però esiste; sia pure come vaga tendenza è in tutti noi, e si può identificare nella innata propensione al male che ci ha trasmesso l’eredità di Adamo. Ebbene. Il meschino conforto di sapere che le disgrazie colpiscono anche i più «fortunati», quel senso di sollievo per non avere più motivo di invidiare (l’invidia è sofferenza), è uno spunto formidabile per certo giornalismo a sensazione. E nel caso Bellentani è stato sfruttato in tutti i sensi. Credete che ci sarebbe stato altrettanto interesse se la medesima tragedia, per gli stessi motivi e negli identici termini, fosse accaduta in un povero casamento del suburbio? Se la donna, poniamo, fosse stata una domestica e l’uomo un oscuro venditore ambulante, e invece che a Villa d’Este la rivoltella fosse stata sparata in un «trani» dell’Ortica, è immaginabile che ci sarebbe stata una curiosità così morbosa? Del resto, quanti hanno studiato il caso con animo sereno e spassionato, alludiamo a magistrati, funzionari, scienziati e avvocati, tutti hanno avvertito le ripercussioni di tanta montatura e l’hanno energicamente deplorata. Contrariamente poi a ciò che molti pensano, è probabile che l’immensa pubblicità abbia reso molto più difficile, anziché alleviarla, la situazione della Bellentani.
Terzo elemento clamoroso, la tragedia d’amore. Da che mondo è mondo sono questi i drammi che più appassionano le folle. Ma, senza voler essere crudeli verso chi in fondo merita pietà, vorremmo domandare: ci fu veramente, nel caso Bellentani, quello slancio magnanimo, quello splendore di bontà e di altruismo, o quella temeraria sfida al mondo, o quel silenzioso oscuro sacrificio per cui tanti amori, di fantasia e reali, ebbero nel mondo una potente eco di ammirazione, di meraviglia, di lacrime? e per cui oggi, a distanza anche di secoli, le giovanette sospirano, alla sera, e quasi son disposte a uguali strazi pur di poter conoscere quei palpiti sublimi? O invece l’alone di romanticismo questa volta è una sovrapposizione di maniera e in realtà si tratta di una cupa inesorabile passione più vicina alla malattia mentale di ogni altro innamoramento (che ha sempre in sé, pur se il codice non può riconoscerlo, una ventata di autentica follia)? Più che un imbarco per Citera non viene da pensare a una specie di infezione? Nella mente della Bellentani, che anche l’accusatore pubblico riconosce anormale per tutto un sedimento di deleterio pessimismo e taedium vitae, l’amore non ha forse assunto forme ossessive e angosciose tali da interessare più l’alienista del poeta? Non è sintomatico per esempio che subito dopo il delitto la Bellentani non si sia affatto preoccupata se il Sacchi era vivo o morto? Che non abbia gridato coraggiosamente, come quasi c’era da aspettarselo: «Sì l’ho ucciso io!» ma abbia invece cercato di far credere in una disgrazia? Che in tutte le sue manifestazioni successive, registrate con scrupolo estremo dalla perizia Saporito-Preda, non sia mai affiorato un palpito di vero rimorso? Dopo tutto aveva ucciso l’uomo amato. E non danno un suono strano le parole con cui si chiude il famoso memoriale scritto in carcere: «Ricordo e ricorderò sempre Carlo a cui ho voluto immensamente bene»? Non è un po’ poco? Quasi che il Sacchi fosse morto di incidente o malattia, per motivi del tutto estranei a lei. Infine un ultimo particolare: non sorprende che questa donna, fatta apparire come una tragica |eroina, abbia scritto dal carcere, una decina di giorni appena dopo il fatto, una lettera al giudice istruttore affinché si prendesse cura della sua cappa d’ermellino sequestrata come corpo di reato?
Forse sarà questione dei tempi, ma una volta le eroine dei grandi amori non si comportavano così. E non lo diciamo a titolo di accusa, per infierire su di una donna che aspetta ancora il giudizio degli uomini e di Dio; il che sarebbe sleale e poco generoso. Anzi, per fare intendere quanto di insolito, di assurdo, di contraddittorio, di malato ci fosse nella sua passione, e come a partir da quella sera lei sia sprofondata nella propria atona disperazione di sopravvissuta, con una fissità che esclude altri pensieri. Cosicché di vivo in lei oggi non c’è che il desiderio di morire.
«Il Nuovo Corriere della Sera», 6 luglio 1951
DILEGUA A POCO A POCO LA COLPEVOLE DA PUNIRE
In una recentissima lettera a un amico di Como, il conte Lamberto Bellentani, appena tornato da una visita alla moglie nel manicomio criminale di Aversa, scrive: «Ormai la Pia è come trasparente, magra e pallida da fare impressione e sempre più scostante. Ho paura che tutto finirà in una maniera non prospettata dai giornali».
Pia Bellentani infatti dal giorno della tragedia è stata dominata da un solo sentimento: il desiderio della morte. Le sue tetre fantasticherie del tempo ch’era ancora piccola, quando un richiamo misterioso la trasse nella casa di una bambina morta e lei, entrata nella camera, si avvicinò al feretro e fu presa - come narrò poi in una novelletta – dalla voglia «incredibile e forte di adagiarmi accanto a quel corpo, in quella bara foderata di seta rosa e di essere portata via insieme»; e in seguito il suo senso della vanità dell’esistenza e la coscienza di perenne solitudine, e la convinzione che solo nell’aldilà avrebbe potuto trovare vera pace; tutte queste idee ossessive, che con alti e bassi avevano sempre contristato la sua vita, in carcere trionfano e in certo senso rappresentano per la donna l’unico appiglio a cui tenersi.
Da quel grido disperato a Villa d’Este «Non spara più! Non spara più!» (colpito il Sacchi, lei si era puntata la pistola alla tempia destra ma, inceppatasi l’arma, il secondo colpo non partiva), da quel momento la Bellentani si considera defraudata dalla sorte, la sopravvivenza sembrandole un perfido sbaglio ai suoi danni. Si può anzi dire che da allora ella si considera virtualmente morta.
Perciò le suore del carcere hanno sempre faticato a nutrirla, perciò ha rifiutato ogni cura ricostituente dicendo «Se le mie condizioni fisiche migliorassero forse mi renderei conto esatto di dove sono e allora non risponderei più dei miei atti: meglio, molto meglio per me vivere in questo torpore». Si aggiungano il deleterio complesso delle sue morbose fissazioni, l’atonia spirituale, l’organismo di per sé poco robusto e tarato dalla nascita, il progressivo decadimento fisico contro cui i medici ben difficilmente possono lottare mancando la volontà dell’ammalata, gli svariati mali e le disfunzioni clinicamente constatate, la ostinata febbre, l’avversione di lei per tutto ciò che possa materialmente sollevarla. Inoltre dalla sua cella, che divide con una dottoressa, infanticida, non si muove mai, rifiutando di scendere in giardino per la passeggiata quotidiana. Non si cura menomamente del processo. A poco a poco si è staccata, come fa intendere la lettera del marito, perfino dagli affetti familiari. La morte: per lei non esiste altro interesse. Del resto, fin dal dicembre 1948 aveva detto al prof. Saporito: «Potrò essere utile a qualche cosa? Potrò vivere ancora? Chi me lo assicura? Non penso neanche di poter essere utile alle mie figliole». Pia Bellentani insomma non è più che una spenta larva.
Ora, a notizie del genere c’è gente, perché negarlo?, che si indigna. Questa gente dice: «Eh, lo sapevamo, con un pretesto o con un altro si continua a tirare le cose per le lunghe. Quando ci sono i soldi, quando si appartiene all’alta società c’è sempre qualche via di scampo. Si poteva prevederlo! Un rinvio e poi un altro rinvio, Dio sa neanche se si farà il processo. Vedrete anzi che non si farà. Un bel giorno, quando il clamore sarà spento, e anche il ricordo sarà affievolito, Pia Bellentani, dopo essere rimasta qualche anno in una clinica, se ne uscirà alla chetichella, e improvvisamente ce la troveremo davanti libera con indosso le sue pellicce d’ermellino». E perciò gridano allo scandalo.
Alcuni parlano così nient’altro che per falso moralismo e cattiveria autentica. Altri, che invocano un sollecito castigo, sono invece in buona fede e li ispira solo una esigenza di giustizia; sembrerebbe loro indegno che un delitto scaturito, secondo l’opinione generale, da un ambiente frivolo e corrotto, non trovasse una severa punizione. A costoro vorremmo qui rispondere.
Nei precedenti articoli, a costo di passare quasi per crudeli, abbiamo cercato di riportare il caso Bellentani-Sacchi le sue giuste proporzioni, di svuotare la montatura retorica che raffigurava lei come una specie di eroina di romanzo ingigantiva la statura dei protagonisti quali esempi tipici della più eletta aristocrazia o comunque prestava loro personalità d’eccezione. Si è voluto insomma dimostrare come la realtà delle cose si riduca entro limiti assai più modesti e più meschini.
A questo punto tuttavia, per lo stesso scrupolo di obiettività, diciamo: se si dubita che la magistratura, nel perseguire la colpevole, abbia in qualsiasi modo rallentato arbitrariamente la sua azione, o che abbia subito suggestioni estranee agli interessi supremi della legge, questo è senz’altro ridicolo; per supporto bisogna proprio non conoscere che uomini sono i magistrati e a che inflessibile disciplina morale essi obbediscano al di là di quelli che possano essere i loro difetti di uomini fatti di carne e ossa come noi. A giorni il giudice istruttore di Como dott. Jasevoli emanerà la sua sentenza e conforme alle decisioni l’azione penale si avvierà all’episodio conclusivo.
Se invece, in termini più vaghi e senza alcuna insinuazione, si vuoi dire che l’intensità punitiva del processo, indipendentemente dalla volontà degli uomini, manca in certo modo di violenza, di accanimento, di mordente, allora un po’ di vero c’è. Ma questo è logico; e bisognerebbe ammettere che la legge sia un meccanismo disumano e gelido, estraneo a ogni luce spirituale se le cose stessero altrimenti.
Nell’attimo che un delitto viene commesso, si determina nella società una specie di carica che sente il bisogno di sfogarsi. come se il crimine, per dir così, comprimesse una potente molla e per ristabilire l’equilibrio offeso questa tensione si dovesse liberare in modo da colpire i responsabili. Ciò è sentito profondamente dalla coscienza collettiva e la legge è appunto lo strumento in cui si esprime questo bisogno di giustizia. Ma che senso ha la punizione se il colpevole non è in grado di soffrirne? Che colpo può vibrare la molla del castigo se nella sua traiettoria incontra il vuoto?
Ebbene, nel processo Bellentani, la condanna, fosse pure di estremo rigore, incontrerebbe appunto il vuoto, cioè un essere umano che, indipendentemente dalle condizioni fìsiche, è ormai assente, fuori del gioco, insensibile ai tormenti della clausura e dell’umiliazione pubblica, privo di ogni sia pur minuscola speranza, tutto rivolto ormai all’estrema porta. La vendetta, se è ammissibile parlare di vendetta, si è consumata nell’interno di lei stessa. E gli anni di galera, molti o pochi, non potranno aggiungere nulla al patimento. Dal punto di vista strettamente umano insomma il caso è ormai risolto con la distruzione spirituale della donna.
Del resto, manifestato o no, questo è il pensiero che domina le persone incaricate di promuovere il processo o che dovranno parteciparvi in rappresentanza delle parti. Naturalmente i magistrati devono applicare la legge e soltanto sulla legge regolarsi; su questa via procederanno imperturbabili. Ma - senza tentare presunzioni temerarie – siamo convinti che essi sono del nostro stesso parere. Un fatto sintomatico: la convincentissima requisitoria del dott. Giuseppe Giudice, procuratore generale della Corte d’appello di Milano, pur nelle sue severe conclusioni, non assume mai l’accento vendicativo e risentito che di solito caratterizza le argomentazioni dell’accusa. Ciò che c’era da bruciare è già bruciato, ciò che c’era da soffrire è stato già soffèrto. E non resta più che un pallido fantasma.
Così il dibattimento eventuale potrà forse avere un banale interesse di curiosità per i particolari scandalistici destinati a venire a galla, ci saranno masse di cronisti e di fotografi, e può darsi che aumenterà la tiratura dei giornali. Ma onestamente un vero e serio interesse umano mancherà, né gli animi degli spettatori si potranno accendere, ne si dovrà, tenere il fiato aspettando la sentenza. I grandi interrogativi che di solito appassionano, cioè: fino a che punto è colpevole? perché ha ucciso? merita di essere punita molto o poco?, questi interrogativi avranno poco o nessun senso. Anche se presente in aula - perché secondo la legge potrebbe rinunciare a presentarsi - Pia Bellentani sarà comunque lontanissima, chiusa nelle sue meditazioni nere. Cinque anni di carcere in più o cinque in meno, la libertà o la cella, la prigione o il manicomio, non le diranno assolutamente nulla. E sebbene la mano della Giustizia sappia inseguire i delinquenti nei più remoti nascondigli e paralizzarli di terrore al primo tocco, difficilmente potrà raggiungere quella infelice giù nel pozzo buio dove lei si è lasciata sprofondare.
«Il Nuovo Corriere della Sera», 11 luglio 1951