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 2010  aprile 08 Giovedì calendario


ADDIO MOKA, IL CAFFE’ SI FA CIALDA (2

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Il primo distributore automatico sarebbe stato inventato da Hero Tzebus di Alessandria d’Egitto nel 219 a.C.: era una macchina che somministrava acqua per cerimonie propiziatrici nei templi, azionata per mezzo di monete. In Italia, nel 1963, la Faema, produce il primo distributore di caffè espresso. La prima macchina espresso, per i bar, la inventa nel 1901 Luigi Bezzera, mentre per uso domestico s’impone la moka, frutto dell’invenzione di Renato Bialetti, che la brevetta nel 1933. Storia antica, ormai. Nel 2000 arrivano le cialde: pratiche, non sporcano, garantiscono semplicità e qualità. E si acquistano anche nei supermercati. Così, s’impongono nelle abitudini degli italiani. Certo, la vecchia caffettiera resiste ancora, ma il futuro sembra volgere più verso la novità. Questo pensano alla piemontese Lavazza, che oggi produce 2 milioni di cialde l’anno e che sta potenziando le linee produttive. E la moka? Bialetti, sempre in Piemonte, chiude la storica fabbrica di Crusina. «Troppa concorrenza low cost», dicono. E si preparano a spostare parte della produzione verso l’Est
F.POZ

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OMEGNA (Verbania)
L’omino con i baffi non sorride più e il Piemonte perde uno dei suoi simboli nel «made in Italy». Bialetti, da oltre mezzo secolo sinonimo di caffettiere, ha deciso di chiudere lo storico stabilimento a Crusinallo di Omegna (Verbano Cusio Ossola) e avviato la procedura di mobilità per i 118 dipendenti.
La produzione della Moka express verrà spostata nei Paesi dell’Est. L’annuncio è stato dato ieri mattina poco prima delle 11 dai dirigenti di Bialetti Industrie, il gruppo nato dalla fusione tra la Alfonso Bialetti e la bresciana Rondine, saliti in azienda da Coccaglio per un incontro con sindacati e lavoratori che avrebbe dovuto avviare il confronto sul piano industriale che prevedeva una trentina di esuberi. Un doccia fredda, durata appena 4 minuti. Alcuni operai si sono messi a piangere alla relazione dei sindacalisti, poi hanno dato vita a presidi della fabbrica e si sono riuniti in assemblea permamente.
Immediato l’intervento delle istituzioni del territorio. Il presidente della Provincia Massimo Nobili ha convocato un incontro con rappresentanti dei lavoratori ed enti locali. Decisa la risposta: «Non ci può essere negoziazione sulla chiusura della fabbrica: è la posizione ferma e condivisa da tutti», ha rimarcato Nobili. Che ha riferito di essersi già messo in contatto con il neopresidente della Regione Piemonte Roberto Cota affinchè sulla vertenza Bialetti sia coinvolto anche il Governo: «Ne va anche dell’immagine dell’Italia», spiega.
In attesa delle prossime mosse e dell’invio delle lettere con la mobilità, per arrivare alla chiusura dello stabilimento ci vorranno mesi e i lavoratori hanno deciso di attuare una serie di scioperi articolati tutti i giorni, mettendo in atto una mobilitazione che impedisca di portare via macchinari o stampi. Già ieri alcuni camion sono stati bloccati davanti ai cancelli.
L’intervento «non è evitabile né rimandabile» ha ribadito la holding in una nota diffusa in serata, dove dichiara disponibilità ad aprire «da subito» un tavolo con le organizzazioni sindacali con l’obiettivo di individuare il miglior percorso e le migliori soluzioni in termini di ammortizzatori sociali per i lavoratori coinvolti. E per la produzione di caffettiere, cadute sotto i colpi della concorrenza «low cost», Bialetti Industrie, che ha già chiuso in India e oltre a Coccaglio mantiene stabilimenti anche in Turchia e Romania, spiega di voler perseguire un nuovo modello di business integrato Italia-estero che consentirebbe di mantenere nel Verbano Cusio Ossola solo alcune parti ad alto valore aggiunto rivolgendosi a fornitori strategici già collaudati. Ricerca, design e sviluppo verrebbero concentrati nel Bresciano.
VINCENZO AMATO
PIETRO BENACCHIO


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GATTINARA (Vercelli)
L’avevano già capito, negli Anni Ottanta, tre piccoli imprenditori del Nord Italia: la vecchia moka era destinata a passare il testimone. Via l’omino con i baffi e le sue caffettiere, nelle case degli italiani sarebbero arrivate le cialde, «quell’espresso come al bar» che Paolo Bonolis e Luca Laurenti oggi promettono dal Paradiso degli spot.
Allora non si chiamava Lavazza, lo stabilimento più grande al mondo per la produzione di cialde da caffè non aveva ancora colonizzato una grande porzione dell’area industriale tra colline e vigneti del Vercellese: l’azienda, nata sulle ceneri del Cotonificio Alta Italia, era quasi familiare. Si chiamava «Uno per» e crescendo era arrivata ad occupare quaranta lavoratori. Trent’anni dopo, con il passaggio attraverso il marchio Mokapak, i dipendenti a Gattinara sono arrivati a superare le 450 unità. E non c’è aria di crisi: nel 2009, l’anno più nero, il personale è stato chiamato a lavorare anche la domenica.
Le cialde piacciono alle famiglie italiane, ma anche in Europa. A Gattinara sono 41 le linee di produzione, l’anno scorso hanno sfornato 2 miliardi e 2 milioni di cialde destinate al mercato mondiale con il marchio «A modo mio», «Blue», «Espresso Point». E proprio «A modo mio», l’ultima arrivata, ha segnato una rivoluzione commerciale: per la prima volta le cialde si trovano anche sugli scaffali del supermercato. Non per nulla Alberto Lavazza, l’erede della dinastia torinese del caffè, si vede spesso negli uffici di via San Giuseppe: «E’ uno stabilimento strategico per l’azienda», dice. E a chi gli chiede come sia cambiato il modo di consumare il caffè delle famiglie, risponde salomonico: «E’ vero che la qualità del prodotto, la semplicità di utilizzo dei sistemi chiusi a cialde stanno entrando nelle abitudini di consumo delle case degli italiani. E’ altrettanto vero che la moka resta utilizzata dalla fascia di consumatori più tradizionali». A Omegna oggi, forse, non condividerebbero il giudizio.
Quest’anno a Gattinara è già entrata in funzione una nuova linea di produzione, ai 35 mila metri quadrati coperti dell’azienda (su 93 mila complessivi) si stanno aggiungendo altri tre capannoni. L’amministratore delegato Gaetano Mele, nonostante la pubblicità che ammicca al Paradiso, non grida al miracolo: è una forza costruita sulla capacità di capire il futuro dei consumi. «Lavazza ha rafforzato la sua leadership sul mercato italiano. E il 2010 ci vedrà impegnati in sfide stimolanti: vogliamo continuare a crescere aumentando gli organici ma anche attraverso nuove acquisizioni».
Il mercato delle cialde è quello da cui l’azienda si aspetta una grande espansione: ad oggi, per chi ama i numeri, la fetta di mercato del caffè in cialde occupa solo il 5 per cento degli amanti dell’espresso.
ROBERTA MARTINI
GIUSEPPE ORR