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 2010  aprile 03 Sabato calendario


QUANDO VOTAVA LO 0,9%

Se qualcuno ricorda chi sia stato Achille Dardano alzi la mano. Difficile trovare un primo della classe. Tra gli autori che hanno descritto l’Italia e contribuito a formarla, è il più ignorato. Eppure tutti conoscono la sua creatura: il Calendario Atlante De Agostini. Dal 1904 puntualmente ci accompagna, è cresciuto con l’Italia e gli italiani. Lungo e stretto, copertina rossa (in origine era verde); nel 1904 aveva 56 pagine, nell’edizione 2010 sono 1160. Allora il mondo aveva 1,6 miliardi di abitanti, l’Italia 32 milioni. Ora siamo quasi sette miliardi e 60 milioni.
A saperlo leggere, niente è più istruttivo di un atlante. La geografia è prima di tutto oceani e montagne, fiumi e vulcani, deserti e ghiaccio. Ma sulla geografia «fisica» si innestano la storia, l’economia, la politica, la società umana. Fatta di ricchi e di poveri, sani e malati, istruiti e ignoranti, liberi e meno liberi. Questa fu la grande intuizione di Achille Dardano: interpretare il disegno dei continenti e degli Stati attraverso dati demografici, storici, economici e politici. E coglierne la rapida evoluzione di giorno in giorno, come suggerisce la parola «calendario».
Più che scrivere, come ogni cartografo Dardano disegnava. Nato a Firenze nel 1870, poco prima che si giungesse al traguardo di Roma capitale, a Roma nel 1890 incomincia a lavorare come aiuto-cartografo alla Società Geografica Italiana sotto la guida di Giuseppe Dalla Vedova. All’epoca le mappe si incidevano con il bulino su lastre di pietra importata dalle cave di Solenhofen (Germania). Bisognava scrivere i nomi a rovescio, come in uno specchio. I più bravi ne incidevano 10 all’ora, ogni lastra pesava 10 chili, una tavola richiedeva tremila ore di 17 specialisti diversi.
Il 1° giugno 1901, sempre a Roma, il biellese Giovanni De Agostini, fratello minore di Luigi, salesiano famoso per aver esplorato la Terra del Fuoco, fonda il suo Istituto Geografico: era in via Novara, toponimo che prefigura un destino: a Novara città arriverà nel 1908 in seguito a una crisi finanziaria. La banca novarese che lo salvò volle portarselo in casa. Nel 1919 De Agostini cederà a Marco Boroli, ma senza contraccolpi per il marchio.
Dardano disegna carte per l’Istituto De Agostini, inventa il Calendario e tra il 1907 e il 1912 realizza per il Touring Club la grande Carta d’Italia in scala 1 a 250 mila. A riprova che geografia e storia marciano di pari passo, quando l’Italia si lancia nell’avventura coloniale tocca a lui cartografare Libia, Tripolitania, Cirenaica, poi le terre conquistate dal fascismo, Eritrea, Somalia, Etiopia. Muore a Roma il 10 ottobre 1938, dopo aver firmato più di duemila carte per l’Enciclopedia Treccani. Da un pezzo, ormai, il Calendario era passato nelle affidabili mani di un altro grande cartografo, Luigi Visintin, nato a Gorizia nel 1892, laurea in filosofia a Vienna, dal 1919 alla De Agostini.
L’Italia uscita dalle guerre d’indipendenza aveva immensi problemi, che l’Atlante De Agostini incomincia a fotografare. Nel 1861, raggiunta una ancora imperfetta unità, c’erano 26 milioni di italiani. La democrazia era lontana: aveva diritto di voto appena l’1,9 per cento della popolazione. Alle prime elezioni politiche (1861) votò lo 0,9 per cento della popolazione, ogni votante decideva per 107,5 persone che non avevano diritto di voto. Questo 0,9% dei cittadini italiani diede vita a un Parlamento composto da 85 principi, duchi e marchesi, 28 alti ufficiali militari, 72 notabili e 52 professori universitari. Il primo deputato operaio - Antonio Maffi, fonditore di caratteri tipografici - entra in Parlamento il 22 ottobre 1882.
In quell’Italia contadina (nel 1870 il 61 per cento della popolazione lavorava nell’agricoltura) c’erano fasce di povertà così profonde ed estese da produrre gravi patologie: la pellagra, il «cretinismo» e la tubercolosi ne sono tre esempi. Ancora nel 1900 la speranza di vita in Italia era di 44 anni.
L’istruzione non stava meglio della sanità. Nel 1860 i quattro quinti della popolazione erano analfabeti, con forti disuguaglianze: nel Nord gli analfabeti erano il 54 per cento, nel Centro il 75%, nel Sud quasi il 90%. Nel 1861 solo il 37 per cento dei ragazzi e delle ragazze tra i 6 e i 12 anni frequentava il biennio di scuola elementare introdotto nel 1859 dalla Legge Casati (obbligatorio ma a carico delle famiglie). Nel 1877 la Legge Coppino estende a tre anni la scuola dell’obbligo ma senza sanzioni per le «famiglie povere». Quattro anni dopo l’analfabetismo è ancora al 62 per cento. Nel 1904 - anno del primo Calendario De Agostini - la Legge Orlando porta a sei anni la scuola dell’obbligo. Tra il 1901 e il 1911 l’analfabetismo scende dal 48,5 al 37,6 per cento.
E la giustizia? Nel 1880 su 131 mila condannati (uno ogni 200 abitanti!) per reati contro il patrimonio o la persona meno di duemila appartenevano alle categorie dei professionisti. In sostanza, solo i poveri finivano in prigione. La situazione non cambia neppure dopo l’entrata in vigore del Codice Penale «liberale» Zanardelli del 1889: nel 1906 su 145 mila condannati solo 538 esercitano arti e professioni liberali e 1470 funzioni tecniche o amministrative.
Il De Agostini del 1904 registra 54 Stati indipendenti (oggi 192) e divide la popolazione mondiale in bianchi, mongoli, africani, papua e così via: la genetica non aveva ancora smontato il concetto di razza. Napoli era la città più popolosa, seguita da Milano e Roma. L’emigrazione è una costante. Nel 1951, poco prima del miracolo economico, partirono per l’America 23 mila calabresi, 17 mila abruzzesi, 10 mila veneti, 3500 piemontesi. Ma eravamo ancora indipendenti nelle fonti energetiche: nel 1946 il 93 per cento dell’elettricità era di origine idroelettrica. Poi tutto si è capovolto. Oggi dobbiamo all’estero l’80 per cento dell’energia e nel 2006 l’Istituto Geografico De Agostini ha dovuto pubblicare 200 pagine di appendice al Calendario per rendere conto delle migrazioni in corso nel mondo, fenomeno epocale che qualcuno pensa di risolvere con virili «respingimenti».
Dalle mappe incise su pietra all’era del GPS e di Google Earth, su 106 volumi del Calendario sei generazioni di italiani hanno imparato che cosa è il mondo, hanno visto confini spostarsi, superpotenze tramontare, dittatori ascendere e cadere, capovolgersi equilibri. E hanno misurato i cambiamenti del proprio paese. Non c’è opera né storica né letteraria che nel bene e nel male abbia rispecchiato l’Italia così nitidamente.