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 2010  marzo 11 Giovedì calendario


APRIAMO LE PORTE AI CIRCOLI DEL POTERE

La buona novella venne annunciata nel gennaio 2001, sull’Espresso. Addio circoli del tempo che fa, quelli con le riunioni conviviali una volta al mese, coi soci legati da solide consuetudini, facili sintonie che si traducevano in chiacchierate da cui poteva dipendere il mondo, o, almeno la parte del medesimo più a portata di mano. No, d’ora in poi nessun bisogno di maggiordomi assidui, regole sconvolgenti come il divieto ai telefonini e, tantomeno, di appuntamenti inevitabilmente difficili da rispettare. Tutto in rete. A distanza. A qualunque ora. Era nato Retronet: «L’ultimo club vip della new economy. Quindici soci fondatori, una sede più virtuale che reale... L’obiettivo di unire in un solo gruppo i primi animatori del web italiano». Nove anni dopo, di Retronet si sono perse le tracce.
 l’epoca dei social network, dall’universale Facebook a Odnoklassniki che pare funzioni solo in Azerbaijan, tutti impegnati a infrangere la barriera del numero di Dunbar, quella che fisserebbe a 150 persone il massimo possibile di una rete sociale. Ma, ai livelli più alti della società, non accenna a decadere l’importanza dei cenacoli, degli inner circle, delle confraternite. Con sedi in palazzi antichi, poltrone in cuoio un po’ usurate, foresterie dove impera l’etichetta o, almeno, appuntamenti fissi in alberghi e ristoranti dal consolidato buon nome. Proliferano, anzi. Luoghi d’eccellenza di quello che oggi si chiama "capitalismo di relazioni".
I circoli cosiddetti "sociali" sono i più esclusivi, origini spesso ottocentesche e albo dei soci denso di blasoni aristocratici. Sono 18 in Italia - quelli dell’Unione in varie città, gli Scacchi e la Caccia a Roma, il Clubino a Milano e il Whist a Torino, per citare i più noti - e hanno appena aggiornato il loro elitario annuario con una nuova adesione, quella del Teatro di Broscia. A Genova, il Tunnel si imprevisti rifiuti. E nei circoli sportivi romani vengono calibrati gli assetti delle più importanti aziende di Stato, a partire dalla presidenza Rai, individuata nello spogliatoio dei Canottieri Roma, dove molto ha giovato la contiguità di armadietti fra Gianni Letta e Paolo Garimberti.
IL CIRCOLO COME MUTUO SOCCORSO

I circoli sportivi della capitale fanno caso a sé. Concentrati sulla sponda del Tevere a monte della città hanno meritato un capitolo - L’oro dei circoli- nel libro di Claudio Cerasa, La presa di Roma (Rizzoli): «Non c’è stato politico che non si sia preoccupato di come gestire e di come possibilmente sfruttare, il potenziale che si nasconde dietro i circoli sportivi, e in modo particolare dell’Aniene».
Con buona continuità fra Prima e Seconda Repubblica. Il cinema, in questo caso, è prova di verità. Col bozzetto di Andreotti - in II Divo di Sorrentino - quando analizza freddamente la situazione e non è l’accusa di mafiosità a preoccuparlo ma le cose minime: «Mi scoraggia che sono stato rimosso dalla presidenza dei circoli musicali». E con l’apoteosi dei circoli sportivi romani dipinta da Christian De Sica in Simpatici e antipatici (dove Cesare Previti è incarnato alla perfezione da Gianfranco Funari).
Dal suo osservatorio di Dagospia, Roberto D’Agostino commenta: «Cosa era rimasto al generone romano una volta preso il sopravvento dal punto di vista economico? Fare la parte del genero ricco che salva il palazzo patrizio. E diventare socio del circolo, accanto a quelli che hai salvato dalla rovina. Sono mutui soccorsi che funzionano benissimo».

L’Antico Tiro a Volo - in cima ai Paridi - raccoglie un’alta percentuale di personalità del mondo giudiziario e delle Authority, fino alla Corte Costituzionale. Presieduto dal l’avvocato Michele Anastasio Pugliese, conta fra i soci Domenico Fisichella, Antonio Catricalà, Luigi Mazzella, Franco Frattini, Lino Denise, Corrado Calabrò. Dice Salvatore Taverna, già cronista mondano del Messaggero, "il poeta della notte" come lo chiamava Fellini: «In estate si fa lì la più bella festa dei circoli. Molto tradizionale e molto elegante». Ai Canottieri Roma è stato presidente fino al 2008 Gianni Battistoni (ora il ruolo è coperto da Andrea Tinarelli, dirigente dell’Unicredit). lì che venne girato il film di De Sica. Battistoni se n’è pentito - «Mi seccai molto, dopo. Perché prendeva in giro i Canottieri Lazio» - e ridimensiona il potere che si concentra nel circolo: «Certo, abbiamo soci importanti, ma l’amalgama resta lo sport. Magari il modello americano è dove si vorrebbe arrivare, col lobbismo, gli scambi di opportunità e i grandi accordi. Ma qui non ci si riesce perché subentra la goliardia e non è mai una cosa seria. E poi so per definizione che dagli amici non si ottiene mai niente. Noi siamo gemellati col New York Athletic Club: lì c’è la Hall of Fame, la lapide dei caduti per la patria, le giacche del club all’ingresso. Figuriamoci. Magari altrove...». Altrove significa Canottieri Aniene, col presidente Giovanni Malagò, detto anche maliziosamente Megalò. «Costa caro. Ma tanto tè li rifai», si dice in giro riferendosi all’iscrizione. Malagò è in pista dopo un salutare massaggio alle nove di mattina, memore delle lezioni dell’avvocato Agnelli che lo trattava da proconsole nella capitale: «Le nostre regole? Come la Costituzione che recita "promuovere lo sport". Ridicolo pensare ad altre cose, a un centro alternativo alle situazioni esistenti di potere. C’è spirito sociale. Una cosa diversa dal lobbying. Nel senso che il socio medico ti indica dove andare a curarti se ne hai bisogno». Altre volte Malagò è meno decoubertiniano. Nel libro di Cerasa dichiara: «Da un lato ci sono le medaglie olimpiche... Dall’altro c’è tutto quello che riguarda la vita di imprenditori, manager, professionisti, banchieri, giornalisti e costruttori romani, il clima che si crea nella nostra struttura ha dato la possibilità di darvita ad aggregazioni tra banche, di favorire molti accordi strategici per la città, di firmare alleanze tra imprenditori e di trovare importanti intese politiche. successo spesso che soci illustri dell’Aniene abbiano concluso grandi affari nel nostro circolo, ma questo avviene in maniera non voluta. Diciamo pure casuale: qui si mangia, si gioca a tennis, si fuma un sigaro, si paria, non so, della Roma calcio, dell’Alitalia, scattano meccanismi di complicità, si risolvono i problemi e si concludono accordi». Col medesimo Malagò spesso coinvolto in prima persona (Air One, Technimont, Unicredit, Auditorium...). In effetti, il presidente ama raccontare le rivalità interne fra canottieri (Alberto Tripi, Enrico Vanzina) e runner (Matteo Montezemolo, Giampaolo Letta, Salvatore Rebecchini), ma ci sono anche nervosismi meno effimeri. Quelli di un socio da mezzo secolo, per esempio, Maurizio Clerici, già olimpionico di canottaggio: «II problema è che all’Aniene prima si fanno affari e poi si pensa al resto. Quando ti trovi a pagare trentamila euro di tassa d’ingresso per far parte di questa lobby è come se tu entrassi in una grande società di azioni da cui, naturalmente, pretendi di ricavare qualcosa».

RICCHEZZA E NOBILT

Se i circoli sportivi, sulla scia di quelli romani, sembrano badare al sodo di affari, cariche e alleanze, quelli "sociali" rimarcano la differenza di stile dilettandosi in amabili diaspore. Così a Torino l’antico club del Whist e Accademia Filarmonica - in piazza San Carlo, fondatore nel 1841 Camillo di Cavour – si divide in compagnie dai nomi birichini: i "mandrilli", i "farfalloni", i "gianduiotti", i "pompelmi" (nati come caricatura di un altro gruppo, i "mandarini", ma nel senso cinese). «I mandrilli erano i più brillanti. Ma ormai si sono estinti per ragioni anagrafiche», spiega il presidente Alessandro Sclopis di Saleano, precisando che al Whist non si è ostili ai sottogruppi all’interno del circolo, altre, semmai, sono le cose da evitare: «Ci uniscono le manifestazioni culturali. Chi parlasse di business sarebbe guardato di cattivissimo occhio». Del resto, qui non sono mai entrati – ne hanno fatto domanda - tanti nomi importanti della Torino industriale come Romiti, De Benedetti e, oggi, Marchionne. Apolitico e aconfessionale, l’aristocratico club registrò un terremoto nel dopoguerra, ovvero l’epurazione degli ufficiali che avevano giurato per Salò: «Perché non si giura due volte. E loro avevano già giurato per il Re».

Vicende di corti e dinastie hanno turbato anche la vita dei due circoli romani più aristocratrici, la Caccia e gli Scacchi. Col primo nato liberaleggiante, nel 1870, visto che fece subito presidente onorario Umberto I suscitando l’ostilità della Segreteria di Stato in Vaticano. E il secondo che se ne separò come costola della nobiltà nera. Oggi le parti si sono invertite: la Caccia resta quasi esclusivamente nobiliare mentre gli Scacchi «si sono aperti al mondo moderno, cerchiamo l’aristocrazia dei tempi in cui viviamo: uomini di cultura, delle istituzioni, delle grandi cariche statali. Persone come Giulio Tremonti. correttissimo, quando entro e lui è seduto a un tavolo si alza sempre: "Lei qui è il mio presidente"», spiega don Giulio Patrizi di Ripacandida, da nove anni presidente. Che ha comunque il suo daffare dentro Palazzo Rondinini, in via del Corso, ottava sede del Circolo dalla fondazione. Deve fronteggiare la concorrenza esterna - «Ora c’è la tendenza a frequentare l’Aniene che attira di più per il tipo di incontri, lì c’è un giro di uomini d’affari» - e, all’interno del circolo, i soci più legati al passato. Quelli che brontolano davanti alla decisione di aprire al secondo piano la "Sala dell’insalata ricca", un ambiente dedicato al lunch dove si possono accogliere ospiti, frequentato ogni giorno da una cinquantina di persone, soprattutto i membri più giovani. «La sala soci, al terzo piano, chiusa agli esterni, finiva per essere usata solo dai più anziani. Lì, il cerimoniale è rigido anche se non scritto: non ci si alza se non si alza il presidente, e la sua sedia deve restare vuota; se poi lui non arriva e ci sono molti soci in attesa, il posto viene assegnato, se poi il presidente arriva, chi ha occupato la sua sedia deve offrire champagne a tutti». Al terzo piano, ora, si ritrova una decina di anziani signori che fanno un po’ di fronda in vista delle prossime elezioni a novembre: «Capisco che si sentano un po’ isolati. Ma io non posso ignorare i giovani che rappresentano l’avvenire del circolo per favorire l’esclusività».
L’ispirazione britannica dei circoli cresce nell’Italia settentrionale. Discrezione e riservatezza sono parole d’ordine infrangibili alla Società del Giardino o al Clubino, a Milano. Fra i seicento soci del Clubino, dal 1901, si contano tutte le famiglie dell’alta borghesia milanese, assieme a una quota aristocratica che all’epoca faggi dall’ingessatissima Unione in cerca di maggior vivacità. Ma resta in vigore Ravviso di Giovannino Sforza, presidente nei primi anni Ottanta: «Se pensate di venire qui per fare affari con i soci vi sbagliate di grosso». Così è cortesemente sconsigliato portarsi penna e carte da lavoro in sala da pranzo, come pure fa alzare molte sopracciglia lo squillo di un cellulare. Spiega l’odierno presidente, Gian Giacomo Attolico Trivulzio: «Qui è come si fosse in una casa privata. Circoli di questo tipo, va ricordato, non sono luoghi aperti al pubblico». Per evitare, poi, le consuetudini ristrette e la formazione di sottogruppi (scoraggiati, qui, a differenza di altrove), l’accesso ai tavoli è rigorosamente in ordine d’arrivo. E un’atmosfera non troppo distante (anche se minigruppi ci sono: barbieri, cafoni, baccalaioli...) si respira a Napoli, al Circolo del Remo e della Vela Italia che custodisce la passione marinaresca dell’alta borghesia partenopea: « difficile si facciano affari, qui. Ci conosciamo tutti fra noi, da anni. così che arrivano anche le otto, dieci nuove iscrizioni ogni anno», ragiona il vicepresidente Giuseppe "Picchio" Milone.
M’ISCRIVO ANCH’IO? NO, TU NO
Il capitolo delle bocciature e delle esclusioni è il più delicato, spesso segreto. Fece scalpore, al Clubino di Milano, quella di Alessandro Benetton nel 2007 (pare che, anni prima, fosse andata male anche a Gianmarco Moratti): un terremoto, anche perché la proposta e la presentazione aveva coinvolto soci eminenti come Gerardo Braggiotti, Carlo Bonomi e Gaddo della Gherardesca. Un altro Gherardesca, invece, era stato coinvolto nella lunga contesa che segnò l’ingresso di Roberto Gucci nell’assai aristocratica Unione di Firenze. I casati più illustri si schierarono da una parte o dall’altra. Contrari i fratelli Pucci, Emilio e Puccio: Gucci è un nome senza storia. E Guelfo della Gherardesca, dal campo avverso, gelò Emilio con una memorabile battuta: «Attento, nell’elenco del telefono ci sono un paio di pagine di Pucci. Di Gherardesca ci siamo solo io e mio fratello». Invece, davanti alla lunga anticamera subita per entrare al medesimo circolo, i Pontello, potenti costruttori, trovarono una risposta drastica: si fecero un club in proprio, il Florence (in anni più recenti, poi, il veto è caduto). A Roma l’altrove trionfante Malagò non ebbe successo alla Caccia, mentre cadde sull’ingresso al circolo degli Scacchi Giovanni Maria Flick: lo sponsorizza un socio eminente come Leopoldo Elia ma i suoi trascorsi di ministro prodiano turbano qualche socio che aspetta il voto per impallinarlo. A Torino, i dirigenti del Whist e Accademia Filarmonica ammettono qualche rifiuto eccellente ma guai a fare nomi e cognomi. Non si va oltre un "comunque bisogna tornare agli anni Novanta", a riprova che funziona bene il meccanismo di filtro e verifica sull’accoglienza di chi già è iscritto.
Stoppati a Napoli, al Circolo del Remo e della Vela Italia, Antonio D’Amato e Corrado Feriamo, mentre è una leggenda metropolitana il no a Diego Della Valle: « solo che la sua segretaria si informò sulle procedure poi non dette seguito all’iscrizione. Ma noi saremmo ben lieti di accoglierlo. E poi di mare si intende», precisa Milone.
Ma l’esclusione più tormentata, in assoluto, è stata quella di Francesco Cossiga. Anche perché ha riguardato entrambi i circoli storia della capitale. Prima, il "picconatore" ci provò con la Caccia. Incontrò in Vaticano Giulio Sacchetti, il presidente, e gli espresse il desiderio di entrare nel Circolo. Sacchetti sondò gli umori dei soci e fece presente a Cossiga che c’era il passaggio non proprio contato delle palle bianche o nere per l’accettazione. La risposta fu fulminante: «Ma io non ci penso neanche a essere votato. Mi deve nominare come fossi un principe reale». Ritirata sdegnata davanti all’impossibilità di stravolgere il regolamento. Qualche tempo dopo, il tentativo si ripeté con gli Scacchi. Qui, il sondaggio lo fece un socio, il Ragioniere dello Stato Andrea Monorchio. Ne parlò al presidente Patrizi e questo sentì l’umore dei soci. Che risultò tutt’altro che calorosamente propizio. Così, davanti al rischio di una bocciatura, anche la seconda candidatura si dissolse.
I CIRCOLI ITINERANTI
Ma c’è un’altra faccia nella galassia dei circoli, anche questa ispirata ad abitudini anglosassoni, dove il piacere di stare insieme non è perforza legato alla consuetudine di un medesimo luogo, di un dificio dove si è riconosciuti all’ingresso dal portiere e dove sappiamo quale è la poltrona più comoda. Sono i cosiddetti circoli "itineranti", dove i soci si incontrano a scadenze fisse e non sempre al solito posto, magari in alberghi, ristoranti, dimore storielle, altri club ospitali.
Due esempi a Milano si inseguono fin dal nome. Sono gli Amici del giovedì e gli Amici del venerdì. I primi - presidente Giuseppe Diana - si riuniscono a scadenza bisettimanale, ora alla Società del Giardino dopo un lungo periodo al Savini. Impossibile accertare se, come annota qualcuno degli attuali soci, Silvio Berlusconi fosse fra i fondatori, assieme a Giuseppe Prisco e Mario Talamona. Dai sei o sette degli inizi, comunque, i soci oggi sono una quarantina. Fra loro banchieri come Corrado Passera e Pietro Gori, docenti come Enrico De Mita, avvocati come Enzo Paladino, industriali come Giordano Zucchi, Federico Falck, Mario Boselli, Gaetano Marzotto e Giuseppe Stefanel.
Gian Galeazze Piazzi Vergani, presidente dell’editoriale del Giornale, è, invece, un "Amico del venerdì": «Per le adesioni abbiamo due criteri: essere amici o buoni conoscenti di qualcuno che già è socio, e godere di un certo prestigio». Così figurano nel club, che - anche questo - si riunisce spesso alla Società del Giardino, Umberto Veronesi, Cesare Romiti, Riccardo Chailly, monsignor Buzzi (che ha preso il posto di Gianfranco Ravasi dopo averne ereditato l’incarico alla guida dell’Ambrosiana), Sergio Romano, Bruno Ermolli. L’ultima cooptazione è quella di Remo Cantoni. Nati nell’immediato dopoguerra, gli Amici non sono mai stati più di trenta, oggi sono una ventina. Si ritrovano l’ultimo venerdì del mese, uno dei mèmbri invita e poi tiene una relazione. In febbraio, l’appuntamento si è tenuto all’Ambrosiana invitati da monsignor Buzzi che ha poi parlato di Leonardo da Vinci. C’è un aspetto in cui questo club non differisce dai circoli "sociali": «Invitare signore non è proibito ma, quando tentai di farle accettare come socie, la proposta venne bocciata a maggioranza», ricorda Biazzi Vergani.
La genesi del Bagatto, è un po’ diversa, costruita sull’unione di amici e persone professionalmente ancora invia di affermazione. Il Bagatto è il gruppo di un centinaio di soci, torinesi per tre quarti e il resto milanesi: « nato 27 anni fa. La matrice sono gli allievi di due-tre scuole superiori torinesi, poi laureati in giurisprudenza e in economia che condividono una visione del mondo moderata. Ma non c’è l’idea di riprofilare una sorta di camera delle corporazioni. un’occasione di ritrovo "seria" per scambiarsi esperienze professionali», spiega il presidente Giulio Bencini, consulente finanziario: «Ci ritroviamo un paio di volte al mese a Villa Rey, anche se per l’ultima riunione ci siamo spostati a Venaria. E quando rincontro si tiene a Milano ci appoggiamo al Manfredo Camperio Club».
A Roma, un’idea del genere si declina nel Cenacolo, creato dal giornalista Marco Antonellis, cinque anni fa, con un gruppetto di colleghi. Oggi raduna una trentina di persone che si ritrovano una volta al mese nella sala riservata di un ristorante (al Bagutta, l’ultima volta) spesso ospitando personalità con cui discutere in libertà. Dal Cenacolo sono passati Pippo Corigliano dell’Opus Dei, Giancarlo Elia Valori, monsignor Paglia e Gianni Letta, nonché - col massimo della riservatezza – a quanto pare anche Cesare Geronzi.
Nel club dei circoli, infine, non si possono trascurare quelli degli ex alunni, che rammentano la tradizione delle confraternities e delle sororities nelle università americane, quando non sono a quelle direttamente collegate. Gli ex bocconiani tengono un incontro al mese, accompagnato da colazioni di lavoro la mattina presto. Gli ex McKinsey riuniscono 3-400 persone (ci capitano Corrado Passera e Vittorio Colao) una volta l’anno, una settimana prima di Natale. Alla Normale di Pisa come al Cesare Alfieri di Firenze si cerca di ravvivare la tradizione. A Pisa, spostando in giugno l’assemblea annuale e riallacciando i contatti con gli ex allievi. A Firenze, ripartendo da capo, visto che i reduci oggi sono uniti soltanto dalla cravatta apposta disegnata da Pucci.
Un esempio che funziona sono gli ex alunni di giurisprudenza a Milano, giunti al 15° anniversario, 3-4 eventi l’anno, una cinquantina di persone al Jolly President per l’happy hour. Francesco Abbozzo Pranzi, presidente uscente, spiega: «Non siamo un club monoprofessionale. Da quella facoltà escono persone che si avviano in ambiti diversi: avvocati, notai, giornalisti, banchieri d’impresa. Così questo è un network di persone che hanno in comune l’attenzione al diritto. Poi, io ho lavorato perché ci si potesse incontrare qui anche fra laureati di ieri e signori coi capelli bianchi». Scambi di opportunità?: «Mi viene in mente un caso. Avevamo deciso di dare un contributo a studenti per un corso di tre settimane in Cina. L’abbiamo annunciato sulla newsletter e ci ha risposto un socio, Marco Leporati, rappresentante a Shanghai della Savino Del Bene. Ci ha aiutato a organizzare lì una riunione con i dirigenti della Camera di commercio italo-cinese».