Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2010  febbraio 18 Giovedì calendario

GILLO DORFLES IL PITTORE CLANDESTINO MAESTRO INVOLONTARIO

Gillo Dorfles, ovvero un maestro involontario. Gli sarebbe piaciuto essere come Fred Astaire nel film Girandola, ha detto di lui Lea Vergine. Il suo è un itinerario intellettuale e umano segnato dal terrore della noia e della nostalgia, dall’orgoglio per aver avuto un passato da atleta, dalla vastità di interessi (la medicina, la musica, la padronanza di sei o sette lingue straniere). E, soprattutto, da una curiosità quasi adolescenziale. Un percorso scandito da cautele ed eresie, da indulgenze e severità. Un grande eccentrico nel panorama della cultura italiana del Novecento che, sin dal dopoguerra, ha elaborato un pensiero fortemente innovativo. In una stagione dominata dal crocianesimo, lontano dalle consuetudini accademiche, ha disegnato un originale sistema delle arti, denso di riferimenti alle filosofie della Gestalt, capace di sondare il «nuovo» in pittura e in architettura, nel design e nella moda.
Tra i nostri critici più stimati a livello internazionale, autore di libri oramai considerati classici (da Le oscillazioni del gusto a Il divenire delle arti, da Nuovi riti, nuovi miti a Il Kitsch, da Artificio e natura a L’intervallo perduto, da Mode & Modi a Elogio della disarmonia), ha sempre rifiutato gli atteggiamenti di tipo retrospettivo, rivolti ad analizzare solo il già visto, il già conosciuto. Come pochi, ha saputo destreggiarsi nei labirinti del presente, inteso come arcipelago attraversato da derive, transiti, riprese. Abile nel saldare formazione fenomenologica e intuito sociologico, guidato dal desiderio di comprendere le regioni estetiche del nostro tempo, Dorfles si è proposto di essere rigorosamente up to date. Aggiornato, attratto dalle correnti in progress più che dalle tendenze consolidate. Impegnato a misurarsi con quel che l’attualità offre, ha cercato di scorgerne segreti, interstizi. Inutile voltarsi indietro, per ritornare su cammini già battuti. Più stimolante smarrirsi in sentieri incerti, seguendo le oscillazioni degli stili.
Teorico delle forme, interprete dei costumi e dei comportamenti, studioso di mitologie e di ritualità. Critico del gusto, come ama definirsi. E... pittore clandestino, la cui attività verrà celebrata’ da giovedì 25 febbraio’ in un’ampia antologica al Palazzo Reale di Milano, che sarà accompagnata dalla pubblicazione del catalogo ragionato delle sue opere (a cura di Luigi Sansone, edito da Mazzotta). Non si tratta di una mera divagazione (come per Longhi o Pasolini) né di un divertissement (come per Barthes o Deleuze). Per Dorfles, la pittura è stata – e continua a essere – una pratica quasi quotidiana. Una passione, che svela un talento avanguardistico. Ecco gli esordi, caratterizzati da paesaggi sensuali. E, poi, le investigazioni geometriche, eseguite all’epoca del Mac (il Movimento arte concreta, fondato nel 1948 con Munari, Monnet e Soldati). E, infine, le sperimentazioni con le ceramiche e i gioielli. Nel suo lungo viaggio, Dorfles non ha mai abbandonato il fare con le mani. Un’avventura che, periodicamente, lo spinge a rifugiarsi in una stanza della sua casa milanese (dove a nessuno è consentito entrare) e, in estate, a nascondersi a Paestum.
Siamo dinanzi a un caso. Sono davvero pochi, infatti, i critici che hanno accettato la sfida della creazione in prima persona. Una scelta scandalosa: come lasciare la terraferma del proprio lavoro, per smarrirsi in una navigazione in mare aperto, esponendosi a facili diffidenze.
Perché rischiare? La risposta è nel primo libro di Dorfles, Discorso tecnico delle arti (del 1952) dove, in antitesi con la categoria crociana di intuizione, si parla dell’importanza della tecnica nei processi dell’invenzione artistica. Fedele a questa idea, il Professore ha sempre voluto difendere una specifica attitudine operativa. Ad animarlo è la convinzione secondo cui, per capire un dipinto, non ci si può limitare a guardare linee e colori. Occorre conoscerne dall’interno artifici, metodologie, stratagemmi. Saper fare, portandosi al di là del vuoto concettualismo: possedere quella che i greci chiamavano metis.
Il senso di questo «empirismo» è stato ribadito nella recente introduzione alla ristampa di Fatti e fattoidi (Castelvecchi), dove Dorfles ha fatto un elogio dell’essere umano che, anche in un momento storico di contraffazioni e di simulacri, custodisce ancora dentro di sé «una riserva di purezza e di invincibile forza». Un’opinione che è stata ribadita nella recensione all’ultima Biennale di Venezia («Corriere della Sera», 10 giugno 2009): un invito a riscoprire generi classici come la pittura.
Possiamo muovere da questi richiami «umanistici», per accostarci agli esercizi ora a Palazzo Reale. il trionfo di una non figurazione, con silhouette tratteggiate senza staccare il pennello dalla superficie. Un’astrazione liquida che, nel coniugare favola e ironia, dona un volto ad affioramenti inconsci. La tela si fa sismografo dissonante: e, implicitamente, dichiara una sincera indifferenza alle tematiche politico-ideologiche.
Ciò che colpisce è la felice « inattualità» di queste opere. A lambirle è la volontà di marcare una netta distanza dai postavanguardismi, consacrati alla logica dello choc e della provocazione. Il bisogno di riaffermare il valore dei codici tradizionali, sottraendosi alle contaminazioni linguistiche. Occorre avere attenzione per ciò che è inedito e, insieme, non tollerare le degenerazioni. Avere interesse per gli scenari che si fanno e si disfano incessantemente, conservando però un sottile snobismo. Restare up to date, «ma con un granello di sale».
Insomma, l’unico modo per essere alla moda consiste nell’essere démodé, come spesso ama ripetere Dorfles, la cui indipendenza di giudizio si può ritrovare in tanti suoi gesti. Nei suoi saggi degli anni novanta’ da Conformisti a Fatti e fattoidi’ che rivelano un profondo disagio rispetto alle malattie della contemporaneità. Nei suoi quadri: meraviglioso tripudio dell’immaginario, con echi del grafismo espressionista e dell’onirismo surrealista. E finanche nel suo look neoclassico, da raffinato mitteleuropeo. « uno dei pochissimi uomini che – ha ricordato Lea Vergine’ può puntare i gomiti con le mani sui fianchi senza diventare un tamarro».
Vincenzo Trione