Vittorio Feltri, il Giornale, 12 luglio 1997, 12 luglio 1997
LO CHIAMAVANO MADONNA
Anche per noi giornalisti era più divertente e appagante parlare bene di Antonio Di Pietro quando, in tempi ormai lontani, la sua fama di vendicatore delle plebi era dilagata in tutto il mondo. Era bella la favola del contadino molisano, passato dalle oscure fatiche in masseria agli onori della prima pagina, l’uomo modesto e rude che, come un eroe del West, arriva in città, ne scopre i vizi e le malefatte e si batte per ripulirla fra gli applausi della povera gente, felice di aver trovato il salvatore.
D’accordo, c’era molta retorica nei nostri racconti di gazzettieri ingenui e facili all’entusiasmo. Ma non bisogna dimenticare che cos’erano quegli anni dopo mezzo secolo di melassa democristiana e di palude pentapartitica, quanta stanchezza e delusione opprimevano i cittadini. I socialisti con nani e ballerine tenevano banco nei salotti, nelle feste modaiole oltre che negli enti, specialmente bancari. E gi amici della coalizione garante della governabilità, unico valore dell’epoca, si adeguavano alle usanze allargandosi nelle Tv e gestendo le amministrazioni pubbliche come affari personali. Rubavano tutti e tutti ne erano al corrente. Ma nessuno interveniva, tantomeno la magistratura, da sempre vassalla e succuba del potere, timida e pronta a qualsiasi facore in cambio di promozioni, case a equo canone, posti per figli, inviti a cena, un palco alla Scala.
In quel periodo i nomi dei procuratori e dei sostituti erano ignoti alle masse, e Gip era soltanto un’auto straniera. La galera era un luogo per soli poveri che sgarravano, salo eccezioni naturalmente rare. La legge (non scritta, ma osservata con scrupolo) era questa: i ricchi non si toccano e il popolo abbozzava e covava risentimento per gli arroganti che comandavano e sgraffignavano. Poi, all’improvviso, venne l’uomo della provvidenza, l’uomo forte e incorruttibile, inflessibile, sognato dai deboli che odiavano i forti avendone patito sgarbi e protervia: Antonio Di Pietro. Il quale anche nel fisico sembrava essere stato creato apposta per ricoprire il ruolo di giustiziere. Robusto, i lineamenti e i modi del bracciante, l’eloquio da sensale di granaglie, era l’esatto opposto dei Forlani, dei Citaristi e dei De Michelis che egli incastrava e metteva alla berlina. Era l’anticorpo efficacemente brutale della corruzione, e vederlo all’opera procurava un piacere liberatorio: ogni signorino della politica che finiva nelle sue mani tozze si rivelava inconsistente, pieno di tremori e di paura, perfino incapace di difendersi.
Noi ci domandavamo increduli: come abbiamo potuto farci derubare per lustri e lustri da individui tanto insignificanti? L’affettazione di un Cusani, bello e gentile, ma imbarazzato e preso nell’aula del Tribunale, produceva un effetto comico e insieme tragico davanti alla maestà semplice e terregna del bifolco avvolto nella toga e infervorato nell’arringa accusatoria, zeppa di proverbi, storpiature, anacoluti, motti popolari. E più le parole di Di Pietro erano grevi e rozze, più evidenziavano la gravità delle colpe, degli intrighi, delle complicità, degli arricchimenti disonesti. Che spettacolo la bava agli angoli della bocca di Forlani balbettante e incalzato da Tonino con le sue domande spietate e i suoi che c’azzecca. Memorabile. Un giudice così, commentavano gli italiani di Domenica In e Samarcanda, ce l’ha mandato il Signore. E per noi giornalisti era un gioco eccitante trasformare un magistrato mediocre (come lo avevano dipinto colleghi e superiori) in fenomeno da baraccone- Italia.
Intanto finivano in carcere centinaia di politici e imprenditori, e poiché era la prima volta che accadeva in questo Paese di protetti, di padrini e scrocconi, la soddisfazione era enorme: paghino anche loro e provino che vuol dire essere uguali dinanzi alla legge. La storia di Tangentopoli, di Mani pulite e della santificazione di Di Pietro è tutta qui; due paginette che probabilmente si possono interpretare e spiegare solamente con l’aiuto della psicoanalisi. Il resto, quel che è successo dopo, è commedia. E delle peggiori. I giudici che si montano la testa e aspirano a scranni sempre più alti, che vanno in cerca di riflettori e applausi e trascurano il lavoro di routine, distruggono i nemici degli amici, scrivono libri sulla scia del capostipite: roba di bassa qualità che rientra nel costume antico di un Paese in cui Pulcinella e Arlecchino hanno lasciato segni indelebili.
Il problema non è Di Pietro che ci marcia e poi cade, ma Di Pietro che sale, vola e diventa strumento divino: non per niente, Tonino era chiamato Madonna. E come ci si comporta con la Madonna? Le si portano doni: catenine d’oro, braccialetti d’argento, oggettini preziosi ma non troppo, ché la vita è cara. Doni per compensare le grazie ricevute o nella speranza di riceverne. Bussate e vi sarà aperto, è scritto. E loro, gli inquisiti, inguaiati fino al collo, bussavano, eccome se bussavano. Si sicuro non a mani vuote. Gorrini impacchettò e infiocchettò una Mercedes e cento milioni di prestito anomalo, senza interessi né data di scadenza. E sorvoliamo sulle pratiche assicurative convogliate nello studio avvocatizio della Signora, sciocchezze, spiccioli su cui la magistratura ha glissato, assolvendo. Come si può condannare la Vergine per qualche ex voto?
Trascorre un po’ di tempo, ed ecco D’Adamo, stesso giro d’amicizie, stessi regali: una Lancia Dedra, ancora cento milioni di prestito anomalo, senza interessi né data di scadenza, un appartamento sotto il Duomo e sotto lo sguardo protettivo e materno di un’altra Madonnina, che ne ha viste di tutti i colori. Massì, le solite sciocchezze, i soliti spiccioli. gentaglia priva di fede e stile quella che chiacchiera: le offerte sono gradite all’Addolorata, lei ci sta a prenderle, ma non ci sta a spifferarlo. Non sappia ma mano destra, né i giornali né la Procura, quello che fa la sinistra. Chi fa beneficienza sia riservato. Ma sono piccoli incidenti di percorso, nulla di rilevante. La Madonna non sarà buttata giù dal piedistallo per così poco.
E i miliardi di Pacini Battaglia, chi li ha intascati? Chi ha detto ha avuto, chi ha dato ha dato. L’importante è non scordare che anche i ladri di galline sono ladri.