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 2010  gennaio 12 Martedì calendario


Croce, Laterza. Esce l´ultima parte dell´epistolario tra il filosofo e l´editore. Quel carteggio ai tempi del fascismo Sobrietà, compostezza, rispetto e affetto reciproco, pacata ironia

Croce, Laterza. Esce l´ultima parte dell´epistolario tra il filosofo e l´editore. Quel carteggio ai tempi del fascismo Sobrietà, compostezza, rispetto e affetto reciproco, pacata ironia. Sono le qualità che illustrano un carteggio fra i più significativi della cultura del primo Novecento: quello che intercorse per oltre quarant´anni, dal 1901 al 1943, fra un filosofo, Benedetto Croce e un editore, Giovanni Laterza. La stessa casa editrice ne ha appena pubblicato il quarto e ultimo volume in due tomi (Benedetto Croce, Giovanni Laterza, Carteggio 1931-1943, pagg. 1566, euro 68). Gli interlocutori godevano, quando l´epistolario ebbe inizio, di una notorietà assai diversa. Il ventottenne Giovanni Laterza - vero fondatore dell´azienda, anche se essa s´intitola a suo padre Giuseppe - ha ventott´anni. E´ un provinciale con il gusto degli affari, desideroso di dilatare l´originaria attività di titolare d´una cartolibreria (preceduta, a sua volta, dal mestiere di barbiere, che egli esercitò da giovanissimo durante una breve emigrazione da Bari a Milano). L´altro, il trentacinquenne Croce, ha appena dato alle stampe L´Estetica presso l´editore Sandron di Palermo. Appena nata, o quasi, la «Gius. Laterza & figli» elesse nella persona di Croce un mentore e un supervisore. La decisione era oculata, ma implicava una dialettica continua fra le ragioni commerciali e quelle attinenti alla cultura. A sostegno di simili esigenze, talora opposte, c´era la personalità dei contraenti. Potrà chiarire le idee in proposito una lettera datata Napoli 4 giugno 1904. «Caro Laterza, credo che fareste bene ad astenervi dall´accettare romanzi, novelle e letteratura amena», privilegiando, invece, «libri politici, storici, di storia antica, di filosofia». Siate, insomma, «editore di roba grave». Il mittente, Benedetto Croce, aveva sottolineato le ultime due parole: roba grave. Entro i limiti di una comprensibile deferenza, Giovanni Laterza informava a volte Croce di non volersi rassegnare «alla triste realtà di seguirla ciecamente». Sarebbe, spiegava, «come veder sparire la mia personalità». Conosce momenti gustosi la contesa fra questi due patriarchi, l´editore e il filosofo. Nell´ultima tranche della loro corrispondenza, ora in libreria, l´eco delle antiche schermaglie appare attenuata. Croce rimane un cliente esperto e minuzioso. Tempesta l´amico editore di richieste di bozze. Suggerisce copertine, frontespizi, impaginazione, caratteri tipografici, qualità di carta. Raccomanda di continuo più «scrupolosa correzione». Illustra appena possibile la sua contrarietà all´uso della linotype in luogo della composizione a mano. Segnala disguidi ed errori. Intima: «Dovete fare a modo mio». Lesina il proprio «si stampi» se l´insieme non lo convince. Respinge ogni scusa: «Non è per me una ragione che i compositori sono distratti». A tutto questo Laterza è abituato: «Disposi per la segnalazione indicatami», risponde con rispettosa concisione. Con il traino di Croce, intanto, la Laterza ha fatto molta strada. Basta guardare i titoli delle collane in corso: dalla "Biblioteca di cultura moderna" ai "Classici della filosofia", agli "Scrittori d´Italia". Gli intellettuali italiani di maggiore fama si riconoscono nella casa barese. I loro nomi spuntano accanto a note firme internazionali, da Max Weber a Friedrich Nietzsche, fino a Karl Vossler, Georges Sorel, Henri Bergson. Allievi più o meno giovani del filosofo sono associati alle fortune laterziane, e si chiamano Nicolini, Omodeo, De Ruggiero, Luigi Russo, Leone Ginzburg, Ada Marchesini Gobetti, C. L. Ragghianti, Mario Vinciguerra, Nino Cortese, Alfredo Parente. A loro, da Napoli, il supremo "sponsor" si sforza di assicurare compensi non troppo magri. «Potete largheggiare con il buon Parente», raccomanda all´editore. Oppure: «Trattate Ragghianti con qualche larghezza». Mentre, negli anni maturi della corrispondenza la contesa fra Croce e Gentile appare quasi archiviata per desuetudine, divampano le difficoltà nei rapporti fra la casa editrice e il fascismo in genere. Quella di sopravvivere al regime fu l´impresa cui si dedicò Giovanni Laterza: intendeva non tanto opporsi a esso - il che era impossibile - quanto nel metterlo fra parentesi. Sul frontespizio d´un catalogo Laterza si legge: «Novembre 1938. Anno XXXVIII». Quello espresso in cifre romane non è il numero che indica l´era fascista, come usava allora. Si riferisce - trasgressione non casuale - alla casa editrice, nata appunto nel 1901. Questa disarmonia nella "datazione" oggi stupisce. All´epoca, doveva colpire di più. Erano tempi duri. Vari libri entravano in difficoltà con la censura. «Io noto in Italia una sorta di ebetudine», scriveva Benedetto a Giovanni. «Bisogna avere fiducia nell´avvenire e coraggio nel presente. Passerà». A Laterza il coraggio non mancava. Né lo humour. Reagendo alla proibizione di pubblicare libri di ebrei, così riassumeva, ad uso del filosofo, i propri umori: «Nel latifondo di casa Laterza, senza voler sfidare la volontà del Signore, c´è posto per la sinagoga e per i templi di tutte le religioni». E, in una lettera a un altro corrispondente (23 agosto 1938), osservava: Penso «che l´unico mezzo sicuro per riconoscere gli ebrei sia di accertarsi se sono o no circoncisi. Per noi editori la cosa comincia a diventare preoccupante e credo che da ora in avanti, prima di prendere in esame un qualsiasi manoscritto di persona nuova converrà far subire una verifica de visu et de manu». Il commento di Croce è a volte ispirato a una bonomia apparente. «Ma a che abbiamo arrivato!, diceva un mio amico napoletano». Ma di fronte a una precisa minaccia censoria che riguarda un suo volume, La poesia, inclina al tragico: «Meglio morire!». Nell´epistolario non si parla solo di libri e di autori. Le famiglie Croce e Laterza sono amiche. La signora Adele, moglie del filosofo, chiede all´editore impegnativi interventi in materia d´affari («un campo così ostico al suo spirito»), soprattutto in relazione a certi interessi fondiari in prossimità di Foggia, di cui il marito non ha né voglia né capacità di occuparsi. Scoppia la guerra. I Croce lasciano Napoli, sconvolta dai bombardamenti, per rifugiarsi a Sorrento, in una villa detta «del Tritone», che il capofamiglia giudica «troppo elegante per le mie abitudini» (ma, aggiunge, «non s´è trovato altro»). Laterza è angosciato per i familiari in armi o prigionieri. La repressione culturale si fa più recisa. Interrogatori, perquisizioni, pedinamenti, carcere o confino affliggono la casa editrice e gli intellettuali che per essa lavorano: ne sono vittime fra gli altri Ragghianti, Luigi Russo, Ernesto De Martino, Tommaso Fiore. Vengono presi di mira - segnala un rapporto di polizia - quei testi che «per lo stile e la forma del pensiero si ritengono provenienti o quanto meno ispirati dal senatore Benedetto Croce». L´editore barese e i suoi figli Nino e Franco ricevono dalla Pubblica Sicurezza una «diffida premonitoria» densa di minacce. Giovanni tenta di scherzarci su: «Così noi, che non ci occupiamo di politica, potremo un giorno essere inscritti nell´albo d´oro della patria, insieme a De Sanctis, Settembrini, Poerio ecc.». Laterza, malato da tempo, muore il 21 agosto 1943, poco più che settantenne. Croce scomparirà il 20 novembre 1952. Nove anni che segneranno nella vita del filosofo una rinascita nella libertà. Privilegio di cui l´arguto editore non potrà godere.