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 2000  luglio 06 Giovedì calendario

ROMA - Ecco cos’ era la marchetta: la contromarca che attestava l’ avvenuto pagamento. In ogni tipo di casa - quelle di lusso con i divani di velluto e i damaschi alle pareti ma anche le case povere, con le piastrelle ai muri tipo diurno e l’ odore forte di sudore e disinfettante - la regola era sempre la stessa: bisognava pagare anticipato

ROMA - Ecco cos’ era la marchetta: la contromarca che attestava l’ avvenuto pagamento. In ogni tipo di casa - quelle di lusso con i divani di velluto e i damaschi alle pareti ma anche le case povere, con le piastrelle ai muri tipo diurno e l’ odore forte di sudore e disinfettante - la regola era sempre la stessa: bisognava pagare anticipato. C’ erano anche altre norme da rispettare, ma quelle spesso venivano aggirate. Ai tempi in cui si preparava la legge Merlin era ancora in vigore un regio decreto del ’ 31: "Nei locali di meretricio sono vietati i giochi, i balli, le feste di qualunque sorta, lo spaccio di cibi e bevande, l’ accesso ai minori di anni 18", recitava il decreto del re. Per la verità i minori di anni 18, magari barando sull’ età, erano clienti piuttosto assidui anche se non regolari, portati dai fratelli maggiori, dagli amici goliardi, persino dagli zii e dai padri, ansiosi che quel rito di iniziazione, la perdita della verginità, avesse finalmente luogo. L’ ultima notte, quella del 20 settembre del ’ 58, anniversario della presa di Porta Pia, fu una lunga notte malinconica, una triste festa d’ addio. Nessuno pagò la marchetta, ricordano ancora i vecchi clienti: offriva la casa, offrivano le tenutarie, offrivano le ragazze che di colpo, da un giorno all’ altro, si ritrovarono sul marciapiede senza più lo stato pappone a lucrare su di loro. Nei casini di lusso, come il Grottino di Roma, il S. Pedrino di via San Piero all’ Orto a Milano, la Saffo di Firenze, il Raffaello di Torino, si brindò con lo champagne, più che per festeggiare per dirsi addio. Le case chiuse in Italia, per lo meno quelle ufficiali, erano 714, di cui 102 di prima categoria, 204 di seconda e 411 di terza classe. Le prostitute autorizzate a lavorare erano 4.014. Si chiudeva una pagina importante del costume sessuale italiano, ricordata in modo assai diverso, spesso contraddittorio, a seconda che a rammentare, ed eventualmente a rimpiangere, fossero i clienti oppure le signorine, le "pensionanti". Una pagina intrisa di degrado umano, quello di migliaia di donne costrette a un lavoro che spesso le obbligava a un ritmo anche di cinquanta rapporti al giorno, ma a volte il numero raddoppiava. Schiave del sesso, mentre le tenutarie diventavano ricche e lo stato prelevava in tasse, o in tangenti, il 60 per cento della marchetta. "Luana, dov’ è Marilù? Dove sono Fatima e Lia? Sherazade e Bijou, che fu l’ amante mia?", chiedeva in un accorato epitaffio dopo lo choc della serrata Ennio Flaiano. Col bollino del ginecologo sui documenti le prostitute si spostavano da una casa all’ altra ogni quindici giorni, piazzate dai loro impresari o collocatori, i loro magnaccia. Spesso erano precedute dalla loro fama, dai loro nomi d’ arte che suggerivano paesi esotici eapprezzate specialità. Nella nostalgia, che è anche quella per gli anni della giovinezza, in un clima da "Addio Wanda" i postriboli diventano territori incantati, luoghi di emozioni più che di pratiche igieniche. Mario Soldati ne ingentilirà il nome, preferendoli chiamare "case dell’ amore", non importa se amore venale, a tariffa, a orario, a pagamento. Per Dino Buzzati erano quasi dei santuari da cui irradiava "un messaggio di civiltà erotica", e le varie Bijou e Luana e Tigrinane erano le solerti dispensatrici, spesso materne e rassicuranti. All’ epoca nessuno le chiamava ancora squillo, o massaggiatrici, o accompagnatrici, o estetiste, naturalmente con le virgolette: "Sempre puttane sono", dirà il protagonista di "Divorzio all’ italiana". Ma il termine casa chiusa, che ancora oggi si usa, risale al 1860, anno di un regio decreto fortemente voluto da Camillo Benso conte di Cavour, che si prefisse di regolamentare al più presto il settore nel neonato Regno d’ Italia, e per primo sancì che le persiane di quelle case restassero perennemente accostate, notte e giorno, per ragioni di decoro. L’ orario di apertura in genere andava dalle 10 dieci del mattino a mezzanotte, ma spesso prima di pranzo era di turno una sola ragazza o al massimo due. Nel secondo pomeriggio e in serata si creava l’ affollamento, con i clienti che pascolavano in salotto ammirando e soppesando le bellezze discinte, e la "maitresse" che ogni volta gridava agli indecisi o a chi faceva troppa flanella: "Giovanotti in camera", e allora bisognava salire. Racconterà spesso la deputata socialista padovana Angelina Merlin, detta Lina, morta in solitudine ultranovantenne in una casa di riposo, che quando entrò in vigore la sua legge furono centinaia e centinaia le prostitute che vollero scriverle per ringraziarla: "Ci hai tolto da un incubo". Oggi il loro numero è più che decuplicato. - di LAURA LAURENZI