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 2009  novembre 30 Lunedì calendario

Fiat Gli operai e la produttività: ecco tutti i tagli di Marchionne- Con 21 mila 900 dipendenti in Italia prodotte 600 mila auto: come in Polonia Italia: cinque stabili­menti, 645 mila auto, 21

Fiat Gli operai e la produttività: ecco tutti i tagli di Marchionne- Con 21 mila 900 dipendenti in Italia prodotte 600 mila auto: come in Polonia Italia: cinque stabili­menti, 645 mila auto, 21.900 dipendenti. Po­lonia: un solo stabili­mento, 600 mila auto, 5.800 dipendenti. Brasile: un solo stabilimento, 700 mila auto (per i pignoli: in­clusi 20-30 mila furgonci­ni), 8.700 dipendenti. So­no i numeri che Sergio Marchionne ricorderà, do­mani, a Claudio Scajola. Numeri che in realtà al ministro dello Sviluppo non dovrebbero suonare nuovi. A lui, e al governo, e al sindacato, l’amministra­tore delegato Fiat li ha già fatti presenti. Per dire quel­lo che ripeterà sia domani, sia al vertice in program­ma a Palazzo Chigi con Sil­vio Berlusconi e le parti so­ciali (sotto Natale, il 21 o il 22 dicembre secondo un annuncio dello stesso Scajola). La sostanza: io so­no qui, sono pronto a cer­care una soluzione. Ma de­v’essere «una soluzione in­telligente », in cui ognuno si assuma un ruolo e «una responsabilità». Perché, per dirla con il numero uno del Lingotto, «non ci vuole un genio per capire che la produttività, negli stabilimenti italiani, è to­talmente sproporzionata, che non posso mantenere questa struttura: è in perdi­ta in partenza». I numeri, la logica Solo logica industriale?Si può anche metterla co­sì, e del resto lui lo rivendi­ca (con implicita, orgoglio­sa contrapposizione alla pura logica politica: «Sono un metalmeccanico, il mio mestiere è produrre e vendere auto, camion, trat­tori »). Si può aggiungere che i numeri non sono tut­to. E sarebbe, è certamen­te vero: dietro ci sono sto­rie, famiglie, vite. Non le cancelli così, un tratto di penna e via, un delete sul­la tastiera del computer e il problema è risolto. Nem­meno le difendi, però, con lo stereotipo opposto. E so­no i sindacati i primi a sa­pere che i vecchi schemi non funzioneranno, pro­babilmente, nella trattati­va di fatto già aperta sul piano Fiat. Per una ragio­ne: Marchionne, quegli schemi, li ha frantumati. Qualcuno può dire: con arroganza. Nessuno però può negare che c’è qualco­sa che non funziona, nel sistema Italia, se qui – fat­ta la «tara» anche al calo produttivo che da noi ha colpito molto più che nel­le altre fabbriche – serve suppergiù il triplo dei di­pendenti polacchi o brasi­liani (e serbi, fra un po’) per fare lo stesso numero di macchine. Non è nemmeno que­stione di costo del lavoro: sul livello dei salari non ci sarebbe partita, certo, ma il divario sarebbe assoluta­mente sostenibile, anzi, è forse la variabile meno de­cisiva. Ma è di Polonia e Brasile che stiamo parlan­do, non di Paesi del Terzo mondo con turni in fabbri­ca da dodici ore e zero di­ritti, il nodo italiano sta evi­dentemente dalle parti di flessibilità e produttività. Oltre che nella struttura a cinque stabilimenti. Il differenziale  questo quello che Mar­chionne ripeterà. Al gover­no, ai sindacati. Ribadirà: prima della grande crisi il «differenziale Italia» pote­va essere gestito, «poteva­mo finanziarlo», ma ora che «è cambiato il mondo non possiamo arroccarci in una realtà che non esi­ste più». Inviterà: su quei numeri, tutti dovremmo ri­flettere. E il messaggio sarà lo stesso inviato in queste set­timane: non si può pensa­re che sia la Fiat a farsi cari­co in toto di differenziali – appunto – che non di­pendono tutti e soltanto dall’azienda, le soluzioni si possono trovare ma solo se ciascuno si assumerà il proprio ruolo e le proprie responsabilità. Il che signi­fica sedersi a un tavolo, e lavorare insieme. Logica industriale, logica sindaca­le e logica politica non con­trapposte: a confronto, e al­la ricerca di una sintesi. Accadrà? Il tavolo certa­mente si aprirà. Quanto possa restarci, aperto, è pe­rò da vedere. Perché da tut­to il discorso resta comun­que fuori Termini Imere­se. Dice Marchionne: ogni auto prodotta lì ci costa al­meno mille euro più che in qualsiasi altro stabili­mento; le infrastrutture promesse decennio dopo decennio dai governi regio­nali e nazionali, e per le quali anche Fiat era pron­ta a investire, non sono mai arrivate; in un merca­to che ha una sovracapaci­tà del 30% può parlare di «follia» (come l’ha chiama­ta Scajola) solo «chi non capisce i dati». E i dati dicono, fra l’al­tro, che «per anni abbia­mo sovvenzionato un’atti­vità in perdita in partenza: nel mondo dopo la crisi non possiamo più permet­tercelo ». E sì, certo che lo sa, Marchionne, quale bomba sociale esplodereb­be con la chiusura (dal 2011) dell’unico vero polo industriale siciliano. Gli è tutt’altro che indifferente. Ma, avverte dopo aver studiato alternative giudi­cate una dopo l’altra im­praticabili, «non potete scaricare sulla Fiat, solo sulla Fiat, problemi politi­ci ». Gli rispondono, di soli­to: «Vuole solo gli incenti­vi ». Chi lo crede davvero, rischia la doppia sorpresa. «Gestirò qualsiasi decisio­ne prenderà il governo» è frase facile da tradurre. Marchionne non sta gio­cando, su Termini, non è questione di baratto o, peg­gio, ricatto Sicilia-ecoin­centivi. Non ci saranno, questi ultimi? Okay: «L’im­patto sul mercato italiano sarà un calo da 2,1 a 1,7 mi­lioni di auto». Lui adegue­rà di conseguenza la pro­duzione delle fabbriche Fiat. E a quel punto, forse (e sicuramente per il 2010), la più a rischio tor­nerebbe Pomigliano.