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 2004  luglio 12 Lunedì calendario


1903

Anno VI, n. 10 Manila, 12 luglio 2004 Ricordando fra Orsenigo nel centenario della morte L ’ u l ti mo d e n t e d i Leone X I I I Il Pontefice Leone XIII, sul finire dei suoi oltre 25 anni di pontificato [quindi intorno al 1903-1904], ebbe a soffrire una periostite alveolare proprio in corrispondenza dell’unico suo dente superstite, per cui i medici l’informarono che occorreva un intervento, ma egli esitava a sottoporvisi ed accolse perciò con piacere il suggerimento del card. Mario Mocenni di sentire prima il parere del più famoso dentista di quei tempo, il celebre fra Giovanni Battista Orsenigo, nel cui Gabinetto Dentistico all’Isola Tiberina si diceva fosse passata l’intera popolazione romana (che al censimento del 1901 contava solo 424.943 abitanti), come n’erano prova le tre casse dove aveva raccolto i denti che estraeva e che ad una verifica del 1903, dopo 33 anni d’esercizio ambulatoriale, risultarono già due milioni e settecentoquarantaquattro, cifra record che nel 1972 finì inserita nel Guinness dei primati mondiali. Tra i fattori di un così straordinario successo di questo frate brianzolo, nato a Pusiano (Como) nel 1837 ed entrato nel 1867 all’Isola Tiberina nel Noviziato dei Fatebenefratelli, ci fu certo la particolare situazione sociale creatasi con il trasferimento della Capitale da Firenze a Roma e l’entrata in funzione dei vari Ministeri con tutto il loro vasto personale, senza che crescessero di pari passo i servizi assistenziali, per cui tanti modesti impiegati, non potendo affrontare le tariffe odontoiatriche dei pochi studi professionali, non avevano altra risorsa che l’Ambulatorio Gratuito che con tempestività ed immensa dedizione fra Orsenigo aveva aperto fin dal 1870 in un locale che affacciava direttamente sulla strada, tra l’ingresso della Chiesa di San Giovanni Calibita e la spalletta di ponte Quattro Capi. Altra importante ragione del successo professionale del frate fu la grande pratica che acquisì, giungendo ad avere una straordinaria sensibilità nelle dita, per cui gli era facile intuire il corretto asse di trazione lungo il quale far forza per estrarre il dente, riducendo quindi al minimo la sofferenza del paziente. L’aiutò anche la sua non comune prestanza fisica, tanto che il famoso umorista Filiberto Scarpelli, fondatore nel 1900 del giornale satirico Il Travaso delle Idee, lo descrisse come ”un corazziere lombardo in abito fratesco”. Era un gigante dal cuore buono ed ogni mattina esercitava con una pesante clava la PROVINCIA ROMANA DEI FATEBENEFRATELLI - DELEGAZIONE FILIPPINA ”MADONNA DEL PATROCINIO” IL MELOGRANO TACCUINO VIRTUALE GIOVANDIANO Tel: 00632/736.2935 Fax: 00632/733.9918 E-mail: ohmanila@ph.inter.net 2 muscolatura delle mani, il che gli fece acquisire una presa talmente forte che per lo più riusciva ad estrarre i denti già mentre li palpava con le dita, senza dover pertanto ricorrere alle pinze, la cui sola vista sappiamo quanto terrorizzi i pazienti, irrigidendone la muscolatura ed ingigantendone il dolore. Il suo metodo fece accorrere non solo il popolo minuto ma anche grosse personalità, tanto che ricevette foto con dedica dal poeta Giosuè Carducci; dal drammaturgo Pietro Cossa; dallo scultore Giulio Monteverde; dai ministri Quintino Sella, Michele Coppino e Ruggero Bonghi; da Menotti Garibaldi; dall’ammiraglio Ferdinando Acton; da donna Laura Minghetti; da Eugenia, la principessa ereditaria di Svezia e Norvegia; dall’attore Cesare Rossi e dalle cantanti Adelina Patti e Stella Bonheur; e da una serie d’altri celebri personaggi del tempo. Tra la clientela famosa ebbe perfino la regina Margherita di Savoia e dunque non fa meraviglia che Leone XIII volesse vederlo. A Roma c’erano allora già i telefoni, anche se ancora del tipo rudimentale con batteria incorporata e, avvertito da una telefonata, fra Orsenigo accorse subito in Vaticano. Per nulla intimorito dalla presenza degli archiatri pontifici, sentenziò che non c’era nulla di preoccupante e quando il Santo Padre gli obiettò che i medici consideravano necessario un vero intervento, gli replicò con tutta pacatezza: ”Questi, Santità, non capiscono nulla”. Poi, accostando le dita al dente del Papa, glielo rimosse tranquillamente e se lo mise in tasca. Nessuno se n’accorse, pensando tutti che fra Orsenigo si fosse limitato a palpare la zona, ma Sua Santità avvertì la mancanza del dente e chiese a fra Orsenigo di restituirglielo, tra lo stupore e l’ammirazione degli astanti. L’ultimo dente del Pontefice sfuggì alla raccolta del frate, ma Leone XIII lo fece felice in un altro modo. Bisogna sapere che entrambi erano devotissimi dell’immagine della Madonna del Buon Consiglio che si venera a Genazzano, il cui santuario fu ingrandito ed elevato a Basilica proprio da Leone XIII. La festa ricorre il 26 aprile e fra Orsenigo usò ogni anno, a partire dal 1871, celebrarla all’Isola Tiberina con grande solennità, utilizzando le offerte lasciategli dai suoi pazienti. Una sua particolarità era che invitava le migliori corali di Roma a cantare le Litanie Lauretane, al cui termine chiedeva loro d’inserire quella alla Madonna del Buon Consiglio. Egli avrebbe voluto che nelle Litanie Lauretane, che proprio Leone XIII aveva invitato ad abbinare alla recita del Rosario come ancor oggi usiamo, venisse ufficialmente adottata dalla Chiesa quella sua privata aggiunta e ne parlò con vari prelati, finché riuscì ad entusiasmare il card. Serafino Cretoni, che provvidenzialmente il 7 gennaio 1903 ricevette la nomina a Prefetto della Congregazione dei Riti. Costui già in marzo, con l’incoraggiamento del Papa, mise allo studio la proposta, approvata il 21 aprile dalla Congregazione dei cardinali e resa ufficiale da Leone XIII con 3 decreto del 22 aprile 1903 che prescrisse d’inserire nelle Litanie Lauretane l’invocazione alla Madre del Buon Consiglio subito dopo quella alla Madre Ammirabile. Il decreto fu pubblicato solo in maggio e quindi fra Osenigo dovette attendere l’aprile 1904 per felicemente applicarlo. Giusto in tempo, poiché quella fu l’ultima volta che poté organizzare la festa del 26 aprile all’Isola Tiberina, della quale L’Osservatore Romano ne pubblicò all’indomani un’ampia cronaca, che terminava con la mesta annotazione: ”La bella e solenne ceremonia, è stata celebrata come già da 33 anni, a cura del valente e caritatevole odontoiatra Fratel G. B. Orsenigo, il quale sebbene infermo – a lui che oggi ha voluto levarsi per assistere alla sua festa si sono rivolti gli auguri più sinceri di pronta guarigione – nulla ha trascurato perché la festa in onore della Madonna del Buon Consiglio riuscisse solenne quanto meglio si potesse” Quell’infermità l’avrebbe presto portato a morte. Va detto che il frate con le offerte che gli lasciavano i pazienti e gli ammiratori non solo organizzava la festa del 26 aprile ma riuscì anche ad erigere in Nettuno un Ospedale, inaugurato nel 1892 e che ovviamente volle dedicare alla Madonna del Buon Consiglio, di cui collocò una fedele riproduzione all’altar maggiore della cappella, dov’è ancor oggi venerata. Non riuscendo a riprendersi della sua infermità, che pare fosse un’ulcera dello stomaco forse ormai degenerata, sperò di trovar qualche sollievo ricoverandosi nel suo Ospedale di Nettuno, dove entrò in agonia la sera del 14 luglio 1904 e spirò mezz’ora dopo la mezzanotte. Fu seppellito nel cimitero di Nettuno e ai funerali, come riferito in un articolo uscito su La Vera Roma del 14 agosto, intervennero ”i Consigli Comunali di Anzio e Nettuno, le autorità civili e militari gli resero il tributo della loro stima e gratitudine accompagnandone in forma solenne il cadavere al sepolcro”. Il Comune di Nettuno gli aveva infatti concesso la cittadinanza e gli dedicò poi la strada che corre lungo l’edificio ospedaliero. Quando la notizia della morte di fra Orsenigo giunse a Roma, vari giornali della Capitale ne rievocarono la figura e particolarmente significativi furono gli articoli pubblicati da Il Messaggero e da Il Giornale d’Italia il 16 luglio; ed il 17 luglio da L’Osservatore Romano, che elogiava tre suoi meriti: la straordinaria capacità professionale, che tutti i romani d’ogni ceto sociale, ”vecchi e giovani, poveri e ricchi, patrizii e plebei” erano accorsi a sperimentare; il suo altruismo e generosità, per cui ”curava, guariva, non chiedeva nulla; e se qualche cosa riceveva non era per lui era per un’altra istituzione caritatevole sorta per sua iniziativa presso Nettuno; lo splendido Sanatorio”; ed infine il suo grande zelo per ”la propagazione del culto della «Vergine del Buon Consiglio» di cui era devotissimo e le splendide feste che in onore di Lei faceva celebrare ogni 4 anno”. Innumerevoli furono poi gli articoli che gli appassionati della storia di Roma gli hanno dedicato in tutti questi anni e perfino un sonetto romanesco, nel cui ultimo verso il poeta Amilcare Pettinelli sintetizza felicemente questo personaggio come ”er cacciadenti auffa de ’na vorta”. Com’è noto, auffa in dialetto romano sta per gratuito e deriva dalla sigla A.U.F. (= Ad Usum Fabricae) che veniva posta sui materiali edilizi destinati alla fabbrica della Basilica Vaticana, in modo che ai varchi del Dazio passassero gratuitamente, senza pagare imposte. A questo indimenticabile dentista auffa della Roma Umbertina il Comune non ha ancora dedicato, come già ebbe a lamentare Domenico Pertica in un suo articolo comparso il 10 giugno 2000 su La Repubblica, né una strada né una lapide, ma in coincidenza del centenario della morte pare che ora gli si voglia intitolare il finora anonimo spiazzale ad occhio di pesce sito nella banchina di prua dell’Isola Tiberina, giusto accanto alla palazzina della Polizia Fluviale ed al bimillenario rilievo in travertino della divinità medica d’Esculapio, sintesi emblematica dell’ininterrotta tradizione sanitaria di quest’isoletta. Oltre che essere un doveroso riconoscimento per fra Orsenigo, l’iniziativa segnerebbe anche un ulteriore passo nell’impegno capitolino di riappropriarsi del biondo Tevere, troppo a lungo rimasto ghettizzato dai muraglioni. Anche il Comune di Pusiano, che lo scorso aprile ha organizzato nella Sala Civica di Palazzo Beauharnais una commemorazione di fra Orsenigo, sta ora pensando di dedicare al celebre dentista la strada che fiancheggia, sul lato nord, la casa in cui costui nacque e visse finché a ventisei anni entrò dai Fatebenefratelli nel loro Ospedale di Firenze, dove restò quattro anni prima di raggiungere la sua definitiva Comunità nell’Isola Tiberina. Guarda caso, a Roma tra gli illustri pazienti di fra Orsenigo ci fu pure, come abbiamo visto, la nordica principessa Eugenia, la cui madre, milanese di nascita ma regina di Svezia dal 1844 al 1859, era la primogenita di quel viceré Eugenio di Beauharnais che dette il nome alla magione di Pusiano. [Giuseppina di Leuchtenberg (nome completo Joséphine Maximilienne Eugénie Napoléone de Beauharnais[1]) (Milano, 14 marzo 1807 – Stoccolma, 7 giugno 1876) fu regina di Svezia e Norvegia dal 1844, come consorte di Oscar I di Svezia. (wilipedia)] Anche da frate l’Orsenigo ebbe modo di tornare talora a Pusiano e mantenne forti legami non solo con il parroco di Pusiano, don Felice Mariani, ma anche con vari altri personaggi della Brianza, tra cui Pietro e Giuseppe Corti, che furono tra i fondatori del tuttora esistente giornale lecchese ”Resegone”. E quando giunse in Brianza la notizia della sua morte, fu proprio a Lecco nella Tipografia Corti che venne stampato il ricordino funebre con questo stupendo elogio: Roma consacrerà imperitura memoria del celeberrimo dentista. I buoni non lasceranno certamente di elevare una prece per il comune benefattore. Morì a Nettuno, dove aveva impiegato tutte le sue energie e sostanze in beneficio dei sofferenti. Fra Giuseppe MAGLIOZZI o.h.