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 2009  settembre 12 Sabato calendario

UN POETA AL COMANDO


Il 12 settembre del 1919 Gabriele D’Annunzio entrava a Fiume e ne proclamava l’annessione all’Italia. In realtà, Fiume, ”dimenticata” nel Trattato di Londra nel 1915, sarà annessa all’Italia soltanto cinque anni dopo, con Mussolini al governo. D’Annunzio non pensava a Fiume più di tanto: voleva realizzare un sogno, in quel settembre 1919, ed era il tanto sospirato volo fino a Tokio, un’altra delle sfide del Comandante. Invece dirottò i suoi interessi sulla città del Quarnero, perché capì che si trattava di una ”coda” essenziale alla guerra, una risposta alla ”vittoria mutilata”.

D’Annunzio, con l’occupazione in realtà mirava a tre obiettivi: che il mondo si stupisse; che l’Italia insorgesse e che il governo Nitti si dimettesse. Nessuna di queste tre cose si realizzò e, fallite le trattative per risolvere pacificamente la questione (il famoso modus vivendi), dal gennaio 1920 D’Annunzio si spostava a sinistra, con l’ingresso di un repubblicano, mazziniano e sindacalista come Alceste De Ambris, che portava a Fiume la giovane esperienza del sindacalismo soreliano, antisocialista e antiborghese.

Con De Ambris il Vate redigeva la costituzione di Fiume (la Carta del Carnaro) e proclamava la Reggenza: nasceva così il ”fiumanesimo”, intreccio di socialità e di nazione, di trasgressione e di estetica, di libertà e di autoritarismo, un intreccio che non interruppero neppure le cannonate di Giolitti, con il Natale di Sangue, perché rimase nella cultura politica non solo italiana come il primo esperimento di nuova politica, fondata non sul parlamentarismo ma sull’estetica e sul vitalismo.

La nuova politica ereditò dal ”fiumanesimo” il colloquio tra capo carismatico e folla, magari da un balcone, la ritualità religiosa della politica, il saluto romano, l’alalà, i teschi degli arditi, la visione della politica come gesto esemplare e non come parlamentarismo. Ma non fu solo questo: la Carta fiumana rivalutava i diritti femminili, quelli delle minoranze politiche e religiose, lasciava ampia autonomia alle categorie produttive e alle realtà locali; puntava sul riscatto dei popoli oppressi attraverso la Lega messa in piedi da Kochnitzky.
Assedio per fame

La risposta dell’Italia ufficiale fu inadeguata: Nitti seppe dell’entrata di D’Annunzio a Fiume solo sei ore dopo; reagì con rabbia e mandò Badoglio a rimettere le cose a posto, ma il generale capì che su D’Annunzio non si poteva sparare. Tentò l’assedio di Fiume per fame, riducendo la popolazione a condizioni invivibili, ma a giugno fu travolto dall’ennesima crisi di governo e fu sostituito dal «vecchio boia labbrone», il settantottenne Giolitti, il quale capì che D’Annunzio era in un tunnel senza uscita. Il ”bel gesto” era durato troppo. Continuò ad affamare la città, ma trovò in Mussolini un buon alleato: era un politico, non un esteta. Anche il futuro Duce pensava che con D’Annunzio non si sarebbe andati molto lontano. Poi c’erano i nazionalisti, che temevano la deriva di sinistra e repubblicana del Comandante.

Sul Trattato di Rapallo, Giolitti trovò l’accordo con Mussolini e un anno dopo saranno insieme alle elezioni; ancora un anno e ci sarà la marcia su Roma: Giolitti era convinto di avere ”usato” Mussolini per rafforzare il traballante Stato liberale, ma come sappiamo finì diversamente.

Fiume, così, ebbe un destino singolare, nei primi 50 anni del secolo: diventare un laboratorio politico di assoluto rilievo, unica città in Europa a rendersi protagonista di cinque modelli politici, dei quali spesso dovette subire conseguenze non sempre positive.

Il primo modello fu l’autonomismo di stampo ungherese: i grandi spazi di libertà che Fiume aveva da Budapest, anche nel campo della giustizia, fecero ricca la città e la fecero diventare il porto della Mitteleuropa. Agli italiani di Fiume, che rappresentavano la maggioranza della popolazione, questa autonomia andava benissimo in quanto tutelava e promuoveva la loro lingua e la loro cultura.

Tant’è vero che gli italiani erano riuniti nel Partito Autonomista e si parlò di irredentismo abbastanza tardi, solo quando gli ungheresi cominciarono a imporre una sorta di nazionalismo culturale, la ”magiarizzazione”, e quando gli italiani capirono che gli Austriaci preferivano l’elemento slavo a quello italiano. Un irredentismo particolare, del quale D’Annunzio si fece immediatamente interprete: e questo fu il secondo modello politico e culturale, del tutto diverso da quello delle altre terre ”irredente”.

Il terzo modello fu il ”fiumanesimo”, nelle due varianti, quella politico-istituzionale (la Carta del Carnaro) e quella politico-estetica, che si raffigurò nelle trasgressioni della ”città di vita”, nella libertà dei costumi, nell’estetica come unica dimensione del vivere.

Il quarto modello emerse quando la città passò sotto l’Italia, nel 1924; vi rimase circa vent’anni in una condizione spesso di marginalità economica e politica; il fascismo era ancora quello di D’Annunzio, lontano dai miti totalitari del Duce e tanto nazionalista da essere fortemente ostile agli slavi: il cosiddetto ”fascismo di frontiera” fu protagonista di una nazionalizzazione forzata delle terre del confine orientale che però non riuscì.

Infine, il quinto modello, fu il comunismo di Tito, con la completa snazionalizzazione della città, dopo l’esodo di 40 mila dei 60 mila italiani che l’abitavano e con trasformazioni pesanti.
Al fianco del Vate

Il filo conduttore di questa storia fu il senso di appartenenza nazionale. Disposti a soffrire la fame pur di stare al fianco del Vate D’Annunzio che sembrava garantire l’annessione, se ne andarono in molti dalla città dopo la Seconda guerra mondiale per potere continuare a dirsi italiani.

Dall’autonomismo al totalitarismo comunista il passo non fu semplice. Il legame con l’Italia ha segnato la città e, in maniera diversa dal passato, la segna tuttora. Un senso di identità che D’Annunzio interpretò alla sua maniera e che oggi vive nella cultura, riallacciandosi alle caratteristiche originarie dell’irredentismo fiumano: nazionalitario non nazionalismo, rispettoso delle altrui nazionalità a tutela delle proprie identità.