Carlo Jean, Il Messaggero 17/09/2009, 17 settembre 2009
LA MONETA UNICA NON FA PER L’ASIA
La creazione di una moneta comune dei 10 Paesi dell’’Asean più 3” Cina, Giappone e Corea del Sud è stata discussa anche in passato. Lo è stata specie dopo la crisi finanziaria asiatica del 1997. La proposta di coordinamento monetario ha prodotto qualche risultato. Sono stati costituiti un Fondo di Crisi ed una Banca di Sviluppo per l’Asia. Si era anche pensato di dar vita ad un Fondo Monetario Asiatico. L’iniziativa era stata però abbandonata per le pressioni degli Usa, che temono che le istituzioni regionali indeboliscano quelle internazionali, che essi controllano. Anche la proposta di creare una moneta unica regionale, simile all’euro non è nuova. Essa mira a sottrarre le monete asiatiche dalla volatilità ed imprevedibilità del dollaro. Era anche sostenuta da diversi economisti per la crescita vertiginosa del commercio interasiatico. Si sarebbe formata nell’Asia Orientale e Sudorientale quella che Robert Mundell ha chiamato ”area ottimale monetaria”. In essa, i benefici prodotti da una moneta unica sul commercio interno, sono superiori agli inconvenienti che comporta su quello con il fuori area. La proposta di moneta unica asiatica che oggi di fatto è il dollaro, a cui più o meno strettamente sono legate le monete di tutti i Paesi dell’’Asean più 3” è tornata alla ribalta con le osservazioni del governatore della Banca Centrale della Cina Zhou Xiaochuan al G-20 di Londra dell’aprile scorso. Era implicita nella sua richiesta di sostituire il dollaro, come moneta di riserva, con un pool di monete.
A parte l’opportunità economica che è quantomeno discutibile e le difficoltà tecniche e burocratiche della creazione di una moneta comune dell’Asia Orientale, il problema è essenzialmente politico. Per quanto riguarda l’aspetto tecnico va comunque ricordato che l’euro ha richiesto una cinquantina di anni dall’inizio dell’integrazione europea. Inoltre, in Europa esisteva una sola moneta dominante: il marco tedesco. In Asia ve ne sono due: lo yuan cinese e lo yen giapponese. Come si potrebbe mediare fra i due, resta misterioso. Inevitabilmente si scatenerebbero controversie per ragioni di prestigio: basti ricordare la disputa fra la denominazione ”scudo”, voluta dai francesi, e quella ”euro”, imposta dalla Germania, per rendersi conto di quanto avverrebbe in Asia. Inoltre, per la creazione dell’euro fu necessaria una forte spinta politica. Essa fu quasi una contropartita all’unificazione della Germania, di cui si intendeva vincolare la sovranità monetaria.
Ma le difficoltà maggiori per una moneta comune dell’Asia sono politiche. Tra i Paesi asiatici esistono tensioni e, addirittura, contenziosi territoriali. in atto la corsa al riarmo più dinamica del mondo. Tutti temono l’aumento della potenza economica e militare della Cina. Anche nei confronti del Giappone, molti nutrono risentimenti e sospetti. La situazione geopolitica è mantenuta stabile dalla presenza degli Usa, sotto il cui ombrello tutti corrono a rifugiarsi in caso di crisi.
Sicuramente, Cina e Giappone vorrebbero dire la loro sulla politica monetaria degli Usa. Vorrebbero vincolare la flessibilità spesso invero un po’ troppo disinvolta della Fed e del Tesoro americano. Ma la creazione di una moneta comune dell’’Asean più 3” indebolirebbe l’Apec (Asia-Pacific Economic Cooperation), istituzione fondamentale per la presenza statunitense ed anche per il collegamento dell’Asia Orientale con l’India da un lato e con l’Australia dall’altro. Depotenzierebbe anche l’alleanza degli Usa con il Giappone e la Corea del Sud, nonché il G-2, cioè l’intesa economica e strategica fra gli Usa e la Cina, che trova espressione nei semestrali S&Ed (Strategic and Economic Dialogues), ai quali sia Barack Obama sia il presidente cinese Hu Jintao attribuiscono fondamentale importanza.
In altre parole, la creazione di una moneta comune asiatica, oltre ad incontrare difficoltà tecniche e politiche insuperabili nel breve-medio termine contrasterebbe con gli interessi geopolitici di fondo dei Paesi dell’area. Ma allora perché la proposta di moneta unica asiatica è saltata di nuovo fuori? La risposta è evidente. Da parte di tutti i Paesi dell’area, per far pressioni sugli Usa per la riforma del sistema monetario internazionale; da parte della Cina anche come rivalsa nei confronti dei dazi a cui sono state sottoposte le sue esportazioni di pneumatici negli Usa; e, forse, da parte di Tokyo, perché il nuovo governo intende marcare la sua indipendenza da Washington. Molto fumo, quindi, ma niente arrosto! Sarà comunque interessante vedere come reagirà il governo americano. A parer mio, se ne starà zitto. Tanto non se ne farà nulla!