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 2009  settembre 17 Giovedì calendario

DAL CASO FINI AL LODO ALFANO, IL FILO DI UN CRESCENTE NERVOSISMO

Gli argomenti con cui l’avvocato dello Stato, Glauco Nori, ha difeso nella "memoria" inviata alla Consulta la logica e il senso del "lodo Alfano" dimostrano che siamo a un passaggio cruciale della legislatura. Per la prima volta si adombrano addirittura le dimissioni del presidente del Consiglio, sia pure per chiedere ai giudici costituzionali di non precipitare il paese nell’instabilità con la loro decisione. L’avvocato si è appellato al rispetto della volontà degli elettori, che con il voto hanno issato Berlusconi sulla poltrona di Palazzo Chigi. Ma il richiamo esplicito al caso di Giovanni Leone, che lasciò il Quirinale dopo essere stato toccato dal sospetto nell’affare Lockheed (per essere riconosciuto in seguito del tutto innocente), ha il sapore di un avvertimento. Palazzo Chigi evoca non a caso una pagina oscura della nostra storia recente e lascia intendere che la funzione istituzionale non può essere compromessa per via giudiziaria, come invece avvenne al tempo di Leone. chiaro che la penna dell’avvocato dello Stato non poteva andare oltre.Ma basta un po’ d’immaginazione per rendersi conto che l’ipotesi delle dimissioni, lasciata trapelare in questa forma obliqua, non sarebbe un atto di resa da parte di Berlusconi. Al contrario, equivarrebbe a una sfida in nome dell’investitura ricevuta dal corpo elettorale. Con l’inevitabile denuncia del "golpe" bianco voluto dai giudici. Si aprirebbe un conflitto politico-istituzionale senza precedenti, il cui effetto possibile, se non probabile, sarebbe la paralisi della legislatura. Allo stato delle cose non è possibile prevedere quale sarà, in ottobre, la decisione della Consulta. Voci più o meno credibili parlano di un compromesso, destinato a evitare proprio le conseguenze paventate dall’avvocatura e a non incrinare la stabilità governativa.
Resta tuttavia l’impressione di un crescente nervosismo nelle file del centrodestra. La stabilità, che giustamente viene invocata come un bene prezioso, è messa a dura prova proprio dai comportamenti politici all’interno della stessa maggioranza. un singolare caso di cannibalismo, le cui vittime sono coloro che, per un motivo o per l’altro, sono sospettati di slealtà verso il premier. Ovvero di coltivare opinioni, e magari anche progetti a lunga scadenza, non in sintonia con la linea interpretata dal presidente del Consiglio e dal suo alleato privilegiato,Bossi.L’ultimo caso significativo, per non dire clamoroso, è - come noto- quello di Gianfranco Fini, attaccato aspramente dal "Giornale". Il fatto che si tratti di iniziative giornalistiche, piuttosto che di missioni svolte su esplicito mandato politico, non cambia di molto la sostanza del problema.
Resta il danno alla coalizione e ai suoi cardini fondamentali. Fini non è solo il presidente di un ramo del Parlamento, il che fa di lui la terza carica dello Stato: è anche il padre, insieme a Berlusconi, del Popolo della Libertà. Demolirne la figura è certo possibile, ma è molto rischioso. Soprattutto perché il messaggio che se ne ricava è inequivocabile: Berlusconi preferisce essere solo contro tutti (a parte Bossi). Solo contro i falsi amici. Solo contro la stampa gestita da "farabutti", contro l’Europa sorda e ostile,nonché-è ovvio- contro i magistrati esperti in tranelli.
Il senso di questa crescente solitudine è dato dalla speranza berlusconiana di rinsaldare presto o tardi il legame magico con gli elettori, autentica fonte di legittimazione contro il palazzo infido. Ecco allora che esiste un filo logico meno improbabile di come si può pensare fra la campagna contro Fini ”chiunque l’abbia pensata – e la difesa del "lodo Alfano". Tutto si tiene, in una sorta di battaglia psicologica all’ultimo sangue contro gli avversari veri o presunti.