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 2009  settembre 17 Giovedì calendario

«IN USA PERICOLO PROTEZIONISMO»

«Di per sé, la diatriba fra Stati Uniti e Cina sui pneumatici, non è un problema grave, ma un avvertimento. Un segnale di un clima che potrebbe peggiorare se continuerà il ricorso al protezionismo».
Stephen Roach, presidente di Morgan Stanley Asia, è uno degli economisti che possono rivendicare a buon diritto di aver visto arrivare la crisi: «Da anni ero preoccupato dalla combinazione fatale fra le bolle e gli squilibri globali, una ricetta per il disastro», ricorda. I suoi scritti, oggi raccolti in "The Next Asia", di prossima uscita da John Wiley & Sons, lo testimoniano.
Ora pensa sia il momento di suonare l’allarme sui pericoli del protezionismo. Cosa che, da studioso dei rapporti UsaCina, fa da anni. «Mi sembrava di gridare "al lupo"», confessa nel libro. Adesso però c’è una grossa differenza. «Quando mi preoccupavo per i 45 progetti di legge anti-Cina presentati in Congresso fra il 2005 e il 2007, nessuno dei quali è passato spiega al Sole 24 Ore - eravamo in tempi di bassa disoccupazione. Oggi, negli Usa la disoccupazione è al 9,7% e in crescita. Questo eserciterà una pressione fortissima sui leader politici. E ancora di più fra 9 mesi, quando ci si avvierà alle elezioni di mid-term e la disoccupazione non sarà ancora calata».
Per ora, osserva l’economista, la Cina ha risposto in modo misurato, seguendo i canali della Wto, anche perché l’export di pneumatici è una piccola porzione delle loro vendite sul mercato americano, «ma se gli Stati Uniti dovessero continuare con misure protezioniste, il rischio di un’escalation è forte. Non dimentichiamo che la Cina è il più grosso creditore degli Stati Uniti». Sulla possibilità che il vertice del G-20 a Pittsburgh la prossima settimana possa allentare le tensioni commerciali è scettico. «I leader - dice sono bravi nelle dichiarazioni di appoggio ai mercati aperti, poi tornano a casa e adottano misure protezioniste». Contraddizione confermata dal rapporto appena pubblicato dalla Wto sulle misure di restrizione degli scambi messe in atto dai venti, nonostante il reiterato impegno formale a evitarle. «La retorica dei politici - afferma Roach- è favorevole alla globalizzazione, ma la loro vera tendenza in tempi di crisi è favorevole alla localizzazione».
Roach va controcorrente anche sulla posizione del governo americano, e di molti suoi connazionali, secondo cui una rivalutazione del cambio della Cina contribuirebbe a risolvere lo squilibrio della bilancia commerciale fra Washington e Pechino. «Quello del cambio - sostiene - è un falso problema. Gli squilibri sono dovuti alla necessità americana di attrarre capitali, a causa dell’insufficienza dei propri risparmi e della tendenza a consumare oltre i propri mezzi. Era un problema del settore privato, ora lo è anche del settore pubblico, il cui deficit è destinato a gonfiarsi a dismisura».
Cina e Stati Uniti, secondo il presidente di Morgan Stanley Asia, si sono mossi nella direzione sbagliata anche nelle politiche di stimolo all’economia per uscire dalla crisi. « vero afferma - che sono stati i due paesi più aggressivi, ma hanno aiutato proprio quei settori che più contribuiscono agli squilibri: gli Stati Uniti hanno spinto i consumi e la Cina gli investimenti e l’export». Roach è da tempo un sostenitore della tesi secondo cui la Cina troverà uno sviluppo equilibrato e sostenibile solo spingendo la domanda interna.
Per non smentire la sua fama di Cassandra, esprime seri dubbi sulla posizione del presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, secondo cui la recessione è alla fine. «Sarei cauto dice - a fare una previsione del genere. Speriamo che il peggio, nell’economia e sui mercati, sia passato, ma il rischio di una ricaduta esiste. Anche perché le politiche adottate per uscire dalla crisi possono creare i presupposti della prossima, gonfiando altre bolle, come accadde nel 2001-2002 dopo lo scoppio di quella di internet. Stiamo seguendo lo stesso copione. Purtroppo, il sistema politico chiede alla politica monetaria e fiscale soluzioni di breve periodo che possono rivelarsi controproducenti. Ci vorrebbe qualcuno in grado di prendere decisioni impopolari, che risolvano i problemi per il lungo periodo. Ma non lo vedo».