FRANCO GIUBILEI, la Stampa 17/09/09, 17 settembre 2009
Reato di clandestinità Da Bologna atti alla Consulta - inciampata nella procura di Bologna la legge che equipara l’immigrazione clandestina a un reato
Reato di clandestinità Da Bologna atti alla Consulta - inciampata nella procura di Bologna la legge che equipara l’immigrazione clandestina a un reato. Durante la prima udienza davanti al giudice di pace per il caso di uno straniero immigrato illegalmente, il procuratore reggente Massimiliano Serpi ha sollevato l’eccezione di costituzionalità su una norma chiave del pacchetto sicurezza. E il giudice Mario Luigi Cocco ha rinviato la decisione al 21 ottobre, data entro la quale dovrà stabilire se rinviare o no la questione alla Corte Costituzionale. Se la Consulta sarà chiamata a occuparsene, la conseguenza immediata sarà che tutti i procedimenti riguardanti il reato di clandestinità saranno sospesi in attesa della pronuncia della Corte. Il pm ha chiamato in causa la violazione degli articoli 3 (sul principio di uguaglianza), 24 commi 2 e 3 (su inviolabilità della difesa e assicurazione ai non abbienti dei mezzi adeguati per difendersi), e 97 comma 1 (sull’imparzialità dell’amministrazione) della Costituzione. In particolare, il procuratore Serpi ha spiegato che «è ingiustificato che sia punito nello stesso modo» lo straniero che viola la legge entrando illegalmente in Italia «sapendo di compiere un atto punito penalmente», e chi invece «omette di allontanarsi perché così facendo deve abbandonare tutta una vita». Il secondo punto dell’istanza sottolinea come la normativa non preveda procedure né termini che permettano al clandestino di lasciare il nostro Paese in modo legale, senza autodenunciarsi. L’esempio citato dal pm è quello della legge del 1967 su detenzione e porto d’armi, che prevedeva la non punibilità per quanti avessero consegnato spontaneamente le armi entro un mese dall’entrata in vigore della norma. Un altro punto che secondo il procuratore presenta vizi di costituzionalità è la possibilità di regolarizzare badanti straniere e irregolari, ma non gli altri clandestini che lavorano in nero. Infine l’aspetto operativo dell’espulsione: secondo il magistrato il fatto che si aprano contestualmente e automaticamente un procedimento penale e uno amministrativo genera il rischio che si crei «una sorta di corto circuito», per cui si rischia di non arrivare mai a sentenza perché il clandestino è già stato espulso. Per il procuratore si tratta di «un’evidente irragionevolezza». L’istanza presentata dal pm Serpi esprime una linea condivisa dall’intera procura bolognese.