Renzo Guolo, la Repubblica 17/9/2009, 17 settembre 2009
La tragica fine di Sanaa Dafani rimanda fatalmente all´analoga sorte toccata a Hina, la ragazza pachistana uccisa tre anni fa dal padre con l´aiuto di altri familiari per lavare "l´onta" che con la sua condotta, uno stile di vita occidentale e una relazione con un giovane italiano, gettava sulla famiglia
La tragica fine di Sanaa Dafani rimanda fatalmente all´analoga sorte toccata a Hina, la ragazza pachistana uccisa tre anni fa dal padre con l´aiuto di altri familiari per lavare "l´onta" che con la sua condotta, uno stile di vita occidentale e una relazione con un giovane italiano, gettava sulla famiglia. Anche la giovane marocchina Sanaa aveva violato il namus, l´onore familiare: mettendo in discussione l´autorità del padre, contrario a una convivenza, con un italiano, uomo di diversa religione. Violazioni pagate con una morte sacrificale, mirata, illusoriamente, a ripristinare quell´onore davanti alla rete parentale e alla comunità cui i "padri giustizieri" appartengono. Facile prevedere che questo efferato delitto, come del resto le troppe violenze contro le giovani donne musulmane picchiate o richiuse perché non indossano il velo o si abbigliano "lascivamente", rilanceranno le argomentazioni dei teorici dello "scontro di civiltà", ridislocato ormai a livello locale, sull´impossibile convivenza tra musulmani e italiani. In realtà l´esercizio della "violenza riparatrice" rivela crepe molto larghe all´interno di una cultura che nell´immaginario collettivo appare fortemente coesa. La rivolta delle figlie, tanto inaccettabile quanto "eversiva" perché scardina l´ordine tradizionale a partire dal vissuto quotidiano e dalla famiglia, esprime la richiesta di autodeterminazione di giovani donne che si ritengono comunque musulmane, portino o meno il velo. A dimostrazione che nell´analizzare simili fatti, più che di islam, si dovrebbe parlare di musulmani, con i loro diversi modi di vivere la fede e i loro comportamenti concreti. Tra questi vi sono osservanti e fondamentalisti, ma anche aderenti a una religione vissuta essenzialmente come cultura o secolarizzati. questo pluralismo interno che quelle ragazze alimentano, nel doppio ruolo di credenti non dogmatiche e di donne che vogliono decidere della propria vita, con la loro soggettività femminile. La violenza sulle donne, su Sanaa, Hina e le altre, quelle che non conosciamo e non denunciano i maltrattamenti, mostra che la presa del corpo sociale maschile sui corpi femminili, segna il passo. questa sensazione di impotenza, che si manifesta in quei brutali colpi di lama. Sul corpo delle giovani donne musulmane è, infatti, in corso una battaglia che ha come posta due esiti diversi: il ripristino del controllo maschile, legato a una tradizione che si nutre di elementi culturali prima ancora che religiosi ed è ostile a stili di vita che, per rigoristi e fondamentalisti, trasformerebbe la seduzione in sedizione, la libertà femminile in minaccia a un ordine ritenuto immutabile; o il suo progressivo sgretolamento e sostituzione, attraverso il conflitto familiare e l´erosione del controllo sociale comunitario, con una dialettica che accetta, o subisce, la libera scelta delle donne senza ricorrere a un arbitraria violenza restauratrice. I terribili colpi inferti a Sanaa e Hina devono indurre, dunque, più che a irrealistiche chiusure verso i musulmani, che proprio nelle loro nicchie etniche e religiose rafforzate da riflessi identitari e da meccanismi di esclusione culturale possono coltivare la loro separatezza e le loro coercitive visioni della donna, a un´azione politica e sociale che spezzi la claustrofobia comunitaria; che li metta sempre più in relazione con gli italiani. Non basta che questo accada nella sfera del lavoro, come dimostrano le biografie dei "padri giustizieri", entrambi integrati da questo punto di vista. Quello che serve è l´interazione nella sfera culturale, nel vissuto quotidiano, negli spazi sociali che vanno condivisi. Perché, anche se lentamente, le culture mutano quando interagiscono tra loro. Solo così sarà possibile attenuare il pesante maglio della violenza patriarcale. In caso contrario altre vite si consumeranno ai bordi di una strada o in una stanza divenuta prima un privatissimo tribunale e poi uno scannatoio.