Gianandrea Piccioli, La Stampa 12/9/2009, 12 settembre 2009
GIANANDREA
PICCIOLI
Le prime testimonianze a noi giunte dell’apprendimento della lettura si trovano in alcune tavolette sumeriche rinvenute nelle e-dubba (le «case delle tavolette», appunto) dove gli alunni copiavano sull’argilla compressa lunghi elenchi di caratteri cuneiformi proposti loro dall’insegnante (senz’altro di scuola «gelminiana», se è vero che alla fine degli elenchi c’è spesso un commento che in italiano suonerebbe più o meno: «Dopo di che mi ha preso a vergate»). Le ultime sono nei ricordi della nostra infanzia, anteriore all’avvento dell’elettronica. In mezzo, più di cinque millenni di una storia avvincente, che ora sembra giunta a una svolta analoga a quella del V sec. a. C., quando Socrate metteva in guardia dai pericoli che il passaggio dalla cultura orale a quella scritta avrebbe comportato per l’educazione della gioventù.
Questa storia è raccontata nell’informatissimo saggio della neurologa americana Maryanne Wolf, Proust e il calamaro. Storia e scienza del cervello che legge. Ma, come recita il sottotitolo, il libro tratta approfonditamente anche gli aspetti cognitivi e neurologici del processo della lettura, si sofferma a lungo sui problemi della dislessia e su quanto può insegnarci sui circuiti cerebrali questo deficit, molto più comune di quanto si pensi (ne furono affetti tra i tanti anche Leonardo, Edison, Bell, Rodin, Picasso, Warhol, Gaudí e, tra i divi del cinema, Whoopi Goldberg e Johnny Depp). Infine si conclude sulle prospettive dell’oggi.
La lettura, che per secoli coi suoi tempi lunghi, con il suo «fruttuoso miracolo di una comunicazione nel mezzo della solitudine» (Proust), con la sua capacità di farci entrare nella coscienza degli altri e allargare così smisuratamente la sfera della nostra esperienza, al tempo stesso rendendoci più consapevoli di noi stessi, col suo farci soggiornare nel pensiero, è in crisi un po’ dappertutto. Progressivamente la vanno sostituendo, specie nelle nuove generazioni, la rapidità, la facilità di consultazione, la ricchezza anche iconica dell’informazione digitale.
La tesi di fondo del libro della Wolf, suffragata anche dai dati forniti dalle nuove tecniche di scansione cerebrale, è che la lettura, non prevista nell’evoluzione biologica (non esistono strutture cerebrali specializzate per leggere né geni specifici), cambia però il cervello. Man mano che il bambino apprende a leggere speditamente, il suo cervello impara a realizzare nuovi circuiti neuronali, «collegando regioni preesistenti la cui organizzazione e il cui programma genetico avevano altri scopi» (la visione e il linguaggio, a esempio). Aumenta l’attività del sistema limbico (sede della vita emotiva) e si attivano i collegamenti con i processi cognitivi.
Il cervello che legge riconosce configurazioni, progetta strategie, prova sentimenti: più ci si sforza, più il cervello si attiva in aree sempre più ampie (a p. 160 c’è un’impressionante schema che illustra, in successione lineare, quei processi cerebrali che, simultaneamente, vengono innescati in ogni esperienza di lettura). Non solo: il segreto della lettura consiste nel «tempo che offre al cervello per pensare e concepire pensieri più profondi di prima. (…) Il misterioso, invisibile dono del tempo per pensare oltre è la più grandiosa conquista del cervello che legge».
In margine a considerazioni di questo tipo si possono aggiungere alcune riflessioni problematiche che l’autrice lascia intravedere senza affrontarle direttamente, ma insistendo sull’analogia tra i tempi di Socrate e il nostro, entrambi caratterizzati da mutamenti epocali nelle modalità di trasmissione del sapere. Cercando di esplicitare ciò che la Wolf sottintende: c’è una grande differenza tra la memoria e l’archivio, tra l’informazione e il senso, tra l’assenza o la presenza di un contesto in cui inquadrare i dati, tra un frenetico meccanismo di stimolo/risposta e la lenta ruminazione del ragionamento discorsivo, diacronico e lineare. (E che è anche l’unica forma di ragionamento che l’umanità abbia finora conosciuto).
Anche senza essere apocalittici, a me pare che l’universo digitale favorisca il primo elemento di queste coppie a scapito del secondo. A chi non è nato «imparato», a chi è abituato alla scrittura e alla lettura «pesanti», la leggerezza e lo svolazzo del digitale sembrano tratteggiare solo le tessere di un mosaico di cui sfugge continuamente il disegno complessivo: non è un’ ubbìa metafisica ma un’esigenza del pensiero. E a voler invece essere apocalittici questo potrebbe spiegare anche la diffusa de-responsabilizzazione di cui tutti siamo un po’ vittime, ma in particolare molti giovani.
La condiscendenza acritica per ogni elemento d’informazione che la peraltro giusta mancanza di filtri di Internet rende quasi impossibile verificare, il narcisismo incoraggiato dai vari espedienti elettronici, la mancanza di difese davanti alla fatica (non solo quella del concetto…), la chiusura entro un eterno presente senza passato né futuro, l’indifferenza al nesso causa-effetto, la difficoltà a rendersi conto delle conseguenze di un’azione, potrebbero trovare forse nella cultura digitale un terreno fertile. E se quella che la corte pontificia e i moralisti di ogni risma definiscono la «crisi morale» del nostro tempo fosse invece una crisi cognitiva?
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