Luigi De Biase, la Repubblica 12/9/2009, 12 settembre 2009
di Luigi De Biase L’ultimo si è fatto saltare in Daghestan, la provincia poverissima al bordo orientale della Cecenia
di Luigi De Biase L’ultimo si è fatto saltare in Daghestan, la provincia poverissima al bordo orientale della Cecenia. Una Lada ferma su una strada trafficata, qualche chilo di tritolo e un ragazzo di vent’anni pronto per il Paradiso dei martiri. Sono morti in cinque, tre passanti e un paio di soldati con le mimetiche da campo. La polizia del posto ha impiegato un paio di giorni prima di confermare l’attacco suicida: nessuno vorrebbe incidenti del genere nel proprio distretto. Per il premier russo, Vladimir Putin, è il tempo delle cattive notizie. Le milizie islamiche hanno ripreso il loro jihad, gli agguati procedono a ritmo quasi quotidiano e Mosca rivive l’incubo dei kamikaze. E’ come se fossero tornati i giorni di Beslan, un’era che il paese pensava di avere superato da un pezzo. Invece ci risiamo. L’esercito russo ha combattuto due guerre in Cecenia. La prima, nel ”95, è stata una vera disfatta e ha permesso ai ribelli di costruire uno stato sovrano nel cuore del Caucaso. Era l’epoca di Boris Eltsin, della musica grunge e dello scontro di civiltà. Le cose sono cambiate appena Putin ha preso il comando delle operazioni. L’uomo nuovo del Cremlino, salito in fretta al potere passando per le stanze della Lubyanka, il palazzo dei servizi segreti, ha convinto i leader ceceni a lasciare le armi con offerte e minacce. Molti hanno accettato lo scambio, altri sono fuggiti sulle montagne. La fuga, però, non corrisponde sempre alla resa. Questa guerra ha aiutato la reputazione di Putin più in patria che all’estero. La scorsa settimana, l’edizione russa del mensile GQ ha deciso di non pubblicare un lungo reportage sui quattro attentati che hanno colpito Mosca nel ”99, scatenando il conflitto: l’inchiesta del settimanale attribuiva la responsabilità degli attacchi ai servizi segreti. Il governo dice che ventimila soldati sono morti per riportare la legge russa a Grozny; secondo gli esperti di diritti umani, le vittime civili sarebbero 150 mila. Il nuovo presidente, Dmitri Medvedev, ha dichiarato la Cecenia ”pacificata” in primavera e ha ordinato la fine delle operazioni militari. Per quarantamila uomini – soldati, agenti dei servizi segreti e delle squadre speciali – è arrivato il momento di lasciare il Caucaso. Da allora, il numero degli attacchi contro le caserme, gli edifici pubblici e gli attivisti delle organizzazioni umanitarie è salito in modo evidente. Un politico dell’opposizione, Boris Nemtsov, pensa che la storia della pace sia ”un mito messo in piedi dalla macchina di propaganda del premier”: bisogna guardare in faccia la realtà, siamo alla vigilia della Terza guerra cecena. Oliver Bullough, un reporter inglese che ha passato gli anni Novanta fra Mosca e Grozny, non ama parlare di guerra numero tre. ”Io sono convinto che la Seconda non sia mai finita”, spiega al Foglio durante una conversazione telefonica. Per Bullough, c’è una novità soltanto rispetto al passato: l’identikit del ribelle. Le persone qualunque hanno smesso di combattere perché sono morte o hanno deciso di abbandonare la guerriglia, sulle montagne sono rimasti gli estremisti più duri, ”quelli hardcore”, capaci di sopravvivere a uno scontro lungo dieci anni in condizioni disumane. Credono ancora all’indipendenza e sono più arrabbiati di prima. ”L’unico modo che hai di fermare questa gente è ucciderli – dice – Non si può portare la pace in Cecenia, è tutto marcio, è come l’Afghanistan”. Nel Caucaso del nord, i servizi segreti sono sempre stati meno efficienti di quanto un presidente vorrebbe. La strage della scuola di Beslan e l’assedio al teatro di Mosca ne sono una prova lampante. Questa volta, i segni di una nuova guerra sono numerosi. Secondo l’ultimo rapporto di Freedom House, un istituto americano che si occupa di diritti civili, la Cecenia è il posto più pericoloso sulla faccia della terra. Alla fine di giugno, venti miliziani hanno atteso per ore il convoglio di Yanus-Bek Yevkurov, un ufficiale dell’esercito russo scelto da Medvedev per governare l’Inguscezia. Quando la sua auto ha superato un punto stabilito sull’asfalto, hanno fatto saltare una carica di esplosivo dal potenziale devastante. Una foto dell’agenzia Reuters mostra una palla di lamiera ferma lungo una strada di campagna e un cratere profondo almeno due metri. La palla di lamiera era la jeep blindata di Yevkurov. Quattro guardie del corpo sono morte immediatamente e il governatore, vivo per miracolo, è tornato a camminare pochi giorni fa, dopo una lunga vacanza in un ospedale di Mosca. Eppure, Yevkurov è un soldato esperto, è difficile pensare che non avesse fatto abbastanza per la propria sicurezza. Nel ”99, durante la guerra in Kosovo, ha battuto sul tempo gli uomini della Nato e ha preso l’aeroporto di Pristina con duecento paracadutisti. Soltanto il sangue freddo di un generale britannico ha impedito uno scontro fra i militari russi e quelli dell’Alleanza atlantica, che avrebbe potuto provocare ”la Terza guerra mondiale”, come dicono i reporter della Cnn nelle cronache del tempo. Questa operazione gli ha permesso di diventare il numero due dell’esercito nel distretto Volga-Urali, il più grande dell’intero paese. Putin gli aveva proposto il lavoro in Inguscezia almeno un paio di volte, ma lui si è fatto convincere soltanto nel 2008. Una volta a Magas, la capitale di questa provincia maledetta che un tempo apparteneva alla Cecenia, ha cercato di migliorare i rapporti con le autorità locali. In città lo conoscono per la fama di mediatore, per gli incontri con gli imam e con i giornalisti locali. Il suo stile di governo ha meritato la fiducia degli analisti che si occupano di Caucaso. Con questo attacco, i ribelli hanno mandato un messaggio abbastanza preciso a Putin e Medvedev: possiamo colpire chiunque, in qualunque momento, non ci sono offerte che possiamo accettare dai vostri inviati. Dieci giorni prima, un gruppo di fuoco aveva ferito a morte un collaboratore di Yevkurov, Bashir Aushev, un ex capo delle forze speciali ucciso mentre era seduto alla scrivania del proprio ufficio. Un video amatoriale pubblicato recentemente sui siti Internet dei miliziani mostra le immagini di un altro attentato compiuto in Inguscezia, questa volta a Nazran, il 17 agosto. La telecamera, manovrata da uno dei guerriglieri, si trova a duecento metri dal palazzo della polizia. Uno scuolabus attraversa una strada di periferia e svolta improvvisamente a sinistra, sfondando i cancelli della caserma. Alcuni soldati escono in strada, si sentono colpi di pistola e di fucile kalashnikov. Lo scontro a fuoco dura pochi secondi: c’è un boato violentissimo e una nube bianca spazza la strada. Ancora spari, poi i salmi del Corano e le fotografie di un giovane martire. Secondo il ministero dell’Interno, l’attacco ha fatto trenta morti – fra loro una decina di bambini – mentre i feriti sarebbero più di ottanta. Per gli analisti di Jamestown Foundation, un think tank molto informato sugli affari del Caucaso, è l’evento più grave e più significativo degli ultimi anni, la dimostrazione che i ribelli hanno cominciato una nuova offensiva. Dopo il kamikaze alla caserma di Nazran, Medvedev ha deciso di inviare nella regione un reduce della Seconda guerra cecena, Arkhadi Yedelev, che aveva preso posto al ministero della Difesa ormai da un paio d’anni. ”Il suo compito è rimettere le cose in ordine – ha detto il presidente nel corso di un incontro con i giornalisti – Dobbiamo capire che cosa sia accaduto quella mattina: se qualcuno non compie il proprio dovere, se qualcuno ha tradito o se si stratta di un crimine che non poteva essere evitato”. Ovviamente, nessuno crede alla terza ipotesi. Yedelev ha fatto carriera nei servizi segreti, era stato a Grozny nel 2004 ed è considerato un fedelissimo di Putin. Qualche anno fa ha seguito personalmente il caso di Boris Berezovski, un oligarca accusato di finanziare i terroristi ceceni. Secondo i risultati della sua inchiesta, Berezovsky avrebbe mandato un uomo di fiducia nel Caucaso per cancellare ogni traccia del proprio passaggio. Quell’uomo si chiamava Aleksandr Litvinenko ed è morto a Londra nel 2006, avvelenato con una dose di polonio. Berezovsky ha scelto l’esilio volontario in Inghilterra e sarebbe già scampato a sei attentati. Ora Yedelev si trova a Magas per dirigere il ministero degli Interni, ma le sue competenze saranno usate dall’Inguscezia al Daghestan. Questa nomina significa che qualcosa è cambiato anche nei piani del Cremlino. L’uomo di Putin non è un mediatore, è un soldato tosto scelto per fermare i ribelli con il metodo che conosce meglio: quello militare. La scelta soddisfa i siloviki, il gruppo di potere che rappresenta gli interessi dell’esercito, ma ha già attirato critiche delle ultime associazioni umanitarie rimaste nella regione. I ribelli hanno salutato l’arrivo del nuovo ministro con una serie di attacchi contro la polizia nelle tre Repubbliche in cui il rischio terrorismo è più elevato, Inguscezia, Cecenia e Daghestan. Il loro comandante, Doku Umarov, dice che la guerra è appena cominciata, anzi, che non è mai finita. Pochi mesi fa ha ricostruito il battaglione di kamikaze che ha terrorizzato per anni il Cremlino: si chiama Giardino dei credenti, è composto da ventenni che arrivano da ogni angolo del Caucaso settentrionale e sarebbe responsabile degli attacchi più eclatanti compiuti negli ultimi mesi. Le autorità del Cremlino faticano ad ammettere l’esistenza di questo gruppo, ma pochi giorni fa, a Grozny, gli agenti dei servizi di sicurezza hanno fermato due uomini che pianificavano una azione a Mosca: per la prima volta da anni, i terroristi si sentono sicuri quanto basta per pensare a un attentato contro la capitale, contro il simbolo del potere russo. La strategia dei ribelli cambia giorno dopo giorno. Nel 2008 portavano a termine piccoli agguati contro gli avamposti dell’esercito, preferivano gli attacchi con i fucili agli esplosivi; ora sono passati al tritolo e non hanno paura di colpire obiettivi importanti. Fra loro ci sono numerosi stranieri e nessuno dubita che la guerriglia mantenga i contatti con al Qaida. Lo ha detto anche Yedelev, la scorsa primavera, mentre Medvedev fissava con i suoi i tempi della ritirata dal Caucaso. Lo ha dimostrato una operazione antiterrorismo compiuta nel Daghestan dieci giorni fa. Fra le vittime c’era un algerino, il Dottor Muhammed, come lo chiamavano i compagni di battaglia: secondo i servizi segreti, sarebbe l’uomo incaricato di tenere i contatti fra il jihad ceceno e quello globale. Umarov è una specie di fantasma. I cacciatori di Putin lo cercano da anni e qualche volta pensano di averlo ucciso. Ma la gloria dura poche ore, perché il comandante è sempre tornato dall’inferno sano e salvo. E’ un ingegnere, ha lavorato per anni a Mosca e ha scelto di prendere le armi al tempo della Seconda guerra cecena. Nei video pubblicati sul sito Internet della guerriglia compare con la barba lunga, la tuta mimetica e il fucile in spalla. E’ un musulmano della corrente sufi, invoca la benevolenza di Allah all’inizio di ogni messaggio ma il suo approccio alla battaglia non è religioso. Questo non fa di lui un nobile della guerra. E’ uno di quei reduci che, secondo il reporter Bullough, non accetteranno mai alcuno scambio con il governo russo. Molti sospettano che i suoi uomini siano coinvolti nelle uccisioni di giornalisti e funzionari di ong avvenute recentemente in Cecenia. A luglio, ha sollevato scalpore l’assassinio di Natalia Estemirova, una esperta dell’organizzazione Memorial molto conosciuta per l’impegno a favore dei diritti civili. Estemirova era legata ad altre vittime eccellenti di questa guerra. Come Anna Politkovskaya, la giornalista di Novaya Gazeta giustiziata a Mosca nel 2006. Questi omicidi hanno fatto cadere l’attenzione degli analisti su Ramzan Kadyrov, l’uomo forte di Grozny che governa la Cecenia con piglio militare ed è accusato di esecuzioni, rapimenti e violenze sulla gente della sua terra. Kadyrov è un ex guerrigliero passato con Putin quando l’esercito russo ha ripreso il controllo del territorio. Per anni, è stato il migliore alleato del Cremlino nella regione, ma ora anche il suo potere sembra ridotto di fronte all’offensiva di Umarov. Questa estate, i suoi uomini avrebbero sventato un piano per ucciderlo: il solo pensiero di un attentato contro Kadyrov sarebbe stato impossibile un anno fa. La strategia usata dai terroristi ceceni è simile a quella di al Qaida in Iraq. Colpire l’autorità nel suo punto debole, screditare chi governa, mostrare a tutti il vero volto del potere. Se Kadyrov non può difendere i suoi cittadini, soprattutto quelli in vista, la sua presenza diventa superflua. E il Cremlino deve trovare una nuova soluzione per le terre del Caucaso.